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Dall’incantesimo all’incubo: “Berlin”, il fumetto storico più sofisticato di sempre (dice “Time”)

Frutto di ventitré anni di lavoro, Berlin, la storia a fumetti scritta e disegnata dallo statunitense Jason Lutes pubblicata in tre puntate tra il 2001 e il 2018 dall’editore amburghese Carlsen, è ora fruibile in edizione italiana in un unico volume (trad. di Elena Fattoretto e Valerio Stivé, Coconino Press/Fandango 2020).

Sullo sfondo la Berlino spregiudicata e sperimentale della Repubblica di Weimar (1918-1933), mentre in primo piano domina la storia d’amore tra Kurt Severing, un giornalista disilluso e problematico, e Marthe Müller, una giovane trasferitasi da Colonia per mettere alla prova nella metropoli le proprie ambizioni d’artista. La vita notturna nei cabaret, il libertinaggio sessuale, l’imporsi di nuovi strumenti di comunicazione come la radio e il cinema, la sperimentazione urbanistica, la drammatica crisi economica e la povertà diffusa, i sempre più duri conflitti sociali e gli scontri tra le ali politiche estreme, i comunisti filo sovietici e i nazionalsocialisti di Hitler, il crescente antisemitismo. In Berlin confluiscono tutti questi temi, compresa l’opportuna memoria dei circa centomila ebrei tedeschi fieri combattenti per il Reich nelle trincee della prima guerra mondiale, e probabilmente è vero quanto ha scritto “Time”, giudicandola “l’opera di fiction storica più lunga e sofisticata nella storia del fumetto”. Il settimanale americano è meno condivisibile quando sostiene che “questo libro ha la densità dei migliori romanzi”.

Berlin è un grande fumetto e se il fumetto ha una propria ragion d’essere, in quanto genere, forma d’arte ben definita, a nulla serve paragonarlo ad altri generi, tanto meno letterari, come il romanzo (anche Dario Voltolini, ahimè, su “La Stampa”, ha definito l’arte di Lutes pari a quella “dei grandi romanzieri”). Una tentazione, questa, cui non è riuscito a sottrarsi neppure l’autore: spesso il testo inserito nelle singole scene disegnate, sia esso descrittivo, dialogico o frutto della riflessione di uno dei personaggi, è infatti così lungo da occupare quasi per intero lo spazio del singolo riquadro, trasformando ciò che è propriamente “fumetto”, cioè una storia costruita per sequenza di immagini disegnate, in elemento di fatto superfluo. Una ridondanza di testo voluta evidentemente per il desiderio, più o meno dichiarato, di aderire quanto più possibile alla Storia (che è poi sempre quella che scrivono i vincitori… ma questa è, appunto, un’altra storia). A spese della “leggibilità”, però, non solo delle immagini, ma dei testi stessi, spesso proposti con caratteri minuscoli, per pochi privilegiati lettori dotati di vista straordinariamente acuta. O di eccezionali lenti d’ingrandimento.

Ridondanze testuali la cui inutilità è tanto più palese quando Lutes si abbandona invece felicemente alla propria visionarietà e alla propria mano, facendo buon uso del solo disegno, o cercando quantomeno di limitare all’essenziale le parole, i dialoghi: è in queste pagine, così “mute” eppure così visivamente “parlanti”, che la sua peculiarità, il tratto netto senza sfumature, il bianco della pagina e il nero della penna, rendono al meglio quella Berlino, quella Germania, fatta di tensioni estreme, di contrapposizioni nette e inconciliabili. Una Germania che, come dentro un incantesimo, si stava abbandonando al silenzio della ragione, per essere risvegliata da lì a breve, preda di un concretissimo incubo, dalla erre arrotondata di un modesto disegnatore e pittore austriaco.

Vito Punzi

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