Se si sondano i mari, se si ascoltano le onde con attenzione, lontani dal frastuono dell’inane civiltà, s’ode ancora il respiro di Moby Dick, provenire dal profondo degli abissi. Eppure, questi abissi, vacillano e diventano aridi deserti al cospetto di quello più profondo, scritto e raggiunto da Herman Melville: quello della follia di Bartleby; Bartleby lo scrivano. Romanzo dimenticato, forse, romanzo di rara meraviglia (come di rara meraviglia è l’edizione della SE, con traduzione e postfazione di Gianni Celati). Romanzo che racconta la storia di un impiegato, quel che agli occhi di chi ama i folli e rifugge l’angustia della normalità dovrebbe essere l’impiegato modello. La voce narrante è quella di un avvocato di Wall Street, una Wall Street che è pronta a diventare il centro dell’economia americana e quindi mondiale. E sin dalle prime righe c’è un atto di rinuncia, di resa, al cospetto di Bartleby, che relega ogni altro personaggio del romanzo a mera comparsa.

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“Sono un uomo piuttosto anziano. La natura della mia professione, negli ultimi trent’anni, mi ha portato ad avere contatti fuori dal comune con ciò che si direbbe un interessante ed alquanto singolare genere di individui, dei quali fino ad ora, ch’io sappia, nulla è stato scritto: mi riferisco ai copisti legali, ovvero scrivani. In gran numero ne ho conosciuti, sia per pratica di lavoro che a titolo personale, e, quando volessi, potrei narrare variate storie, che forse farebbero sorridere le persone benevole, e forse farebbero piangere le anime sentimentali. Ma rinunzio alla biografia d’ogni altro scrivano per pochi momenti della vita di Bartleby”. 

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E sono davvero pochi, questi momenti. Ma che valgono vite intere. Eppure tutto inizia con una banale assunzione: “In risposta ad un’inserzione, un immobile giovanotto comparve un bel mattino sulla soglia del mio ufficio, essendo la porta aperta perché s’era d’estate. Rivedo ancora quella figura – scialba nella sua dignità, pietosa nella sua rispettabilità, incurabilmente perduta! Era Bartebly. Dopo pochi cenni sulle sue qualifiche, lo assunsi, lieto d’aver nel mio corpo di copisti un uomo dall’aspetto così singolarmente composto, che, pensai, avrebbe potuto influire in modo benefico sull’indole caoitca di Turckey, non ché su quella impetuosa di Nippers”. E Bartleby sembra subito disporsi in maniera diligente, solerte e maniacale al suo impiego di copista. “All’inizio Bartebly svolse una straordinaria quantità di lavoro scritturale. Quasi fosse da lungo tempo affamato d’alcunché da copiare, egli pareva pascersi con ingordigia dei miei documenti. Non si concedeva pausa per la digestione. Si dava da fare notte e dì, copiando sia con la luce del sole che al lume di candela. Mi sarei senz’altro compiaciuto di tanta solerzia, se fosse egli stato allegramente operoso. Invece continuava a scrivere in silenzio, con moto scialbo e meccanico“.

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Ed è quel silenzio a nascondere i prodromi di un baratro, baratro che si palesa agli occhi dell’inerme avvocato, quando c’è da chiedere a Bartleby un lavoro diverso da quello del copista: la verifica di un documento. “In tale posizione sedevo, quando lo chiamai, spiegando in fretta cosa desiderassi da lui, ovvero, che esaminasse con me un breve documento. Immaginate la mia sorpresa, meglio, la mia costernazione, quando, senza muoversi dal suo privato, Bartleby con voce singolarmente mite, ma ferma replicò ‘avrei preferenza di no’. Rimasi per qualche istante seduto in perfetto silenzio, cercando di riavermi dallo sbigottimento che m’aveva preso. Lì per lì m’accadde di pensare che le mie orecchie non avessero udito bene, o che Bartleby avesse del tutto frainteso ciò che intendevo dire. Ripetei la mia richiesta con voce più chiara che potei, ma, con tono altrettanto chiaro, mi giunse la medesima risposta dinanzi udita ‘avrei preferenza di no’. ‘Preferenza di no?’ gli feci eco, alzandomi con grande eccitazione, e attraversando la stanza d’un balzo. ‘Come sarebbe a dire? Cosa vi prende? Voglilo che m’aiutate ad esaminare codesto foglio, prendetelo’ e glielo gettai. ‘Avrei preferenza di no’ diss’egli”.

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“Avrei preferenza di no”, questa risposta, queste parole cominciano a riecheggiare, ripetersi, come una sorta di cantilena, sortilegio e incantesimo assieme. L’avvocato potrebbe, dovrebbe disfarsi di tale insolente sottoposto, ma ne subisce il fascino, ne è quasi in balìa: “Mi ricordai che mai parlava se non per rispondere, che quantunque a tratti avesse considerevoli lassi di tempo a sua disposizione mai l’avevo veduto leggere: no, neppure un giornale; che per lunghi periodi egli restava all’impiedi innanzi alla sua pallida finestra oltre il paravento, guardando là fuori quel cieco muro di mattoni; ero abbastanza certo che mai mettese piedi in un refettorio o trattoria, che mai egli si recava in nessun luogo particolare in cui potessi aver notizie, che s’era rifiutato di dirmi chi fosse, e donde venisse, e se avesse qualche parente la mondo, che , quantunque così scarno e pallido, mai aveva egli lamentato una cattiva salute. E più di tutto, ricordai una certa, inconsapevole, aria di sbiadita, come potrei dire? , di sbiadita altezzosità, diciamo, o piuttosto un austero riserbo, che m’aveva positivamente impressionato sino a rendermi docile complice delle sue stranezze”.

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Ma ecco giungere un giorno. Il giorno. Bartleby fa un passo oltre. Fa il passo per addentrarsi definitivamente nel non luogo da dove era giunto per avventurarsi impunemente nel reale: “All’indomani notai che Bartebly altro che non faceva che rimanere in piedi davanti alla finestra, assorto in una delle sue trasognate soste innanzi a quel muro cieco. Avendogli io domandato perché non scrivesse, egli rispose che aveva deciso di non scrivere più”. Impossibile per l’avvocato e per i comuni mortali arrivare solo a sfiorare il significato di quel rifiuto. Rifiuto divenuto oramai definitivo. Ma si vorrebbe essere con lui, con Bartleby, a guardare fuori da quella finestra. Per capire il significato. Il significato definitivo. Le pagine scorrono, la storia continua, ma sarebbe invero un torto verso chi non l’avesse letta e ne avesse la curiosità, svelarne e dipanarne il finale. Ma una volta chiuso il libro, non si può fare a meno di aspettare l’occasione o di cercarla, l’occasione. Per rispondere, ad una qualsiasi richiesta: “avrei preferenza di no”.

Cosimo Mongelli

*In copertina: Rembrandt, “Autoritratto con gorgiera”, 1629