Capita che la vita chieda una deroga da noi stessi per riconciliarsi. Ma con chi? Con cosa? Pensavo al romanzo, quello italiano del Novecento, che avevo letto tanto da ragazzo e poi abbandonato, sentendo di avergli costruito sopra un monumento che non meritava. Ma non so se si trattasse davvero di questo. Forse avevo bisogno di riconciliarmi con quei libri perché non sentivo più l’appartenenza a una nazione. Si dirà che ognuno sente la sua patria nella stessa misura in cui è capace di sentirsi in comunione con qualcosa e qualcuno. Occorre essere capaci di dissociarsi da se stessi per provare questo sentimento di espulsione dal sé, smettendo per un attimo di guardarsi. Ma non sono decisioni che si possono prendere su due piedi. Ci si sveglia una mattina e via, abbandonato il proprio corpo sul letto. È necessario che la vita vi offra l’opportunità di dimenticarci di noi, di uscire fuori da uno spazio mentale la cui polvere fa bruciare gli occhi, prudere la pelle.

Mi sono messo quindi in viaggio. Un viaggio che dura ormai da tre anni, raggiungendo senza criterio e senza senso tutta la penisola. Viaggi di lavoro. Quello che si dice una botta di culo. Che poi non è così, la fortuna non accade; è la nostra predisposizione al cambiamento che, per così dire, ci fa cadere – cadere dentro una vita che non immaginavamo, che ci era sconosciuta, che chiedevamo, senza saperlo, avvenisse, facendoci incontrare persone diverse e stabilire dei legami nuovi. Ogni viaggio, ogni destinazione, mi sono portato dietro un romanzo, che avevo in certi casi già letto, in altri mi era totalmente ignoto. Volevo capire a cosa avevo negli anni rinunciato; cosa avevo abbandonato; la ragione per cui l’avevo rifiutato. A pensarci, si ritorna indietro per capire cosa non abbia funzionato in una storia d’amore, qual è stato il momento della frattura, la soglia in cui uno dei due amanti ha deciso di mollare la presa, voltare lo sguardo altrove, lasciare la molla della volontà. Io e l’Italia. Chi aveva tradito chi? Chi aveva tradito per primo se stesso e le sue radici?

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Del resto, ogni cosa ha una doppia vita. Una visibile a occhio nudo, l’altra nascosta allo sguardo. L’una, mostrandosi, protegge l’altra, che è il suo alimento. Ogni cosa vivente custodisce e segretamente difende le sue radici. Che le difenda o le tradisca non era cosa che potesse risolversi con un ragionamento a tavolino. Per capire bisognava pure rinunciare a qualcosa: io a me stesso, e alla mia vanità, lei a respingermi. 

Volevo partire quindi da un mondo ripudiato, o che, più semplicemente, sentivo ormai del tutto esaurito o completamente trasformato.

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Pare che il senso della parola “civiltà” abbia assunto una connotazione tutta urbana, cittadina. Civile è chi vive nell’urbe: chi ha raggiunto un elevato grado di sviluppo sociale, politico, economico. Eppure, se davvero così fosse, significherebbe che un intero bagaglio di saperi che alla civiltà urbana sono estranei si sarebbe estinto. Sembra un uomo che cammina con la schiena ricurva e le mani callose, che si allontana e si rimpicciolisce alla vista, in cerca di un suo definitivo esilio. Quell’uomo somiglia a una rimozione: è una sineddoche. È l’intero mondo contadino che sparisce come sparisce una storia che si vuole esaurita o dimenticata. Una storia che la Storia non ha incluso nelle sue pagine, nonostante ci abbia appartenuto per secoli. Ero sceso quindi in Lucania, dove in certe strade di campagna la terra ancora secca le mani. Era la storia di quell’uomo che volevo raggiungere, che non desideravo vedere scomparire definitivamente.

