Benjamin Tammuz compie 100 anni. Lui è il Minotauro, l’enigmatico Kurtz che si aggira nel labirinto della letteratura

Posted on Luglio 10, 2019, 6:32 am
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Minotauro deve morire – e chi ha contratto affetto per lui muore in eccesso d’afflizione. Tra il Minotauro e l’agnello sacrificale non c’è larga distanza: Minotauro non è il mostro a cui vengono offerti giovani vergini per placare la fame inusuale – e la lussuria – piuttosto, è il condannato a morte. Il labirinto è il sicario, la ghigliottina.

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Non è irrilevante la sottigliezza degli dèi nell’arte del vendicare. Minosse è figlio di Europa e di Zeus in forma di toro; Poseidone, per punire l’orgoglio di Minosse, fa innamorare sua moglie, Pasifae, del toro. Dalla loro unione nasce Minotauro: a conti fatti, immagine enigmatica e gemella di Minosse. Pur sempre una donna che si unisce alla bestia. Labirinto come si sa è ricalcato sul palazzo di Minosse, a Cnosso, fitto di corridoi dalle brusche curve, di spirali. La sfida di mostruosità tra Minotauro e Minosse non c’è; non sarà un caso che Minosse è posto come giudice delle anime – e che l’inferno dantesco abbia affinità logistiche con labirinto. Sa srotolare in prato il labirinto che è l’uomo.

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Le cifre in cui si colloca la vita di Benjamin Tammuz reclamano un ordine. Nato 100 anni fa, l’11 luglio del 1919 in Unione Sovietica, muore trent’anni fa, a Gerusalemme, il 19 luglio del 1989. Un rigore cristallino spira nella data di nascita e di morte di Tammuz – sono certo che modellando la cabbala delle cifre di nascita e morte si possa dar ragione di una esistenza, ditemi superstizioso giocatore di dadi –, che contrasta con i dati assai scarsi intorno alla sua vita. Una nota – di pallida brevità – pubblicata sul New York Times avverte: “autore israeliano di origine russa, scultore e sostenitore della convivenza tra arabi ed ebrei, è morto di cancro, aveva 70 anni”. Ignoravo che fosse scultore. Negli anni Cinquanta Tammuz ha studiato alla Sorbona, a Parigi, “ha partecipato a molte mostre collettive, una sua opera, dedicata ai piloti israeliani, è visibile presso il parco dell’Indipendenza di Tel Aviv”. A leggere il ‘coccodrillo’ parrebbe un artista, mentre è uno degli scrittori più folgoranti del cinquantennio. Almeno. Per quel libro.

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Non ho trovato interviste di Tammuz. Le fotografie sono pochissime. Ha il cognome che calca l’estasi di una divinità babilonese. Alcune note biografiche lo ricordano come giornalista – per il giornale Haaretz – altre ricordano il suo ufficio culturale presso l’ambasciata israeliana a Londra (è stato anche scrittore ‘residente’ a Oxford), altre ancora segnalano il suo impegno politico e artistico nel gruppo dei cosiddetti Cananei. Su Tammuz, insomma, ci sono poche notizie, per lo più difformi, eppure è uno degli scrittori israeliani contemporanei di maggior talento. In Italia, i suoi libri sono pubblicati dalle Edizioni E/O. Li ho letti. Il frutteto e Requiem per Naaman sono romanzi ben costruiti, delicati e arsi. Poco più che interessanti. Il minotauro è un romanzo perfetto.

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Bejamin Tammuz sembra una sorta di Kurtz, è inafferrabile quanto l’Aleksandr Abramov del suo capolavoro. Il minotauro (tornato in edizione E/0 nella collana ‘Le Cicogne’), in effetti, è una sorta di Cuore di tenebra: entrambi i romanzi sono focalizzati su un ‘mostro’ – Kurtz nel caso di Conrad, l’ineffabile agente segreto innamorato arcangelicamente della ragazzina, Thea, nel libro di Tammuz – c’è un labirinto – l’Africa oscura, le oscurità occidentali; in entrambi: le sinuosità del cuore umano – e hanno una costruzione romanzesca impeccabile. Tutta la vicenda, letta attraverso un conturbante scambio di lettere, è narrata da Tammuz nelle prime trenta pagine del primo capitolo, L’agente segreto. La stessa vicenda, poi, è vista dagli occhi delle vittime e del mostro. Che dall’amore scaturisca la morte è un pensiero comune, ma che un amore mai consumato, neppure in favore d’occhi, chieda il sacrificio di innocenti è una tormentata mostruosità.

