“Mentre tutto cade”. Andrea Caterini e Andrea Di Consoli raccontano una poesia italiana contemporanea. Mario Benedetti, o del governo sapiente del fuoco

Posted on Marzo 29, 2020, 9:39 am
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È stato un grande sogno vivere
e vero sempre, doloroso e di gioia.
Sono venuti per il nostro riso,
per il pianto contro il tavolo e contro il lavoro nel campo.
Sono venuti per guardarci, ecco la meraviglia:
quello è un uomo, quelli sono tutti degli uomini.

Era l’ago per le sporte di paglia l’occhio limpido,
il ginocchio che premeva sull’erba
nella stampa con il bambino disegnato chiaro in un bel giorno,
il babbo morto, liscio e chiaro
come una piastrella pulita, come la mela nella guantiera.

Era arrivato un povero dalle sponde dei boschi e dietro del cielo
con le storie dei poveri che venivano sulle panche,
e io lo guardavo come potrebbero essere questi palazzi
con addosso i muri strappati delle case che non ci sono.

Mario Benedetti

da Umana gloria, Mondadori, 2004

*

Difficile immaginare una poesia così coincidente con la propria vita come quella di Mario Benedetti. Bisognerebbe andare ai russi, a Osip Mandel’štam, all’Achmatova, ma senza immaginarli dentro la corrente dell’acmeismo a cui appartenevano. Poesie che erano nude vite, per quanto di spirituale possa contenere ogni vita; per quanto si possa accettare di trasformare il dolore che abbiamo attraversato in nuova vita. Quella di Benedetti era però una poesia senza posa, disarmata e disarmante (ma non per questo ingenua, anzi, assolutamente consapevole dei propri mezzi espressivi). In lui una lingua parlata – con quelle eccedenze quasi oltre metrica – poteva diventare un verso musicalmente perfetto, tanto esatta era la scansione ritmica di una riga. Ma non si trattava della traduzione di un racconto orale, ma piuttosto di una vita che si narra senza mai afferrarla davvero fino in fondo; che la si dice per conoscerla. E voglio fermarmi su questa parola: “dire”. Avrei potuto usare “esprimere”, ma per Benedetti molto spesso ciò che vedeva si risolveva in un dettato che si direbbe didascalico. Quella pronuncia (i continui verbi all’infinito, come azioni che si sono compiute ma che non smettono di interrogarci, quasi si ripetessero nella lingua, nel ricordo) era il segno di una riconosciuta incolmabilità conoscitiva, in cui la vita davvero non si compie, come irrisolta per natura più che per errore. «È stato un grande sogno vivere». Quanti poeti oggi saprebbero usare una proposizione come questa senza provarne imbarazzo? Benedetti non prova vergogna perché non ha un briciolo di malizia. Ha troppo sofferto e troppo gioito per sprecare la vita nella melma dell’ipocrisia. Ma la sincerità non è il suo reale valore; ma qualcosa di più profondo, ancora, viene da dire, di più nudo della nostra stessa nudità. Ma cosa c’è di più nudo della nostra nudità se non la nudità altrui, quella in cui è possibile riconoscere se stessi nell’altro, se stessi nella differenza dell’altro, l’altro nella differenza? «Quello è un uomo»; e ancora un rafforzativo: «quelli sono tutti degli uomini». Per quale ragione nominarli se non perché li si sta riconoscendo ora per la prima volta? È stato un grande sogno vivere. Sì, quella vita che si è vissuto fino in fondo ha fatto a Benedetti un dono. Non il dono di conoscerla ma di capire che quel sogno era reale, era vero. L’infanzia in Friuli, il padre scomparso troppo presto («il babbo morto, liscio e chiaro/ come una piastrella pulita»), la povertà («le storie dei poveri che venivano sulle panche»), il terremoto del 1976 che ha distrutto case e comunità («i muri strappati delle case che non ci sono»). No, non è la vita che ci mette alla prova, ma cosa, di questa vita anche crudele, di questa vita che pesa e che segna e che ferisce e che sanguina, sappiamo fare. Il sogno è il contrario di ogni illusione. Il sogno è quello spazio in cui si può essere nudi davanti ad altri esseri umani nudi come noi – e non provare vergogna alcuna. Una cosa che ho imparato quando facevo il pugile è che nessuno ci conosce meglio come il nostro nemico, perché nessuno ci osserva con tanta attenzione e dedizione come fa lui, che cerca il nostro punto debole. Eppure, una volta riconosciuta la fragilità, quel corpo nudo che ci resta difronte disarmato diventa nostro fratello. «Quello è un uomo». Per questo non c’è niente di più vero di quel sogno, di quel grande sogno che è vivere.