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Quando negli anni Trenta lo scrittore e pittore torinese Carlo Levi venne confinato dal regime fascista in un paese della Lucania, nel Materano, usò un’espressione diventata poi proverbiale: “Cristo si è fermato a Eboli”. Cosa voleva dire? Che in Lucania, in questa terra contadina e pastorale, la Storia con la S maiuscola non era mai arrivata, così come non erano arrivati secoli di civiltà.

Dalla capitale dell’Impero la costruzione delle grandi vie consolari, anche quelle che scendevano verso il sud, come l’Appia, qui non vi giungevano, virando verso la Puglia. I popoli che invece venivano dal grande Mare, il Mediterraneo, si limitarono a presidiare le coste perché si accorsero che l’entroterra era troppo roccioso per essere coltivato. L’entroterra, quando vi giunse lo scrittore, era sempre stata una terra di nessuno. «Parlavo con i contadini, e ne guardavo i visi, e le forme: piccoli, neri, con le teste rotonde, i grandi occhi e le labbra sottili, nel loro aspetto arcaico essi non avevano nulla dei romani, né dei greci, né degli etruschi, né dei normanni, né degli altri popoli conquistatori passati sulla loro terra, ma mi ricordavano le figure italiche antichissime. Pensavo che la loro vita, nelle identiche forme di oggi, si svolgeva uguale nei tempi più remoti, e che tutta la storia era passata su di loro senza toccarli».

È un’altra storia quella che le parole di Carlo Levi ci hanno raccontato, una storia sempre esistita che ha determinato la vita di queste genti. Un mondo senza Storia è un mondo privo del senso del tempo. Qui, in alcuni paesi della Lucania, fino a non molti decenni fa i secoli si sono succeduti con la stessa ripetitività delle stagioni. Senza che nulla, alla sostanza, mutasse.

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In Basilicata ho due cari amici, Peppone Calabrese e Andrea Di Consoli. Uno vive e ha sempre vissuto lì. L’altro ci ha passato l’infanzia e l’adolescenza, per poi emigrare a Roma, partendo senza un soldo, sostenendosi con i pochi spicci che guadagnava lavorando da cameriere e studiando, di notte, per prendersi una laurea in Lettere e diventare poi lo scrittore che è diventato.

Con Peppone avevo parlato al telefono di Levi e si era subito adirato. Era una reazione che tutto sommato mi aspettavo. «Levi», mi diceva, «è come uno di quei parenti che non vedi mai e vengono a trovarti dal nord Italia due giorni l’estate. Strappano con le mani un pezzo di lucanica, bevono due litri di Aglianico, affettano il caciocavallo, fanno festa e sentono di aver conosciuto il mondo contadino. Ma non si mischiano mai veramente. Quella visita è per loro un viaggio esotico, come di chi ti guarda sempre dall’alto in basso. Levi ha fatto la stessa cosa. Ha raccontato la Lucania come fosse il terzo mondo, ma era tutta l’Italia contadina a essere così, non solo la Lucania, che quando la descrisse lui in realtà poteva vantare già un’ottima vivacità intellettuale: Leonardo Sinisgalli, Rocco Scotellaro… Solo che lui non sapeva ancora chi fossero. O faceva finta di non saperlo».

Peppe non è certo il solo lucano a non amare Levi. Quando, nel 1946, ritornò dopo molti anni per la prima volta in Basilicata, Levi aveva da poco pubblicato Cristo si è fermato a Eboli. Era tornato non per presentare il suo libro, ma per un comizio politico. E i fischi che ricevette copiosi dalla platea non erano per il suo discorso, ma proprio per quello che aveva scritto. Erano insulti che tutto sommato doveva aspettarsi e forse si aspettava. Già in Cristo aveva evidenziato una differenza addirittura antropologica tra i contadini e gli istruiti. Lui era dalla parte dei primi, rifiutando la mediocrità burocratica dei secondi, che erano gli stessi che in piazza gridavano contro di lui. Il mio amico non per le stesse ragioni dei mediocri negava la veridicità del racconto del piemontese, e certo era tutto fuorché un burocrate. Ma proprio perché a quella storia contadina sentiva di appartenere tanto atavicamente che una qualsiasi voce estranea, io credo, lo avrebbe inacidito. Quando si ama tanto profondamente la propria terra come la ama Peppe, si arriva ad esserne gelosi e addirittura possessivi, come fosse non già la propria donna, ma la propria madre, sangue del nostro sangue.

