Sia onore, ora, a Bibi Andersson: con lei è morto definitivamente il cinema di Ingmar Bergman (un tempo, l’abbecedario del buon europeo)

Posted on Aprile 15, 2019, 12:06 pm
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Un segno di immancabile nitidezza. Dieci anni fa un ictus le toglie la voce. Nella mia mente romanzesca è Ingmar Bergman, morto nel 2007, che le ruba i verbi, le parole, l’ugola. In sua assenza, lei, Bibi, non può parlare.

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Dire che è morta Bibi Andersson significa ribadire che Ingmar Bergman, nato un secolo fa, è definitivamente morto. Chi li vede i suoi film, ora, un tempo l’abbecedario per l’educazione alla tenebra di ogni buon europeo?

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In un articolo recente sulla New York Review of Books Daniel Mendelsohn ragiona intorno a Ingmar Bergman, Novelist. Nel mondo anglofono l’editore Arcade pubblica i libri di Bergman, Con le migliori intenzioni, Conversazioni private, Nati di domenica. Insieme a pochi altri – Herzog, ad esempio – Bergman è un regista che sa scrivere. Decritta i destini, li compone e li scinde a suo piacere. Così ha fatto con Bibi.

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La vita cinematografica di Bibi Andersson è consustanziale alla filmografia di Ingmar Bergman. Da Il settimo sigillo a Il posto delle fragole, da Scene da un matrimonio a Persona, il capolavoro. Un volto di indecorosa bellezza, quello di Bibi, certo, ma sono gli occhi che ti spossessano, che ti riempiono il corpo di cani.

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Desiderarla è un’algebra, raggiungerla, mai – perché è irraggiungibile e immortale, Bibi, da cui qualcuno ha munto tutte le parole, dieci anni fa, e ora setaccia il corpo per ricalcarlo nell’aldilà. Una bellezza dedicata all’opera di un genio, Bergman, un cruccio in marmo per lui, che feriva tutto.

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Quando scrissi Ingmar per il teatro, apparve anche lei, tra le donne vampirizzate da Bergman, sessomane dell’arte. Ricalco alcune parti, perché dal pozzo giunge infine la gioia. Ciao, Bibi. (d.b.)

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Ingmar Bergman e la moglie, Ingrid von Rosen, sono seduti ciascuno su una sedia. Le loro sedie sono una contro l’altra, si fronteggiano di schiena. Può darsi che nel corso dell’azione Ingmar sia quello che si alza e si muove, esagitato, esagerato; mentre Ingrid resta sulla sedia, compiendo atti lenti e miracolosi, incide un legno, ad esempio, disegna.

Ingmar: Il matrimonio è una lotta pattuita. Prima si uccide silenziosamente, attraverso la tattica dei sorrisi e dei baci sulla fronte. Poi si ingurgita, si digerisce, si caga. Matrimonio, amore: tutto cagato via, un cibo delizioso dà come compimento la merda. L’altra volta, l’ho detto, a Ingrid, “sai qual è l’unico atto erotico che ci cinge? Tagliare l’insalata. Ti vedo fremere perché speri che mi mozzi il dito. Il sangue riuscirà a farmelo tornare duro. E tu, tu saprai elevare le tue voglie che ora come ora sembrano sponsorizzate dal catechismo della Chiesa cattolica”. L’unico godimento nello sposarsi è trasformare il sussiego in sottomissione, obbligare la sposa all’osceno, provocare il disgusto. E quando lei mi avrà finalmente odiato con tutta se stessa, riconquistarla. Lasciarsi alla lascivia della dolcezza. Lisciarla. Farsi domestico struzzo, seppellire i rancori nella sabbia, lasciarsi frollare. Concedergli di credere che sia lei ad avere dominio, ora. Leccarla. Come un cane. Viziare le sue voglie, camminando per la stanza a quattro zampe. E quando lei riconoscerà di non amare altra carne che la mia… Corromperla, distruggerla, sottometterla. Si ama soltanto nella lotta – soltanto torturati dalla colpa.

Ingrid: Una, cinque, dieci, cento donne Ingmar ha portato a Faro, pronunciando, come solo lui sa fare, dolcissime parole di eternità. A me ha detto le stesse parole che ha detto a Liv e a Gun, a Else e a Ingrid, a Liv e a Bibi, senza badare al contenuto di quelle parole, ma soltanto alla risposta, alla reazione che ho avuto, che abbiamo avuto. E valutando, giudicando queste diverse reazioni, come un dio vendicativo ma sorridente valuta le pene da distribuire a seconda della voracità con cui gli si obbedisce. Faro è bellissima, violenta. Ingmar ha bisogno di un’isola, della clausura, di rapporti esclusivi. Ingmar avvolge come una coperta sul viso. Soffoca, uccide. Ma alla fine è lui il primo a fuggire. Non ha bisogno degli uomini perché pensa, maliziosamente, di saper creare tutti i possibili sentimenti e pensieri dell’umanità. Ingmar pretende gli applausi anche quando sbaglia, anche quando è orribile. Come si può non compatire un uomo che per girare un film ha bisogno di dominare, psicologicamente e fisicamente, tutte le attrici? In modo che loro, in scena, come prostitute, come amanti perdute, debbano convincere il regista di essere le più belle, le più desiderabili, le più brave – anche a letto? “Il set di Ingmar è un harem”, ha detto Bibi Andersson. “Mi ha fatto sentire una donna immortale – e una troia”, ha aggiunto. La differenza tra me e loro, le troie, è che io so tutto, amo la mostruosità di Ingmar. Lui crede di usarmi – io lo accontento. Ingmar crede di spiarmi, ma sono io a compiere una spietata indagine del suo cuore.

