“Tu non hai idea di quanto duri la lotta fra il buio e la luce”. Beppe Fenoglio, il Capitano Achab della letteratura italiana

Posted on Aprile 08, 2020, 6:37 am
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La linea la tracciò Cesare Pavese: la letteratura italiana andò a risciacquarsi tra Tamigi e Mississippi, nel mondo anglosassone. Non tanto in quello – vagamente imperialista – d’Albione, in realtà, ma sulle coste statunitensi. Pavese è stato un po’ un Cristoforo Colombo, scoprendo il “nuovo mondo” della letteratura di laggiù. Pur stralunato da una opzione politica: «Per molta gente l’incontro con Caldwell, Steinbeck, Saroyan, e perfino col vecchio Lewis, aperse il primo spiraglio di libertà, il primo sospetto che non tutto nella cultura del mondo finisse coi fasci» (3 agosto 1947, “l’Unità”). La prova del nove la offrono i testi: le poesie di Lavorare stanca imitano stancamente le atmosfere di Walt Whitman (su cui Pavese piglia la laurea nel 1930) o di Edgar Lee Masters (l’Antologia di Spoon River fu pubblicata da Einaudi nel 1943, ma la mano dell’amata Fernanda Pivano, la traduttrice, fu impugnata da Pavese); i romanzi non hanno il passo linguistico di William Faulkner o di John Steinbeck né di John Dos Passos, tutti autori tradotti e frequentati da Pavese.

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Diamo a Cesare quel che è di Cesare, cioè l’arguzia dei pionieri, l’atletismo dei visionari, ma l’idea, ripeto, è che la frequentazione statunitense di Pavese sia per lo più una chimera politica (la vecchia Europa ha partorito i nazionalsocialismi, gli States sono, comunque, “liberatori”, in tutti i sensi). Tant’è che alla fine degli scrittori cowboy non ne può più: nello stesso articolo del 1947 Pavese conclude che «a esser sinceri insomma ci pare che la cultura americana abbia perduto il magistero, quel suo ingenuo e sagace furore che la metteva all’avanguardia del nostro mondo intellettuale. Né si può non notare che ciò coincide con la tine, o sospensione, della sua lotta antifascista». Discorso che coincide, tra l’altro, con l’intrusione di Pavese nella grecità classica, marmorea, quella dei Dialoghi con Leucò, delle ultime scaglie liriche, delle traduzioni (da lui fortemente volute) dell’Iliade e dell’Odissea compiute per Einaudi da Rosa Calzecchi Onesti.

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L’altra faccia di Pavese è Beppe Fenoglio. Uno di Santo Stefano Belbo, l’altro di Alba, Pavese ci ha insegnato che Middle West e Piemonte sono la stessa cosa, apprestandosi ad essere lo Sherwood Anderson delle Langhe; Fenoglio, invece, negli stessi luoghi linguistici vedeva un’amletica Danimarca, la landa scabra dove Re Lear parla coi topi cercando Dio, e lui è una specie di Beda, «l’ardente spiro», che narra di riti ancestrali e memorabili rese. Eppure, sorta di sinistro gemellaggio, Pavese traduce Moby Dick di Melville (senza che rimanga traccia di Achab nella sua testa) e Il partigiano Johnny di Fenoglio, secondo l’ultracelebre definizione di Dante Isella, «è come il Moby Dick nella letteratura marinara». Fenoglio, però, devia dalla rotta oceanica, non si mette la bandana da pistolero, preferisce le bianche scogliere di Dover, dove s’incaglia una lingua allo stesso tempo ancestrale e postatomica, impregnata della “King James” e dell’eroismo di un Oliver Cromwell. La scelta della lingua del Bardo è una fede, un marchio di purezza, fin da subito, dagli anni del ginnasio “Giuseppe Govone” di Alba, perché, insomma, l’Europa non si cede né decade, e il piemontese, per natura aristocratico, trova agio tra le nude, scarne, plumbee colline inglesi. Alba come Albione.

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La strategia delle scelte è decisiva. Intanto, Beppe vuole come maestri di lingua i poeti. Perciò, Il partigiano Johnny ha il ritmo dell’epica, la sinfonia del poema celeste, possiamo giocare a spezzarlo in versi, reggerebbe benissimo. Gli esperimenti di traduzione sono dentro il corpo di Thomas S. Eliot, di Coleridge, di Robert Browning. La sua predilezione, comunque, è per i “sinistri”, i reietti, gli incompiuti, le torsioni di Christopher Marlowe, i grovigli linguistici di John Donne, anche quando opta per il romanzo, a vent’anni, sceglie il capolavoro torbido, Wuthering Heigths di Emily Brönte, che diventa La voce nella tempesta, una riduzione teatrale. Che è poi illuminato alla versione cinematografica del romanzo, firmata da William Wyler nel 1939, con un Heathcliff/Laurence Olivier dalla presenza scenica formidabile, sembra un eroe di Fenoglio. Il quale non è un archivista del tempo che fu, ma fa precipitare l’arcano anglosassone nell’epopea pop hollywoodiana, nel suo Diario del 1954 Fenoglio cita Giungla d’asfalto, il film di John Huston (del 1950), un genio nel trapiantare i grandi libri sul grande schermo (in questo caso, è ispirato al romanzo di William Riley Burnett), il quale, nel 1956, siamo sempre lì, manda in orbita il suo Moby Dick, con micidiale Achab/Gregory Peck, un altro che va bene in un libro di Fenoglio.