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La Lucania era davvero terra di pastori e mandriani come poche altre nel resto della penisola. Una terra in cui per secoli si era vissuto in povertà. Uomini, donne e animali abitavano le stesse grotte. Grotte che erano case; case che erano stalle. Carlo Levi parlò di questi luoghi di «dolente bellezza», quelli delle Murge di Matera, e del capoluogo prima di tutto, come della «capitale dei contadini, il cuore nascosto della loro antica civiltà».

Aveva puntato i riflettori sui Sassi di Matera, lì dove l’intera classe dirigente non voleva guardare. Palmiro Togliatti, quando scese a visitarli, parlò di “vergogna nazionale”. A quel punto il governo democristiano di De Gasperi non poteva far finta di niente. Nel 1952 impose lo sfollamento con una legge speciale. I Sassi furono svuotati, divenendo una città fantasma. Ma le case che vennero assegnate ai contadini erano senza una storia, senza un’anima. Se avevano abbandonato una vita malsana e “vergognosa”, ora, perdendo quella vita, i contadini sentivano di aver perso tutta intera la propria esistenza, o ciò che, anche nella disperazione, dava a essa un senso.

Andrea mi spiega che oggi quei Sassi per i materani sono pura archeologia. Con le persone, quei luoghi antichi e arcaici, pur appartenendo a una storia che si è protratta fino a non molti decenni fa, non hanno rapporto alcuno. «È lo stesso rapporto che hanno i romani con i Fori Imperiali o il Colosseo. Inesistente. Quei Sassi non sono più i loro, come non lo è il Colosseo per i romani. Appartengono al mondo». E sentivo che nel profondo aveva ragione, perché quando l’avevo visitata, percorrendo i vicoli di Sasso Caveoso, la zona più povera della città, avevo sentito anche io di calpestare i ruderi di una città che non esisteva e non sarebbe più esistita. Ma la Lucania è ancora oggi, fuori da quell’immagine da cartolina, una terra con una forte ascendenza pastorale e contadina. «Sì, questo è vero. Ma i pastori di oggi guardano ai Sassi con stupore. O meglio, si stupiscono che ciò che per loro era la prova della loro ancestrale disperazione possa adesso suscitare in altri una forma di fascino. Questo, in una certa misura, li consola. Perché tutta la povertà, anche quella che stanno vivendo, domani potrebbe essere vista da altri come bellezza. I Sassi rappresentano così la loro scommessa sul futuro. Un futuro dove pure non saranno ma che oggi può restituire loro dignità».

Le parole di Andrea mi riportano a quelle di Levi che dava voce ai contadini: «Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie, che vivono libera vita diabolica o angelica, perché noi dobbiamo invece subire il mondo dei cristiani, che sono di là dall’orizzonte, e sopportare il peso e il confronto».

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In un documentario dedicato allo scrittore lo avevo sentito parlare, a distanza di molti anni, ancora di quell’esperienza in Lucania. Riporto le sue parole fedelmente. «Nei primi giorni che mi trovavo ad Aliano e quando non ancora tutti mi conoscevano, qualche vecchio contadino che incontravo ai margini del paese, dove cominciavano quelle argille desolate, mi diceva: “Chi sei? Da dove vieni?”. E allora, capendo che ero lì come confinato politico, mi diceva: “Ah, un esiliato!”. E mi guardava con occhi fraterni, mi diceva: “Allora sei un fratello”».

Se Carlo Levi era un esiliato politico, i contadini lucani erano degli esiliati dalla Storia. Per questo la gente del posto lo aveva accolto fin da subito con spirito fraterno. I contadini sentivano che loro come lui vivevano un uguale destino.

