Benvenuti in Artico, il nuovo Congo. Tra speculazioni feroci, riscaldamento globale e teoria del gender. Dialogo con l’Ulisse del Nord

Posted on marzo 10, 2018, 7:55 am
9 mins

Norvegia, isola di Rost. Canini di pietra che addentano la coscia del Grande Nord. Siamo nel 1996. “Erano gli anni della moratoria alla caccia alle balene. Lì ho avuto il mio ‘battesimo del ghiaccio’, per così dire. Mi è venuto in mente di imbarcarmi con i balenieri. Non è stato così facile”. Perché? “Volevano capire se ero uno di Greenpeace. Mi hanno fatto l’esame del sangue. Ho cucinato filetto di balena con salvia e vino bianco. Così, sono diventato amico di un baleniere che difendeva gli interessi dei pescatori. E mi sono imbarcato”. Se gli chiedo perché il Nord, perché sbattere il muso verso i luoghi ostili, bastardi, lui fa, candido, “il Nord è il nostro destino”.

Io ho in testa il bianco allucinato di Gordon Pym, le zanne di Jack London, la purezza cristallina della Zembla di Vladimir Nabokov, quando afferro Artico. Stampa Neri Pozza (pp.224, euro 13,50). Il libro sta nella tasca del giubbotto. Beh, diavolo. Chi ha scritto Artico getta un iceberg contro il mio trito romanticismo nordico. Sbriciola sogni di innocenza boreale. Sottolineo due frasi. Uno. “Ci piacerebbe che esistesse un luogo così, senza storia, dove le cose sono sempre state come sono, una parte del pianeta ibernata in un’immacolata, primordiale purezza”. Due. “Era quasi la Luna, la Groenlandia. E improvvisamente potrebbe diventare una nuova Africa, un Congo boreale”. Al tre telefono all’editore. Chi diavolo ha scritto un libro così bello, così cangiante, così candido nella sua brutalità?

Mian libroL’intervista accade una sera qualsiasi, su un treno. Sfidando l’estatica telefonica. Marzio G. Mian. Cresciuto alla corte di Indro Montanelli. “Il mio mito; la mia stella polare”. Poi cita Enzo Bettiza e Guido Piovene, tra i maestri. Perché non ti sei piantato in una lussuosa redazione milanese, cementato in giacca&cravatta? “Mi piace andare nei luoghi dove accade qualcosa. Mi ha sorpreso constatare che di Artide non si è occupato nessuno”. Mian ha imbottigliato il Nord. Lo ha attraversato, ne ha cucito e scucito i confini. Cosa ha raccontato? La speculazione violenta e il conformismo. Le trivelle e i bambini che fanno la pipì seduti, per obbligo ‘di genere’, degenerato. Racconta la ferocia del neoliberismo e la storia di “Reimar Segurjonsson, sua moglie Dagrun e i loro quattro figli”, che rifiutano di inchinarsi alla legge della globalizzazione. “Non vogliamo cambiare, ci piace il silenzio, la solitudine. Noi prendiamo la nostra barca, peschiamo quel che ci serve per mangiare. La maggioranza delle persone qui pensa che diventeranno ricche; ci chiedono: perché non vendete? diventerete ricchi… Ma noi non vogliamo diventare ricchi. I pastori non vivono per i soldi, ma per la natura e per le radici. Questo posto abita nel nostro cuore”. Specie di Omero scandinavi, scaturiti dall’Edda, da un groviglio di rune.

In cinque mosse – tanti i capitoli di Artico – Mian tramuta l’ipotetica innocenza del Nord in un inferno. Narra il riscaldamento globale. Che non è una balla, piuttosto, è una immensa bolla speculativa fatta di “pianificazioni immaginifiche, business plan, cantieri, bulldozer, investimenti. Brochure digitali annunciano un futuro adrenalinico, sembra fantaeconomia ma è un mare d’opportunità grande pressoché quanto il Mediterraneo, 14 milioni di chilometri quadrati. Più il ghiaccio si rompe, meno rotture di scatole per cavalcare l’onda”. In Artico si scava tanto. Per estrarre nichel. A cosa serve il nichel? Manda avanti le macchine elettriche. E chi produce nichel? La Russia. “La Russia è la vera superpotenza artica, storicamente, dagli zar in poi. L’Artico è una polizza sulla vita per la Russia”. In questa guerra dei predoni, in questa colonizzazione selvaggia del Grande Nord, la parte del drago la fa la Cina. “La Cina è una potenza non artica, che nell’Artico ha individuato la propria banca. In Artico la Cina ha il pesce, l’uranio per le fibre ottiche. Se i cinesi vietano agli occidentali ogni interferenza sul Tibet, si permettono, con tracotanza, di trattare con gli Inuit per ottenere concessioni favorevoli in Groenlandia, che è territorio danese. Anche in Islanda gli accordi commerciali con la Cina sono impressionanti”.

