Un inno alla passione che travolge tutto e tutti, un’orgia di parole che sviscera fino al midollo l’amore. “Bella del Signore”, il libro “mostruoso” di Albert Cohen

Posted on Giugno 06, 2020, 8:07 am
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Un libro “mostruoso”, un mare in tempesta le cui onde ci sollevano in cielo per poi farci sprofondare negli abissi, un’orgia di parole lunga ottocento pagine che sviscera fino al midollo la passione amorosa. Sto parlando di Bella del Signore, il romanzo di Albert Cohen, ebreo di nazionalità svizzera, che nella sua vita (1895-1981) ha affiancato l’attività di scrittore a quella di funzionario in importanti organizzazioni internazionali. Un libro che è un inno alla passione, quella totale che travolge tutto e tutti, che non ha riguardo per niente e per nessuno, che brucia l’anima e che fatalmente è destinata a spegnersi per una sorte di autocombustione. Una fiamma troppo forte per durare a lungo, ma che proprio in questa forza smisurata trova la sua grandezza e la sua miseria.

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Un sentimento che annichilisce Solal e Ariane, i due protagonisti del romanzo, incapaci di resistergli, prima quando l’amore irrompe come un ciclone e sconvolge le loro vite, per poi diventare vittime del suo spegnersi. Non un’esaltazione sdolcinata della passione amorosa, tutt’altro. L’autore ci presenta il più classico “coupe de foudre” tra un uomo e una donna, con tanto di sottofondo di violini, per poi farne una spietata autopsia e tirare fuori quanto di più ridicolo e meschino si nasconde dietro la facciata dipinta di rosa. Un po’ come assistere allo sbocciare di un fiore, godere del suo splendore e del suo profumo, per poi osservarne il graduale appassimento e sentire i miasmi della sua putrefazione.

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La storia è ambientata tra la Svizzera e la Francia negli anni Trenta e Cohen descrive la parabola di questa grande passione muovendosi come un equilibrista tra pagine degne dei classici dell’Ottocento e capitoli in cui dà libero sfogo a un flusso di coscienza che ricorda da vicino quello dell’Ulisse di Joyce. Per dare un’idea della potenza del romanzo e del suo autore basta ricordare che Bella del Signore è stato definito una cattedrale gotica e Cohen un Proust eterosessuale. Non male direi.

Tutto il libro è percorso da una sottile vena ironica, con parti molto divertenti e quasi comiche nelle quali l’autore descrive la vita di una certa grande borghesia del tempo, e anche nelle scene più intense e drammatiche sembra quasi di scorgere sulle labbra di Cohen un sorriso lieve, non cattivo, semmai condiscendente. Come un invito a non essere troppo severi con quei piccoli, ridicoli, esseri umani, così simili a tutti noi, in balia di sentimenti troppo grandi per loro.

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Senza dubbio un romanzo di forte impatto che ci spinge a riflettere sull’amore, un sentimento che tutti abbiamo provato, o almeno crediamo di avere provato. In ogni caso un sentimento che vale la pena cercare, sapendo, come ci suggerisce Cohen, che è un frutto raro e tanto fragile da estinguersi forse nel momento stesso in cui raggiunge la sua attuazione, se è vero che l’amore nell’istante in cui nasce ha già i primi sintomi della sua fine, destinato inesorabilmente a essere consumato dalle piccinerie degli esseri umani e dalla banalità della vita di tutti i giorni. Il vero, autentico, valore della passione lo tocchiamo quando l’amore lo inseguiamo, lo sogniamo, lo desideriamo fino a smangiarci l’anima all’inseguimento di questa sorta di terra promessa. Una corsa disperata per arrivare a toccare anche solo per un momento un briciolo di felicità.

L’autore, Albert Cohen, così definiva il suo romanzo: Un affresco dell’eterna avventura dell’uomo e della donna.

Di mio posso solo aggiungere che si tratta di un’avventura forse senza speranza, ma che da sola può dare un senso alla vita.

Silvano Calzini