Levi diceva che «Nel mondo dei contadini non si entra senza una chiave di magia». Lui, torinese, che era laureato in medicina ma non aveva mai praticato, scoprì in questi paesi rurali un universo sconosciuto e arcaico. Fu come riconoscere un nuovo mondo che esisteva da sempre; la sorpresa di una nuova umanità, legata ancora a riti ancestrali e alla cultura della terra. Uomini la cui fatica si riconosceva dai segni sulla pelle: una pelle arsa dal sole e dal silenzio. Uomini e animali vivevano in simbiosi. I contadini di lui si fidavano come di un mago, o una deità che gli era stata donata dal cielo. Finalmente un uomo che li sapeva curare senza alcun interesse. Che non aveva interesse a vederli morire. Sapevano che i medici e gli scienziati disprezzavano le loro abitudini superstiziose, fatte di pozioni e rituali. Ma non Levi, che capì subito che era molto meglio allearsi con quella magìa che esserne nemico.

Quando lo scrittore entrava nelle loro case rimaneva colpito dal modo in cui questi contadini vivevano. Nella stanza un letto più grande di un semplice matrimoniale, in cui dormivano tutti: moglie, marito e figli. Appeso al soffitto, in una culla di stoffa, stava il neonato, che la madre poteva dondolare senza alzarsi dal giaciglio. E sotto il letto le bestie: maiali, galline, pecore.

«Aliano non sembra un paese, ma un piccolo insieme di case sparse, bianche, in una specie di sella irregolare in mezzo a profondi burroni pittoreschi». È così che, con pochi tocchi, Carlo Levi descriveva questo paese a cui nel romanzo aveva cambiato nome. Non Aliano ma Gagliano. Un paese che poteva assomigliare anche a una prigione, per la sua conformazione architettonica, ma che si rivela invece la scoperta di una realtà senza tempo. A pensarci, un paese è altra cosa dalla provincia. Noi che abitiamo in città, per ignoranza, siamo soliti mischiare le cose. Una provincia come può essere Potenza è addirittura agli antipodi di un paese come Aliano.

A Potenza si respira l’aria di una vera e propria città. Una città comunque a misura d’uomo, dove tutti si conoscono e facilmente si incontrano, e si salutano per le vie e le piazze, e frequentano i diversi bar e locali dei suoi differenti quartieri, me ne ero reso conto camminando per Potenza con Peppone. Percorrendo la via che taglia il centro storico non si riusciva ad arrivare a destinazione, la piazza principale della città, perché ogni due passi era una sosta con qualcuno a cui bisognava dare retta, cambiando con una velocità schizofrenica argomento da persona a persona, dalla politica al cibo. C’è, quindi, nelle province, una vita dinamica, un visione di società, una coscienza civica e politica. Nelle provincie è molto probabile che i cittadini conoscano il sindaco e la sua famiglia, che posseggano il suo numero di cellulare e possano chiamarlo; il sindaco, per fare l’esempio di un uomo delle istituzioni, capita che lo si ritrovi con i suoi cittadini agli stessi tavoli del bar e che discuta della vita pubblica con chiunque gli si presenti davanti. Il paese non è questo. Nel paese si percepisce la desolazione dei giorni che scorrono sempre uguali.