Sogni di eremitaggio nordico volatilizzati, dunque. “La modernità è sicuramente elettrizzante a quelle latitudini, solo che il mondo globale è incompatibile con quelle realtà, è molto più violento dei balenieri o degli esploratori inglesi dell’Ottocento, personaggi eroici, in fondo, che soffrivano, morivano, rischiavano tutti. Questa modernità è fatta di cantieri, trivelle, uranio, perbenismo”. Intingi l’Artide nella malinconia… “Io sono antimoderno per natura. Non appartengo alla falange di quelli che giudicano la modernità sempre bella e sempre buona. Ammiro la Scandinavia, la Norvegia, soprattutto, dove sono maestri in cultura del diritto, pragmatici e genuini. Eppure, riconosco che quella è una civiltà che esporta molto conformismo”. Esempio di martirio conformista. La soppressione dei ‘generi’. Cito dal libro di Mian. Siamo in Svezia. “In una viuzza della città medievale si trova Egalia, la scuola elementare che simbolizza l’esperimento svedese di rottura definitiva del concetto maschio-femmina: qui non s’usano più le parole bambino e bambina, la scolaresca è vestita in modo neutro, il taglio dei capelli è neutro, l’unico pronome usato è il neutro – non più Han (lui) o Hon (lei), ma Hen – un’invenzione linguistica che sta dilagando nei media nazionali. Egalia è stata la prima a inaugurare l’aberrazione di costringere tutti gli scolari a fare la pipì seduti”. L’Ikea dei luoghi comuni, l’incubatrice di un ‘uomo nuovo’. “L’Artico è lo specchio delle nostre ipocrisie e contraddizioni”, mi dice Mian. Agghiacciante.

marzio

Marzio Mian insieme al gruppo di giornalisti di ‘The Arctic Times Project’

In verità, è proprio l’aggettivo a squagliarsi sul surf delle labbra. Agghiacciante. Il ghiaccio, al Nord, sta diventando raro come il pinguino reale sulle dune arabe. E l’immaginario letterario della Groenlandia diventa ambiguo, si inabissa. La ‘terra verde’, apoftegma di ogni catarsi, ora è “la più grande miniera d’uranio a cielo aperto al mondo”. Con esiti devastanti. I pescherecci girano a vuoto. E l’uranio uccide. “L’incontro più duro? Quello con i ragazzi di Narsaq. Ragazzi spacciati. Senza più legami con la tradizione né con il mondo che vedono dai loro telefonini. Il cimitero di Narsaq è qualcosa che ti spezza. Nella primavera del 2016 sono morti tanti, troppi ragazzi tra i 17 e i 18 anni. E in Groenlandia, per capirci, non si muore in un incidente stradale…”.

Marzio Mian propone un giornalismo altro. Artico, se vi va. Insieme a tre giornalisti americani di alto profilo si è inventato ‘The Arctic Times Project’. Attraversano l’Artico come noi facciamo Roma-Milano. Raccontano quello che nessuno ha le palle di. E lo propongono ai quotidiani d’Occidente. L’idea, ‘casalinga’, è replicata in ‘The River Journal Project’. Giornalisti e fotografi che marciano per narrare la vita intorno ai fiumi. “Possiamo ancora produrre grande giornalismo quando il giornalista non è uno scrittore fallito o non diventa un giornalista incontinente, cioè, ancora, uno scrittore fallito. Onestà professionale e buona scrittura fanno un buon giornalista. Io preferisco lavorare sulle fonti di prima mano, che ti obbligano a un ritmo lento, che ti costringono all’analisi”. Non è un esteta della scrivania, un pappagallo da redazione, Mian. Poi sbuffa. “Bisogna andare fuori dalle grandi metropoli, dove tutto è scontato e noioso”. Il prossimo viaggio è già fissato. Penisola di Jamal. Russia siberiana. Dove il permafrost è diventato di burro. Buon viaggio, Ulisse del Nord.

Davide Brullo