Vincere la monotonia coniugale, desiderare di essere frustata, ricoperta di fango, fatta prigioniera: il genio scandaloso di “Bella di giorno”

Posted on Febbraio 19, 2020, 9:19 am
7 mins

Annoiarsi dentro la monotona (e agiata) vita coniugale, sognare di essere legata, frustata, ricoperta di fango, fatta prigioniera. Accarezzare l’idea di lavorare in una casa d’appuntamenti, di essere violata da altri. Precipitare dentro incontri scabrosi, sadomasochisti, rischiando, tragicamente, di innamorarsi di un cliente. Lo scandaloso, in abiti eleganti, film Bella di giorno (che vince il Leone d’Oro alla 32ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia), opera del padre del Surrealismo Luis Buñuel che consacra all’immortalità, nel 1967, la superba bellezza di Catherine Deneuve, sarebbe premiato ancora oggi ai tempi del Metoo?

*

Un lontano 10 febbraio 1898 nasceva a Villa Clara, in Argentina, il giornalista francese Joseph Kessel. È stato lui a concepire, nell’altrettanto lontano da noi 1928, il romanzo Bella di giorno, immortalato dal regista Buñuel. Le contraddizioni del desiderio, le prismatiche pulsioni della bellissima Séverine la rendono un personaggio femminile irrisolto e assolutamente affascinante, ancora oggi, con la sua doppia e contraddittoria vita tormentata. È il momento in cui intraprende la sua discesa agli inferi e inizia, di fatto, la sua prostituzione che sente suo marito più vicino a sé e la sua vita sembra acquistare finalmente un senso. Tradire serve per amare di più e più profondamente? Tradire se stessi significa tradire l’altro? La discesa all’inferno corrisponde a salire le scale dell’appartamento di Madame Anaïs, il nome non può che evocarci (per una strana coincidenza) quello di Anaïs Nin, l’autrice della celebre raccolta di racconti, Il delta di Venere, pietra miliare della letteratura erotica, pubblicata, però, nel 1977.

*

Pierre (Jean Sorel) e Séverine sono una giovane coppia francese, lui è un chirurgo assai impegnato nel lavoro, all’apparenza sembrano sposi felici, trascorrono d’inverno le vacanze in montagna. Ma la virtuosa Séverine viene a conoscenza, grazie all’insinuante amico di suo marito (Michel Piccoli) dell’esistenza di una casa d’appuntamenti, in Cite Jean de Samur, al numero 11. Da Madame Anaïs. Séverine è vestita di nero, il cappotto ben abbottonato, i capelli sapientemente raccolti dentro un caldo e scuro colbacco. Gli occhi immensi, le ciglia con un abbondante mascara, si guarda intorno timidamente, prima della decisione fatale (non è forse quello che si fa prima di cogliere un frutto proibito?). Incontra per strada una donna che lavora lì, lo sguardo di lei sfrontato, deciso e senza timori, il soprabito stropicciato, fuma e getta a terra la sigaretta con disprezzo. Séverine si reca al parco, è autunno, un morbido tappeto di foglie secche ricopre i viali, si siede su una panchina di legno, davanti ai bambini che giocano, le bambine saltano la corda. Si asciuga le lacrime, con un candido fazzoletto, forse pensa di abbandonare quella sua stessa innocenza ferita, una volta per sempre. Si sente un lontano rintocco di campane. E Séverine ritorna lì al numero undici di Cite Jean de Samur, stavolta indossa anche un nero paio di occhiali da sole. Mentre sale le scale della perdizione, ripensa al giorno della sua prima comunione, al suo rifiuto dell’ostia consacrata. Al rifiuto del corpo di Cristo. Ma è un pensiero fugace, il ricordo dura pochi istanti. La decisione è presa. E le sue continue incertezze, una volta vinte, le spalancano la strada per la sua seconda vita.

*

Come ogni casa d’appuntamenti, anche questa dispone di uno spioncino voyeuristico che consente alla giovane novizia Séverine di apprendere attraverso l’esempio, i desideri sadici e le strane fantasie di un cliente professore. A quel punto affiora, risorge nella giovane protagonista uno sbuffo di rivolta, una istintiva ribellione. Che rivolge alla madama, ma anche a se stessa, a quella sé che è ora la donna perduta: “come si può cadere così in basso? Lei sarà abituata, ma per me è ripugnante”. Dopo il profumo d’asfodeli e l’accenno alla necrofilia in un castello alle porte di Parigi, arriva inesorabile il cortocircuito tra le due vite parallele di Séverine. È Marcel (il bellissimo e spietato Pierre Clémenti), con i suoi denti d’oro e la cicatrice sulla schiena, gli stivali neri e le sue calze di lana bucate sul tallone, che si innamora di lei. Perdutamente. In quella tenera atmosfera familiare della casa di appuntamenti, nell’elegante (ma non troppo pretenzioso) bordello parigino, è possibile anche questo. “Se solo ti confidassi con me, io potrei aiutarti”, le suggerisce ingenuamente il marito tradito, che intuisce che dietro il distacco femminile, c’è dell’altro, o meglio, un altro. E poi quel suo sguardo buono, da medico, che indugia su una sedia a rotelle abbandonata alle porte dell’ospedale, come presago del destino funesto che si sta per abbattere sull’apparente quieta realtà coniugale. “È lui l’ostacolo” dice Marcel brandendo la cornice argentata con la foto del marito di Séverine. E ciò che non è possibile, pensabile, diventa reale e gli ostacoli si rimuovono a colpi di pistola. Nel finale (che sembra quasi l’inizio dell’amante di Lady Chatterley) aleggia il senso di colpa. E il dubbio che da sempre affigge chi scopre un tradimento. Rivelare il segreto? Dire: “quello che so di lei”. È il marito, non più Séverine, stavolta a indossare un paio di occhiali scuri, che potranno nascondere gli occhi dalle lacrime. È una prova d’amicizia, questa? “Gli darò un grande dolore, ma forse questo l’aiuterà. Chi potrà dire, dopo, che sono un uomo crudele?”.

Linda Terziroli