Niente è plurale o molteplice. Di bar ce n’è uno, come uno è il negozio di alimentari da cui tutti si forniscono. Ma quando d’inverno cala la sera, e le poche luci delle strade creano una penombra, puoi stare sicuro che in quelle vie non incontrerai nessuno, ti sembrerà disabitato. Eppure, quando Levi visse ad Aliano, doveva esserci certamente più vita di oggi – i vicoli e le sue molte scale calpestate da uomini e bestie, la puzza di piscio e letame, le grida delle donne che chiassose si parlavano da una finestra all’altra. I paesi, non solo della Lucania ma di tutta Italia, avevano tutti una loro dignità esistenziale. Ancora non era avvenuto quello spopolamento che li aveva fatti divenire più desolati della desolazione. Aliano oggi non è diversa da Craco, il famoso paese fantasma sfollato per un cedimento del terreno argilloso su cui era stato fondato. Ma di Craco non aveva il fascino dei paesi abbandonati, che lasciano all’immaginazione la possibilità di ricostruire nella mente la vita che si poteva vivere. E ricordo che quando, salendo la via dei calanchi, quelli che Levi chiamava «argille desolate», mi ero visto comparire Craco, mi era sembrato di avere quasi una visione in cui il tempo pareva sospeso. I vicoli franati, le case divelte, non erano soltanto le macerie di un borgo fantasma ma la bellezza ferita di un mondo inghiottito dalla storia. Aliano, di contro, è oggi un paese desolato pure se ancora abitato da qualche centinaia di persone.

Carlo Levi trascorse lì il suo periodo di confino tra il 1935 e il 1936. Appena un anno, ma che gli cambiò radicalmente la vita. Nella monotonia dei giorni, dipingeva nella sua stanza o sul terrazzo. Voleva catturare con la pittura il segreto di quel popolo straniero alla nazione. Nelle loro facce aveva riconosciuto una verità inequivocabile. Quello di cui discuteva fino a poco tempo prima con i suoi compagni intellettuali del nord Italia, l’annosa “Questione Meridionale”, ora capiva che non era altro che una teoria priva di fondamento. Nessuno Stato poteva risolverla, perché la Questione Meridionale era lo Stato stesso, che aveva esiliato la realtà di questa gente, ne aveva ghettizzato, chiudendo gli occhi, la storia e la vita.

Levi si affacciava dal suo balcone, e il paesaggio che gli si presentava era quello desertico, argilloso dei Calanchi, da dove non giungeva alcun suono, ma era come un vortice che inghiottiva lo sguardo.

Nella zona dei calanchi di Montalbano Jonico ho conosciuto Francesco, un pastore transumante. Ha trent’anni e ne dimostra cinquanta. La pelle arsa del viso è segnata da piccole righe verticali, come fini crepature. Un volto che mi pare somigli al paesaggio che quotidianamente attraversa con le sue cento podoliche.

I calanchi, per uno che venga a fare una visita turistica, possono apparire come un deserto pietrificato. Immagino quando questi calanchi erano sommersi dal mare… Un mare che del resto è poco distante. A pochi chilometri c’è il centro della costa jonica, una mezza luna di terra che pare un abbraccio tra il tacco della Puglia e lo slancio della Calabria. La Basilicata è come il centro tellurico, pulsante, dove sorge un desiderio. Dall’entroterra, su questa argilla ustionata, gialla, ocra, grigia, dove il sudore dei contadini è già storia, racconto, umanità, esperienza, il mare, lì dove si fermarono i Greci, è una conquista, o la promessa tradita di un futuro di là da venire.

Francesco è magro, tutto nervi, e le mani sembrano quasi una fantasia della natura, una sproporzione non solo rispetto a tutto il corpo, ma pure alla circonferenza dei polsi, che si stringono come un imbuto. Le dita grosse e dure, sui polpastrelli calli che paiono calcificati. A queste «argille desolate» Francesco ha vocato tutta la vita. E la desolazione della terra, in lui, si è tradotta in una particolare forma di silenzio. Francesco non parla, o forse più radicalmente non crede nelle parole, che per vivere gli servono a poco.

Capisco soltanto che fa l’allevatore perché questo faceva suo padre, questo faceva suo nonno, e il padre di suo nonno, e il nonno di suo nonno. Le generazioni si accavallano senza soluzione di continuità, e senza dirsi mai una parola, e senza che tutto questo, a lui, che è solo un ragazzo, o un uomo cresciuto troppo in fretta, gli sia apparso come una costrizione, come un comando. A cosa potrebbero servigli le parole, mi trovo a riflettere, se il tempo della propria vita non è condiviso con altri uomini ma con le bestie. Allora è un’altra lingua quella che ha dovuto imparare, una lingua che, io che sono nato e cresciuto in una grande città, non conoscerò mai, non potrò imparare in alcun libro.