Ingmar: L’opera d’arte accade solo da un nucleo radioso di rabbia. Bibi e Liv sono state eccelse per un’unica ragione: le ho scopate entrambe. Stavo con una dopo essere stato con l’altra. La rivalità ha fatto emergere la loro arte: non recitavano, lottavano. Per avermi. Per possedere il mio compiacimento, il mio sorriso. “Voglio avervi entrambi”, dissi. Le avevo chiuse in una sala. Buia. Vuota. I nostri guaiti ingigantiti dalle pareti sembravano una corsa di lupi. Due donne nude, un uomo, una stanza cieca, buia: non è questa la Genesi, l’inizio, il principio del mondo? Loro si mordevano. Ricordo che Bibi azzannò Liv al collo; Liv mozzò un pezzo di labbro a Bibi. Le scopai insanguinate. Il giorno dopo le feci portare all’ospedale, con la scusa di un “incidente di lavorazione”. La luce le trasformò, tornarono angeliche. Di una bellezza diafana, violentata. Se non fosse per il loro antagonismo, per la mia cattiveria, non esisterebbe Persona, un capolavoro.

Ingrid: Morirò. Qualcosa mi distrugge dalla pancia, dallo stomaco. Pare che lo stomaco si sbriciolerà come un ghiacciaio – io svanirò, scivolerò per la stanza, come acqua. Ingmar accompagnerà i rivoli del mio corpo con una scopa, sparirò nel rubinetto di una doccia. Per una volta, anch’io, sarò indecifrabile. “Mi danno il voltastomaco”, così, una volta, brutalmente, ho detto a Ingmar. I tuoi film, le tue opere immortali, mi danno il voltastomaco. Ora l’opera di Ingmar si è rivoltata contro di me – mi scassa da dentro – mi uccide. Quando ancora stavo con Jan, ma la mia bellezza diventò una sfida per Ingmar, gli scrissi. “Ho un bisogno estremo che la mia vita sia eccezionale – ti prego aiutami a non concentrarmi sempre sul male”, gli scrissi. Lo imploravo a convertirsi. Probabilmente, sperai che per me Ingmar abbandonasse il cinema, che io fossi tutto, una vita sufficiente. Ho ritrovato qualche giorno fa quel biglietto. Insieme ad alcuni vecchi biglietti del treno, Ingmar lo teneva in un libro che non ha finito di leggere. È l’unico biglietto che ho osato scrivere a Ingmar – la tenerezza, se non si volta in erotismo, lo irrita. Ora, morirò. Dicono che questa è una prova – ma chi mi mette alla prova, a che pro, perché?

Ingmar: Morirà. E con lei spero che muoiano i miei figli. Insieme a lei. I figli sono sigilli di carne che non ho desiderato. Li ho donati. Come fa un re, un dio. Ti dono il mio sperma perché la tua stirpe sia numerosa come le stelle del cielo. E perché tu non mi rompa più le palle. Un gorgo di carne, un ragù, una pappa carnale che precipita nello scolo del tempo: Ingrid, Maria, Bibi, Liv, Else, Ellen, Gun… Non le sopportò più – le conosco così bene – è così banale l’uomo. Altro che abisso, vertigine insondabile e vergine, innominato mistero: l’uomo non è un rebus, ma un repertorio di ovvietà, sappiamo che toccando un muscolo, esso scoccherà in quella direzione, che una parola determinerà quel particolare gesto. C’è più intelligenza in un gatto, in un albero che in un uomo. Non mi eccitano più le loro reazioni alle mie meccaniche cattiverie: so già tutto, potrei recitare la vita di ognuno di loro, uno per uno. Eppure, continuo a stimolarli – per abitudine, penso. La vita è questi sentimenti fossili, insopportabili. Vorrei che morissero tutti. Nell’isola di Skull, in Irlanda, ho conosciuto un frate. Non aveva paura della povertà e aveva le dita scorticate. Anche le labbra. Nere. Gonfie. Ustionate da una parola di troppo, forse. “Da quando Dio si è incarnato diventando Gesù, la carne è il mezzo e il metro della nostra salvezza, ne è il misterioso tramite. Anche il male implicito nella carne, perciò, è tramite di gloria”. Mi ha detto questo. Poi andò, a quattro zampe, nella cella che si era fabbricato tra le rocce. Se la carne è sacra voglio scopare tutto il giorno. Ma non mi viene più duro. Voglio che Ingrid muoia come vorrei morire io, voglio che sparisca dalla mia vista, voglio liberarmi di me stesso.

(silenzio)

Innocenti. Vuol dire che siamo innocenti da duemila anni e non lo sappiamo? Che Gesù è passato come un fuoco, sradicandoci dal male. Siamo innocenti anche quando lo crocefiggono. Innocenti anche quando uccidiamo. Innocenti e irresponsabili.