Benedetta casualità: per i 5 anni di pontificato di papa Francesco arriva la pia letterina di Ratzinger. Una domanda aleggia tra le catacombe vaticane: chi è il ghost writer, lo Spirito Santo?

Posted on marzo 13, 2018, 11:33 am
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I dati di fatto mi incriminano, dovrei fare pubblica ammenda, carcerarmi nel giardino sotto casa e darmi fuoco, senza un lamento, come un Giordano Bruno degli ignoranti. Lo dico. A me quell’11 febbraio del 2013 m’era parso uno squarcio. Il taglio di Fontana, lo schizzo sciamanico di Pollock, lo sguardo sghembo di Van Gogh, la fuga di Gauguin, il blabla di Antonin Artaud, il verso di Ungaretti che va in canoa sulla pagina bianca, il “riveder le stelle” di Dante. Uno sparo. Uno sparo simile a una icona. Benedetto XVI lascia il trono pontificio. Una ustione. Alcuni minimizzarono: è un vecchio. Il Papa che recide il compito per cui deve dare la vita. Cosa importa se è vecchio? Guardate alla mistica disintegrazione di Giovanni Paolo II. Un Papa non molla il compito come uno che decide di licenziarsi dal noioso lavoro in banca. Un Papa deve morire sul trono. Sentii il vigile nitrito dell’abbandono. Così, buttai giù un libro, roso dal furore. Il libro fu pubblicato da Guaraldi nel marzo del 2014. A un anno dall’elezione pontificia di Papa Francesco. Nel libro, Rinuncio, che è poi il diario fittizio di Benedetto XVI redatto intorno alla sua scelta – ai miei occhi mistica, anzi, teologica, non certo ‘caratteriale’ o ‘biologica’ – ipotizzavo la nascita di una setta intorno al ‘vero papa’. “Riteniamo che il gesto di Benedetto XVI abbia cambiato per sempre la storia della Chiesa, sia un azzeramento, la morte prima della rinascita, un sepolcro dentro cui dobbiamo adagiarci, al freddo, facendo a meno della luce. Per questo, rinunciamo a diventare frati e sacerdoti, e ad assumere alcun ruolo in questa vita. Rinunciamo a confessarci e a prendere la comunione, ma anche a mendicare, perché ogni rito è capovolto, ogni scelta sbriciolata. Evitiamo i gesti eclatanti, gli atti evidenti degli esaltati: cerchiamo di dimostrarci indegni di Cristo e della Chiesa, per rinforzarne la grandezza. Pratichiamo incessantemente la preghiera, leggendo e interpretando le parole di Benedetto XVI, lasciandoci da esse interrogare. Alcuni ci chiamano ‘i deboli’ e ‘i rinunciatari’, siamo gli alberi, inamovibili, che tratteggiano la via che Gesù dovrà percorrere, riabilitando la terra”. Così, nella finzione, scrive Giusto Maria Maddalena, discepolo di Benedetto XVI. Nel libro simulo anche una lettera di Papa Francesco a S. E. Mons. Alessandro Innocenti con la richiesta di “soffocare i disobbedienti”, di sedare l’eresia, perché “il gesto di questi ‘rinunciatari’ non è diverso dal suicidio, è un precipizio nel niente. La loro povertà non è un’opzione sincera – tra l’altro contemplata dalla Chiesa – ma una fuga. Essi non preparano la strada a Cristo, in preghiera, come dicono, ma praticano la vigliaccheria”. Il romanzo destò qualche barlume d’interesse – gara al Campiello, con entusiasta Monica Guerritore che lo legge davanti ai basiti giudici – e andò in scena, in versione teatrale, sconcertante, con Paolo Graziosi a fare un Benedetto XVI afflitto, perduto, deturpato, che parla coi ratti. Ora, alla luce della lettera inviata da ‘papa Ratzinger’ a Mons. Dario Edoardo Viganò (“Plaudo a questa iniziativa che vuole opporsi e reagire allo stolto pregiudizio per cui Papa Francesco sarebbe solo un uomo pratico privo di particolare formazione teologica o filosofica, mentre io sarei stato unicamente un teorico della teologia che poco avrebbe capito della vita concreta di un cristiano oggi”) debbo cospargermi il capo di cenere. Anzi, di benzina. Il papa ‘emerito’ – epiteto francamente poco papale, dell’emerito lo si da anche a un cretino – che commenta l’iniziativa della Libreria Editrice Vaticana, che ha varato una collana dal titolo ‘La Teologia di Papa Francesco’ (brutto affare, sempre, quando il boss fa pubblicare i propri pensieri ai dipendenti…), scrive chiaramente che tra lui e ‘Papa Bergoglio’ c’è sintonia, affinità, continuità. “I piccoli volumi mostrano a ragione che Papa Francesco è un uomo di profonda formazione filosofica e teologica e aiutano perciò a vedere la continuità interiore tra i due pontificati, pur con tutte le differenze di stile e di temperamento”. A questo punto, riconosco la mia cecità, l’inciucio della presunzione. Romanzo pieno di domande liriche e conturbanti (“Ma anche l’amore ha un limite. Dopo cosa accadrà? Cosa sa superarlo?”), il mio, ma sostanzialmente scemo. Son pronto ad armare il cilicio, va bene. Lasciatemi avanzare un paio di sfiziosi interrogativi. La pia lettera di papa Benedetto XVI viene come la candelina sulla torta che festeggia – oggi – i primi cinque anni di pontificato di papa Francesco. Benedetta casualità? Secondo. Rileggete la lettera. Stile piatto, banale, innocuo. Puro cristianesimo da fast food. Non è lo stile di papa Benedetto XVI. Urge interrogativo: chi è il ghost writer di ‘papa Ratrzinger’? Lo Spirito Santo? (d.b.)