Fa caldo, il sole comprime l’argilla, secca gli sporadici ciuffi d’erba sbucati da una screpolatura della terra. Poi dallo Jonio arriva, quasi impercettibile, un’umida carezza di vento. Francesco chiude gli occhi senza alcuna intenzione. Un gesto naturale, come temesse che il vento possa alzare puntine di polvere. Forse è questa, penso, l’incomprensibile lingua che vive in simbiosi con i fenomeni naturali; un sistema di significazione che non si traduce in vocabolo, in grammatica, in sintassi. Gesti che, volgarmente, chiameremmo spontanei, sinceri. Faccio qualche centinaio di metri calpestando l’argilla insieme a lui. Non ama la mia compagnia, questo lo percepisco da subito. Ma sarebbe più giusto dire che la mia presenza è una forma di intrusione o di uscita o emersione nel regno del tempo. Ho spezzato non tanto una continuità, che appartiene ancora all’ordine del tempo, ma una forma di vita che non ha un’unità di misura. Cammino accanto a Francesco ma potrei essere accanto a suo padre, a suo nonno, al suo bisnonno, addirittura a suo figlio, Domenico, che a tredici anni già controlla le vacche, e lo vedo fischiare e riprodurre con la bocca suoni incomprensibili per recuperare una bestia che si è allontanata, e la cui immagine mi aveva sorpreso a commuovermi – le orecchie grandi spinte all’esterno da un grosso cappello a falde rosso, il volto già scavato, ossuto, gli occhi neri e profondi: un volto che imitava quello di un adulto, come di chi l’infanzia vuole dimenticarla in fretta e senza alcun rimpianto. A Francesco chiedo soltanto, pensando a un trentenne di Roma, che nella gran parte dei casi vive ancora a casa dei suoi genitori da eterno studente fuoricorso, come si sente a fare la vita che fa. La risposta è secca, come di chi non ha mai utilizzato subordinate e mai ne ha sentito la necessità. «Sono libero».

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Se c’è una cosa che rimprovero a Levi non sono le parole ma le immagini. Dei numerosi ritratti che ha dedicato alla genti di questa terra mi ha sempre colpito l’impasto dell’olio, la densità della pennellata, le morbide linee del colore, le livide ombre dei volti, grigie come solchi. Ma c’è, in quelle immagini, forse un eccesso di retorica (un dramma, vorrei dire, troppo esibito) che invece nelle parole è assolutamente assente, e quando scrive di queste facce, di questi volti, di questi uomini con cui aveva convissuto un anno, rivedo la stessa faccia di Francesco e pure il suo semplice, «libero» gesto di chiudere gli occhi per proteggersi dalla polvere.

«Non possono avere neppure una vera coscienza individuale, dove tutto è legato da influenze reciproche, dove ogni cosa è un potere che agisce insensibilmente, dove non esistono limiti che non siano rotti da un influsso magico. Essi vivono immersi in un mondo che si continua senza determinazioni, dove l’uomo non si distingue dal suo sole, dalla sua bestia, dalla sua malaria: dove non possono esistere la felicità, vagheggiata dai letterati paganeggianti, né la speranza, che sono pur sempre dei sentimenti individuali, ma la cupa passività di una natura dolorosa. Ma in essi è vivo il senso umano di un comune destino, e di una comune accettazione. È un senso, non un atto di coscienza; non si esprime in discorsi o in parole, ma si porta con sé tutti i momenti, in tutti i gesti della vita, in tutti i giorni uguali che si stendono su questi deserti».

