Bibbiano, Camilleri, guerra sporca del giornalismo, “Besprizornye”, ovvero: un istante prima dell’istant book. Nell’epoca della paranoia social e del pettegolezzo politico non esistono più le notizie, vincono le chiacchiere

Posted on Luglio 22, 2019, 10:09 am
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“Racconta un po’ allora, com’è questa storia di Bibbiano?” chiedo, perché non so come ma sono riuscito a porre filtro tra me e il regime terroristico dell’informazione-quotidiana-per-modo-di-dire, e il mio interlocutore per questa volta mi fa: “Com’è possibile tu non ne sia a conoscenza? Allora è vero che si sta facendo in modo la notizia non si risappia!”. Dietro una frase così t’immagini che chi la notizia l’ha appresa sia dovuto ricorrere a chissà quali agganci, scavando chissà dove, che sia un cazzutissimo Anonymous, mica che ti stia propinando il verbo paranoico social di chi s’è risolto il finesettimana arzigogolandosi di pettegolezzi in merito, i quali social naturalmente non parlano della notizia, ma del fatto che la notizia-si-vorrebbe-insabbiare. La notizia qual è? La mia prima curiosità: “E Bibbiano dove sarebbe?” “E che ne so! E comunque non è questo l’importante.” Importanti non sono mai i fatti ma la logorante guerriglia pseudoculturale continua, la guerra sporca della questione-morale, con un Movimento Cinque Stelle sempre più autolesionista, che accusa il PD perché collateralmente nella questione c’è invischiato un sindaco con quella tessera là, e il minuto dopo ci sono dei consiglieri pentastellati regionali che ci hanno messo dei soldi, ma che importano i fatti? Come se un crimine umanamente aberrante fosse trascurabile finché non lo si possa capitalizzare mettendolo in conto a questo o a quel simboletto elettorale particolare.

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Intanto lo slogan è stato coniato: c’è “il Partito di Bibbiano”, qualche follower è portato a casa, il messaggio è passato (la sinistra? una merda, come la destra, ma almeno la destra qualche sgombero lo allestisce, sono le vere sagre della contemporaneità, e qualche mancetta la rilascia, senza più dover ricorrere alla farsa begninesca di una invalidità fantasiosa) e il governo – non per infierire, ma nessuno mai come questo ha i colori in regola per vincere la palma della Repubblica Bananiera – ha un altro quarto d’ora di reggenza, dopodiché: vittime bambine? C’est la vie. Leggersi: Besprizornye. Bambini randagi nella Russia sovietica (1917-1935), di recente uscita Adelphi. Subito dopo aver ascoltato qualche dettaglio della storia di Bibbiano (bambini periziati pelosamente, affidi pretestuosi, il business dei minori abusati) condivido con l’interlocutore quel poco che ne so già a proposito, e lui: “Ma allora lo sapevi anche tu?” No, di Bibbiano non ne sapevo ancora nulla (oggi ti basta scrivere “Bibbiano” su Google e la notizia-che-non-deve-essere-diffusa ti offre tutti i link per l’instant-book del caso, ma il buon Di Battista scritturato dalla Fazi ha già annunciato che batterà tutti sul tempo), ma anni fa avevo letto Presunto colpevole – Sulla pelle dei Bambini (2009) di Luca Steffenoni, per Chiarelettere, con per ulteriore sottotitolo parlante “La fobia del sesso e i troppi casi di malagiustizia”. Per chi voglia saperne qualcosa, l’inchiesta in merito è stata già scritta da un decennio, con tanto di analisi della fragilità italiana, con quel suo strategico ricorrere alle “psicosi di massa costruite a tavolino” per giustificare e insabbiare la verità più oscena e eclatante: l’evidenza di non vivere in uno stato compiutamente di diritto. Dire psicosi non significa negare i fatti correnti ma analizzare come i fatti vengano utilizzati per creare caos mica per governarlo, e quando si tratta di fatti così gravi chiunque operi a favore della confusione è ancora più responsabile del male generale.

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Recentissimo è un nuovo testo di Aldo Busi messo in circolazione online, “Una scritta diffamatoria”, sua ulteriore memoria difensiva – in un paese che la memoria collettiva non è che la perde, non arriva proprio più a svilupparla – contro la diffamazione orchestrata da anni ai suoi danni perché Aldo Busi è reo di aver provato a aprire decenni fa il dibattito pubblico sul tema della sessualità del bambino e sul crimine sottaciuto della pedofilia: ma in un paese così omertoso e ecclesiasticamente deviato come l’Italia chi denuncia un reato è più colpevole di chi lo commette e non gliela si perdona, e oggi non c’è da star più sereni solo perché almeno sono stati fatti saltare gli altarini dei crimini vaticani: la pedofilia non è soltanto un problema di preti, gli orchi continuano a vivere nella casa accanto e sanno come distogliere e distorcere l’attenzione: i pedofili? Gli omosessuali, i sacerdoti, i sacerdoti omosessuali, i cristiani di-sinistra(?), i comunisti (due ‘opinioni’ a campione, sempre di ieri: uno che godeva della morte di Camilleri in quanto comunista dunque pedofilo, quindi si stava meglio quando si stava peggio cioè quando i comunisti i bambini si limitavano a mangiarseli; e un altro secondo cui: “Fossero stati migranti, ah mica si sarebbe tentato di insabbiare il tutto!”, come se del fenomeno dei minori migranti totalmente scomparsi in un buco nero se ne parlasse a tutto spiano, e quello fosse un’altra invenzione, magari di Camilleri), dopodiché i giornalisti che sono automaticamente bollati di-sinistra se non sono dei zelanti del potente di turno (dovesse gattopardescamente cambiare il vento del consenso, diventerebbero automaticamente rubricati come di-destra), le zecche tedesche dei taxi del mare e via andare col gergo del Libretto del Mao del momento. Deve essere chiaro che con il detto “ne uccide più la parola” si intende dire che, dopo che ti hanno civilmente spappolato manipolando l’informazione per delegittimarti o per rincretinirti, poi ammazzarti anche di spada è un gioco da ragazzi; e questo mio suona come il sunto dei discorsi d’apertura ai seminari per l’affiliazione alle organizzazioni criminali o alle agenzie di – cosiddetta – intelligence. Bisogna difendersi, studiando, e contrattaccare, scrivendo.

Antonio Coda

*In copertina: John Singer Sargent, “Édouard and Marie-Louise Pailleron”, 1881

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