Bataille e l’ossessione per il buco del c**o: una filosofia erotica (ed eretica) senza risposte

Posted on Ottobre 09, 2019, 10:06 am
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Non voglio parlare d’altro se non dell’ossessione di Bataille per il buco del culo. (Di altre sue manie se ne sa già abbastanza). Le petit, così vezzosamente lo chiamava, segna di lorda spregiudicatezza la sua opera letteraria come, forse, quella di nessun altro écrivain. Ma in Bataille il culo e la penetrabile profondità del suo buco sono molto di più che vergognose pudenda. Tra le sue mani essi assurgono a concetti di una filosofia erotica (ed eretica) che, come ogni disciplina che si rispetti, sa di non avere risposte. Dopotutto la filosofia è come “una festa di nozze in campagna”, un allegro schiamazzo di commensali un po’ alticci, “nessun problema immaginabile, a meno che uno di loro non commetta un delitto” (G. Bataille, Il piccolo, 1934).

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Diciamolo subito, la risonanza delle reminiscenze platoniche qui non ha eco. Non ce ne faremmo niente degli eros urani e pandemi, delle afroditi glaucopidi, delle pitocche sacerdotesse di Mantinea o di tutte le altre trovate mitologiche del fondatore dell’Accademia. In una partita con Bataille, Platone non segnerebbe nemmeno un punto.

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In Bataille tutto passa per il corpo, tutto è carnalità. L’affettuoso e infantile nomignolo che egli dà al buco del culo – il “piccolo” – lo ha imparato nei bordelli di Francia non dalla Metafisica di Aristotele. E al “piccolo” si prende il gusto di dedicare un récit stralunato e sfacciato carico di lussuria che però, saggiamente, evita di firmare con il suo nome.

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La carnalità nella scrittura di Bataille è un portolano di esperienze erotiche che ambiscono a un misticismo ascetico che neppure il dileggio strabico di un Sarte riuscì a banalizzare. Tuttavia nel misticismo di Bataille non si annusa santità ma il fetido miasma dell’eccesso e di una conseguente dissipazione: “L’erotismo è crudele, porta alla miseria, esige dispendi rovinosi. […] In compenso, gli stati mistici, estatici, che non comportano una rovina materiale o morale, non si privano di sevizie esercitate contro se stessi.” (G. Bataille, Op. cit.).

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L’approccio di Bataille all’esperienza erotica è di natura escrementizia, proprio come la sua eterologia, la “scienza del tutt’altro” di cui, tra gli anni Venti e Trenta del ’900, si proclamò fondatore. Una scienza anomala che si muove tra gli scarti, tra ciò che è stato rifiutato e respinto dalla presunta infallibilità delle scienze positive, ma che non manca di fare rima con scatologia, la “scienza delle deiezioni”.

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L’ano è la notte, il buio osceno e pauroso, quello che mozza il fiato in fondo alle cantine senza luce, che ci impone di volgere lo sguardo altrove o di chiudere gli occhi quando si è accecati dalla luce del sole. A sua volta, l’anello solare, l’aura di luce che circonda la fiamma abbagliante dell’astro celeste, riproduce un cerchio, ossia la rotondità tumida e superba dell’ano. Il breve testo di Bataille intitolato L’ano solare (L’anus solaire, 1927) è l’antefatto concettuale del “piccolo” ma anche la parodia escrementizia di un ossimoro. È il buio luminoso, è un’accecante oscurità, un sole nero, il gioco linguistico che egli costruisce per parodiare la vita. Già, perché la vita è parodistica e manca di interpretazione: “Così come il piombo è la parodia dell’oro. / L’aria la parodia dell’acqua. / Il cervello è la parodia dell’equatore. / Il coito è la parodia del delitto.” (G. Bataille, L’ano solare). Ed è parodistica a tal punto, la vita, che l’uomo ha concentrato nel volto quello che le scimmie, invece, hanno nella germogliante brillantezza dell’orifizio anale. Grida, riso, lacrime, singhiozzi, la congerie delle possibilità espressive dell’uomo passano tutte attraverso l’orifizio buccale, le orbite oculari, l’imbuto della gola. Energia promanata soltanto dalla parte superiore del corpo. Cosicché, sempre parodisticamente, l’ano umano, inutilmente esposto, si è ritirato nello spacco delle natiche manifestando la sua sporgenza soltanto “nello stare accoccolati e nell’escrezione”. Con la conquista della stazione eretta, insomma, l’uomo non ha avuto più bisogno di mostrare la calva protuberanza della sua posteriore apertura come quando, da animale, camminava a quattro zampe.