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Diverse sono le versioni moderne del mito di Minotauro: quasi tutte riabilitano la mostruosità in un difetto di sguardo umano, spesso il mostro si abbandona alla morte con carezzevole resa, di solito si mesce il mito greco a quello favoloso de “La Bella e la Bestia”, in ogni variante, anche cinematografica. Da Cesare Pavese a Borges – che capisce che il ‘mostro’ è “la casa”, cioè il labirinto – da Marguerite Yourcenar a Friedrich Dürrenmatt, il Novecento è costellato di Minotauri. Spesso ci si dimentica che la bellezza, alla greca, è unione tra armonia del corpo umano e bestialità, Dioniso che cavalca la tigre, le Baccanti che s’imbestiano, Eracle travestito da leone, gli dèi che prendono figura di belve seducenti. Tra uomo e bestia non c’è l’anatomica e automatica distinzione che assegniamo, cervellotici, ora. Minotauro è bello perché spaventoso, unione perfetta tra uomo e bestia – è bello perché è nascosto, come il dio nel tempio – le spire del labirinto come le volute del fumo d’incenso. Con efficacia narrativa Tammuz ha creato un romanzo dalla struttura labirintica, con uno straordinario Minotauro: dell’agente segreto non scopriamo il volto – che gli viene rifatto e contraffatto – ma la sconvolgente capacità seduttiva. Thea è innamorata di un enigma – non sa chi le scrive, chi è così ferocemente innamorato di lei, con una dedizione tanto accurata – e di una crudeltà.

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All’epoca – pubblicato in Israele nel 1980, tradotto in inglese l’anno dopo – Il minotauro colpisce l’attenzione di Graham Greene, che ne parla come del “miglior romanzo dell’anno”. Nitidezza formale, glaciale ferocia, la filiazione di Kafka – “avrei voluto Kafka per amico; e credo, nella mia grande stupidità, che avrebbe acconsentito. Aveva un’enorme clemenza; amava gli uomini e avvicinava anche i pazzi. Avrei avuto buone speranze” – sorprendono. Qualche anno fa, in virtù di riedizione, Maureen Corrigan lo elogia sul Washington Post. Cannando un po’ il tiro: sentendo odore di ‘ninfetta’ – l’agente segreto scopre Thea su un autobus, ha una moglie, due figlie, “E io ho quarantun anni, e lei all’incirca diciassette. Ventiquattro anni” – il recensore cita Nabokov. Il concetto è contrario, però: qui più si ama più ci si allontana. Minotauro è come dio: non consuma l’atto, protegge. Imprigiona. Non mi avrai, ma sei mia – non avrai altri che me, l’immagine che hai di me.

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Il cuore è qui: “In nessun modo potremo essere quello a cui eravamo destinati. Riunirci sarà impossibile. Il motivo è semplice, banale e umiliante, ma non voglio parlarne, perché se lo facessi, sapresti che ho paura e allora dubiteresti del mio amore. Ecco, ho già detto troppo. Ti amo, Thea. Se c’è un Dio ci farà incontrare lì dove ti ho sognata o immaginata per la prima volta, prima che tu nascessi. Se Lui non farà questo per noi, vuol dire che non è Dio, o che non esiste affatto, o che è solo un ufficio: efficiente ma indifferente”.

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Il labirinto è la Storia, tesa a svelarsi fino alla scoperta di Dio, Minotauro infinito. Possiamo essere Arianna, e attendere che il mostro si faccia uomo – o rischiare in Teseo, perché di tutti è il sogno di decapitare il dio. In terra d’Israele labirintico è il libro.

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Che colpa ha avuto Minotauro, che cosa gli si imputa, perché non sfamarlo dandogli in sposa la sorella?

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In una versione del mito, Minotauro è un bambino quando lo gettano nelle fauci di labirinto. Cresce e trova il modo di scrivere lettere in alfabeti mai visti ad Arianna, l’amata sorellastra di cui solo sa l’odore. Infine, lei sceglie le vie contorte di labirinto, si unisce a Minotauro, e mettono casa, dove i muri sanno di foresta. Sia onore a Tammuz, ha scritto uno dei libri segreti e magnetici – si può preferire il mistero alla stabilità, si può morire per un amare senza carne, perché letale è immaginare. (d.b.)