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L’affinità linguisticamente più proficua, comunque, è con il poeta inglese e anglicano Gerard Manley Hopkins (1844-1889), autore del poemetto The Wreck of Deutschland (incipit: «Tu mi domini/ Dio! che dai pneuma e pane;/ riva del mondo, ritmo del mare;/ signore dei vivi e dei morti»), in cui «sottopone un linguaggio, in prevalenza di monosillabi sassoni, quasi a una serie di choc elettrici», scrive Mario Praz, secondo il quale il poeta mescola l’altezza di Pindaro all’arte di Van Gogh. Un po’ come Fenoglio, l’idea è quella di descrivere con il linguaggio un mondo in frantumi, riparandolo, dicendone l’ambiguo e il glorioso. Detto della tavolozza linguistica, resta comunque la struttura, l’ispirazione fondante. Alle spalle dello sforzo di Fenoglio traluce fosforico il Paradise Lost di John Milton (1608-1674), l’esilio da un mondo di bene a cui nessun esodo potrà più ricondurci. Riecheggia in alcuni brani di Fenoglio la guerra tra le falangi angeliche contro le orde di Satana, ad esempio in Atto unico, per voce di Bob: «E tu? Tu vedi il mondo allo stato di caos. Tu non hai idea di quanto duri la lotta fra il buio e la luce, nel cuore dell’inverno. E che cosa sia! Un groviglio di enormi serpenti mi pare, gli uni chiari e gli altri neri. Una cosa da dar raccapriccio e… nausea! Sì! Tutto mi fa nausea, tutto si muove, il cielo e la terra, capisci, si muove… come un feto!».

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La nausea di Fenoglio non è né quella colta di Leopardi né quella “di parte” di Moravia, il suo Bob parla come un angelo ai confini della galassia, come Cratos e Bia, nel Prometeo incatenato di Eschilo, sopra uno sperone roccioso, nella gelida Scizia. Sono parole plumbee e assolute. Proprie di un combattente, Fenoglio come John Milton, militante per Oliver Cromwell, uno dei miti, tra l’altro, di Beppe da ragazzo. Ma il centro della lotta è – sempre – con il proprio cuore, afferrare il male che lì divampa e dargli un senso, una ragione, una redenzione. Tanto che l’opera di Fenoglio, in fondo, è una sorta di teodicea, soprattutto il libro del partigiano, Johnny, Giovanni, il “Dio ha misericordia”, l’uomo che scava gloria dalla guerra, che si ostina, nel cuore dell’orrore, a tracciare pietà.

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A differenza di Pavese, ecco, l’intrusione di Fenoglio nella lingua inglese non è formale ma sostanziale. E non lo esilia in un paradiso perduto degli intellettuali, piuttosto, è ciò che lo incolla alla terra, alla stirpe: «Io sento tremendamente i vecchi Fenoglio, pendo per loro (chissà se un postero Fenoglio mi sentirà come io sento loro)». Davvero, l’anglosassone, purissimo e puritano, è il Muro del Pianto su cui Fenoglio redige la sua genealogia, un mezzo per compiere la propria opera biblica (d’altronde, anche il decantato Melville diceva di aver letto nella sua vita marinara soltanto Shakespeare e la Bibbia, il resto erano leviatani velocissimi, il libro di Giobbe dispiegato lungo l’oceano), Londra come Gerusalemme, Alba si staglia come le albine muraglie della Sion celeste.

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Tento di forzare i limiti del caso. Nello stesso anno, il 1954, escono due libri capitali, opposti: Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien e Il Signore delle Mosche di William Golding. Agli inizi di agosto nei “Gettoni” Einaudi, sotto lo scettro di Elio Vittorini, un altro, come Pavese, che esplorava gli americani facendo dire a costoro pressoché soltanto ciò che gli era utile, viene pubblicata La malora di Beppe Fenoglio. Una storia dura, semenza di capolavori futuri, che squarcia il velo di pizzo della letteratura italiana, s’immerge nel covo del male, senza l’ansia di uscirne vincitore (la battaglia è ancora lunga). Come nei grandi autori d’Albione, Fenoglio intaglia il male, il tema centrale e definitivo. Così, in Italia, terra di scrittori “minori”, anzi, di scrittori troppo snob per accettare il giudizio di altri oltre la loro stretta cerchia, abbiamo un gigante. Più del declamato Petrolio di Pasolini, dei Fratelli d’Italia di Arbasino, dell’impossibile Horcynus Orca di D’Arrigo, perfino della Cognizione del dolore di Gadda, il vero Romanzo Italiano del Novecento è Il partigiano Johnny. Pigliatelo così, il mio assunto, come un assioma che non necessita sperimentazioni. (d.b.)