Andrea Caterini

*

Non mi soffermerò a lungo sul punto di vista sul mondo di Mario Benedetti, evidentemente fraterno, umile, commosso, “etico”. E non lo farò perché sarebbe un modo per trascurare l’aspetto più importante, secondo il mio modesto parere, della sua poesia. Che non è il calore dello sguardo, quel posarsi fraterno dello sguardo sul dolore, sullo smarrimento, sulle memorie, e che ha reso la sua poesia tra le più amate degli ultimi anni. La poesia di Benedetti emerge anzitutto, a mio avviso, per un eccesso di controllo sui versi e sui sentimenti. La grande poesia è sempre controllo dell’impeto, governo sapiente del fuoco; ma si tratta, alla fine, di trovare l’equilibrio – l’equilibrio, insomma, tra forma e sentimento. In Benedetti il sentimento è evidentemente forte, ma sono convinto che tra il sentimento primigenio e l’esito finale di una sua poesia intercorra sempre uno “spazio” che è estremamente complesso e laborioso, e che io immagino largo, e che non può essere ridotto alla prova della variantistica. Lo dico un po’ brutalmente: questo spazio “artigianale” è di estrema importanza, per il critico meno ingenuo. Il controllo che Benedetti esercita sulla poesia è molto forte: non fino al punto di soffocare il sentimento, ma sufficientemente forte da togliere spontaneità ai suoi versi, che pure mantengono sempre, provo a dirla così, l’eco della spontaneità, un riflesso vermiglio del fuoco. Questa è una virtù, indubbiamente. Ma si badi alla musica segreta delle sue poesie che, ad ascoltarla bene, manifesta sempre una evidente dissonanza. E questo, per me, è un “nodo” da sciogliere. Provo a raccontarla così, questa dissonanza: nelle sue poesie sopravvive sempre l’eco di un canto caldo, l’orma o il calco di un impeto sentimentale, di una commozione profonda – ma sopravvive, appunto, come eco; perché la musica definitiva delle sue poesie è invece atonale, “prudente”, raffreddata da un controllo – assai sapiente – sulle immagini, sugli accostamenti lessicali, sugli esiti ritmici. Cosa avviene nella poesia di Benedetti dal momento dell’intuizione lirica al momento in cui la poesia viene licenziata? Quello che avviene in quello “spazio” è l’aspetto più interessante della sua poesia. Una poesia molto lavorata, limata, costruita per sottrazione emotiva e patetica, e che, per rigore, ha pochi eguali nel panorama poetico italiano. Tuttavia rimane come la sensazione di una poesia “castrata” da un eccesso di perfezionismo – un perfezionismo non esibizionistico o spavaldo ma, al contrario, umile, serio, di chi è consapevole dei rischi retorici della poesia. Credo che l’antiretorica sia un vero e proprio cardine, nella poesia di Benedetti. Ma ho anche il sospetto che versi ben torniti come “Sono venuti per guardarci, ecco la meraviglia: / quello è un uomo, quelli sono tutti degli uomini” siano il risultato di un continuo piegare il calore verso una temperatura ambientale media, che a volte dà la sensazione che gli strumenti critici, ampiamenti posseduti, prevalgano sui sentimenti. Bendetti è disposto a sacrificare la potenza dei sentimenti in nome di una sobrietà stilistica che però, a volte, rischia di essere atonale per dovere antiretorico, per attitudine al controllo e per eccesso di consapevolezza critica. Una poesia, quella di Benedetti, profondamente fraterna, ma per niente ingenua. Una poesia lavorata incessantemente, fino al punto di far intravedere questo lavoro, anche quando sembra ben nascosto agli occhi del lettore.

Andrea Di Consoli

*In copertina: Mario Benedetti (1955-2020) in un ritratto fotografico di Dino Ignani

**“Mentre tutto cade” ha raccontato una poesia di:

Beppe Salvia

Valerio Magrelli

Salvatore Toma

Antonella Anedda

Dario Bellezza

Giovanni Raboni

Giuseppe Conte

Patrizia Cavalli

Milo De Angelis

Stefano Simoncelli