Ma ora mi chiedevo se anche io stessi cadendo in un tranello, se anche io non stessi in qualche misura idealizzando Francesco, condizionato troppo da quello che leggevo. Che non facessi, di Francesco, un’archeologia. Ma ero sufficientemente disincantato per non illudermi. Francesco non sarebbe mai uscito dalla Lucania. Fuori dai calanchi non sarebbe stato capace di immaginare, o anche solo ipotizzare un’altra forma di vita da quella che già faceva e che avrebbe fatto fino alla fine dei giorni. E probabilmente si aspettava che suo figlio Domenico, e i figli di suo figlio avrebbero perpetuato quella tradizione senza tempo e fuori dalla storia.

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La Lucania viveva ancora nei suoi conflitti e contrasti, come una doppia vita; una restava uguale nei secoli dei secoli, ma bastava spostarsi, raggiungere in pochi chilometri la costa, lì dove la Grecia aveva insediato gocce di civiltà e di cultura, una cultura pur sempre mercantile, per incontrare altri pastori, altri ragazzi della stessa età di Francesco, ma che a vent’anni erano emigrati per studiare nelle migliori università d’Italia, facendo master in giro per il mondo, salvo poi, dieci anni dopo, con tutto il loro bagaglio di esperienze e studi, tornare a casa dai loro padri e dalle loro madri, prendere in mano i piccoli allevamenti di famiglia, trasformarli in impresa.

Non era la trasformazione antropologica delle nuove generazioni di lucani che mi colpiva, non mi stupiva certo che la Storia fosse passata finalmente anche qui. Era invece quel richiamo fatale alla propria terra che cercavo di comprendere, quella necessità di tornare a casa dopo lo svezzamento. La Lucania tirava a sé i suoi figli strappandoli dal mondo. E per quanto questi nuovi allevatori avessero portato alle loro aziende una visione tutta imprenditoriale, c’era in loro qualcosa di atavico, come un desiderio selvaggio, animale, che non poteva morire. Allora mi accorgevo che se avevano viaggiato, se avevano scoperto il mondo, se avevano studiato le migliori tecniche aziendali e d’impresa, se si erano laureati in Economia e Commercio o in Scienze della Comunicazione, questi ragazzi avevano portato fuori dalla loro patria qualcosa che la patria non poteva riconoscere; qualcosa di segreto e inscalfibile, duro quanto un segreto. Quel segreto era dentro il nome stesso di quella regione che i veri lucani non si sognano neppure di cambiarlo con Basilicata.

Lucania è terra di boschi, di lupi, terra selvaggia e selvatica, ma anche terra di luce – una luce che solo qui, come in nessuna altra parte del mondo, si può vedere. È la cometa che bisogna seguire. La terra promessa, per i lucani, anche per quelli emigrati nelle metropoli, era la stessa Lucania, che rappresentava e rappresenta per loro lo strato di pelle più profonda.

Quante volte il mio amico Andrea mi aveva detto che sognava la sua vecchiaia nel suo paese natale, Rotonda, ormai quasi disabitato; immaginava una vecchiaia di solitudine e desolazione. Forse era il mio punto di vista che mi dava questa visione malinconica. O forse per i lucani la malinconia, che avevo riconosciuto negli occhi di molte delle persone che avevo qui incontrato e con le quali avevo parlato, indistintamente nei paesi del materano, così come in quelli del potentino, sulle montagne del Pollino o incastonati alle rocce delle Dolomiti Lucane, era più veridicamente quel segreto inscalfibile che abitava nelle fibre stesse della loro pelle, quasi una rabbia repressa, o più esattamente una particolare sostanza depressiva che li rendeva perennemente ma pacificamente infelici, quasi che l’infelicità fosse l’inevitabile destino di qualcosa che non poteva finire perché mai si sarebbe definitivamente risolto, compiuto.

«Non è la miseria, informe e suicida, dei sobborghi della città», scrive Levi, «ma la miseria nobile e civile dei contadini, filtrata attraverso l’eterno del tempo, continuata sotto tutti i soli e tutte le piogge, ripiegata su se stessa, chiusa nella terra, come una cosa preziosa di fronte a un mondo ostile».

Andrea Caterini