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Bataille è ossessionato dalla oscena e spettacolare visione dell’ano, e non lo nasconde. Un giorno di luglio del 1927, allo Zoological Garden di Londra, rimane sconvolto da una specie di abbrutimento estatico procuratogli dalla vista della nuda sporgenza anale di una scimmia. Tanto è sconvolto che, a distanza di anni, ne scrive condizionato dalla brutalità di un’erezione che non lo libera dall’immagine terrificante dell’enorme “frutto anale crudo di carne rosa raggiata e merdosa”, una sporgenza che, come un ignobile cranio, avrebbe volentieri fracassato con un secco colpo d’ascia. Ma spaccare il cranio (o rompere il culo, diciamo noi con disincanto) preconizza una perdita ulteriore, una consapevole rinuncia, ossia la perenne impossibilità del godimento sessuale che passa proprio da lì, dall’anus. Il deliberato atto di violenza che rompe e manda in rovina il “piccolo”, interdice il piacere, sacrifica e sperpera un godimento in ragione di una sovrana improduttività il cui unico desiderio rimane ora quello dello spreco insubordinato.

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Non facciamoci illusioni, nessuna sottomessa passività deve essere fraintesa con l’ostentata analità letteraria di Bataille. Anzi, l’inversione concettuale che egli cesella quando parla di culo e deiezioni allude piuttosto a una sovranità, a un porsi al di là dell’utile e del produttivo possibile soltanto con il suo contrario: lo sperpero, la disfatta, la totale dissipazione. Sovrano – e non signore, padrone! – è colui che ha imparato la dépense, il dispendio, la perdita più grande possibile. Tutto è evacuato, espulso o distrutto nel fascino spettacolare della dépense improduttiva che ha il suo simbolico corollario nell’anello sfinterico del buco del culo, nel petit. Insomma, la sovranità del dispendio è sempre sovranalità.

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Lou Andreas-Salomé, la maliarda russa che non disdegnò di flirtare contemporaneamente con Paul Rée e con l’impacciato Nietzsche, com’è noto, trovò il tempo anche per la psicoanalisi. In Anal und Sexual (1915-1916) si prende la briga di rilevare che “stando al loro aspetto esterno” i materiali della procreazione “sono assai poco dissimili dai più diversi materiali di escrezione”. Eppure, questi ultimi attivano una rimozione precoce e una consegna esasperata al “ripostiglio di ciò che è diventato inservibile, di ciò che viene scartato, dei rifiuti del corpo”. Bataille, invece, spalanca quel ripostiglio ripercorrendo a ritroso il sentiero della rimozione per riaffermare la sovranità dell’inutile.

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Spesso, nelle pagine di Bataille, occhio e orifizio anale hanno rapporti di contiguità che sono difficili da evitare: “[…] una donna infinitamente più nuda di un’altra […]. Ma sempre con l’orifizio posteriore aperto ai miei occhi, alle mie mani – a volte ad altri occhi” (G. Bataille, Il piccolo, 1934). Queste paradossali coincidenze svelano che il piccolo è anche il piano di immanenza di una costruzione molto più articolata e singolare. Essa richiama un’altra ossessione di Bataille, quella per l’occhio. Ogni buco, incluso quello anale, può contenere un occhio, ogni foro è il ricalco di un’orbita oculare, di una cavità in cui alloggiare il bulbo viscido e compatto di un occhio. Ogni fenditura può assumere la potenziale capacità di “vedere”, proprio come le lubriche aperture carnali della criminale Simone di volta in volta accolgono uova sode, testicoli di toro e il bulbo oculare enucleato dalla fronte di un prete voluttuoso su cui la sua vulva pelosa, infine, “piange lacrime d’orina (G. Bataille, Storia dell’occhio, 1928). Vedere, per Bataille, è un’insopportabile infermità cui Dio, con la sua cieca infinitezza, ha condannato l’intera umanità dimenticando che gli occhi degli uomini non sopportano “né il sole, né il coito, né il cadavere, né l’oscurità, ma con reazioni differenti” (G. Bataille, L’ano solare).

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Ma mi ero proposto di non parlare d’altro. Ed è quello che intendo fare.

Vincenzo Liguori