Chi è un impostore? È uno che si arrangia. Col Consiglio d’Egitto ci ha pensato Sciascia a raccontare col suo modo tragicomico quella buffa vicenda settecentesca di un abate che pretendeva di decifrare manoscritti arabi per abolire i privilegi feudali.

A un’altra altezza c’è stata la visione di Kubrick: nel 1975 usciva Barry Lyndon. Per chi non ha visto il film, gli eventi della vita di Barry possono essere riportati brevemente: un irlandese del 1760 povero in canna è costretto ad allontanarsi da casa per una dabbenaggine in una vicenda sentimentale. Derubato per strada dal cavalier Keeney, non gli resta che arruolarsi con gli Inglesi per poi finire a combattere sul continente a fianco dei Prussiani contro i Francesi.

Mentre è di stanza nell’alta Germania muore in battaglia il suo amato colonnello e Barry decide di disertare rubando la divisa di un ufficiale. Viaggia senza conoscere la direzione e arriva a fare lo splendido, si intrattiene con una contadina tedesca molto bella che col figlio aspetta il marito anch’egli arruolato (la scena in inglese qui).

Il talento di Kubrick, se prendiamo questa scena semplice ma evocativa, ci fa capire tutto il resto. Il dialogo si svolge tra l’inglese duro di lei e il tedesco smozzicato di Barry, a lume di candela, e questo dà la sensazione di quadro mobile, non di film. Così il regista ottiene il doppio effetto di straniarci e buttarci indietro di duecento anni: tanto le sensazioni sono sempre quelle, nonostante l’evoluzione della specie.

“Dev’essere difficile per te stare da sola”

“Deve essere pericoloso per te stare in guerra. Qualche volta sei da solo?”

“Qualche volta”.

E poi voce fuori campo mentre si abbracciano nei campi al mattino e lui è in partenza: “Una donna che abbia riposto il suo cuore in un uomo in divisa deve prepararsi a cambiare innamorato abbastanza velocemente, altrimenti la sua vita sarà di quelle infelici. Questo cuore di ragazza era come un villaggio più volte colpito e occupato, prima che venisse Barry a urtarlo”.

Questo per lo stile. Se torniamo ai fatti, troveremo un Barry che viene riconosciuto come disertore dai Prussiani che se ne approfittano e lo reclutano dopo averlo scudisciato.

E qui viene da divertirsi, Barry viene adoperato dalla polizia segreta a Berlino ma li tradisce subito e se ne scappa con l’uomo che doveva sorvegliare, anche lui un altro avventuriero irlandese. Infine sarà marito di un’ereditiera inglese che ha appena perso il vecchissimo consorte.

Comincia una lunga serie di sfortunati eventi ora che le cose sembravano stabilizzarsi…

La storia è un capitombolo continuo, una frana: ma non è tutta farina del sacco di Kubrick. Viene dal romanzo omonimo di Thackeray Le memorie di Barry Lyndon del 1844. La foga più che picaresca dei toni e del ritmo è già tutta in quella vecchia storia da leggere accanto al camino.

Recentemente l’Irish Times ha pubblicato un articolo bizzarro sulle circostanze che hanno portato Thackeray a scrivere la sua storia. Gli inglesi e gli irlandesi sono sempre golosi dell’aneddoto pratico che dà la chiave per la comprensione immediata: nel nostro caso, Thackeray era in viaggio in Irlanda e si trovò bloccato per due giorni a Galway. Poi si spostò verso sud, a Ennis: ma in quel borgo minuscolo continuava a piovere e allora diede una sbirciata alle bancarelle.

Trovò un romanzo popolare che raccontava le avventure di un ladro gentiluomo del secolo prima, tale Capitan Freeny. E così il primo elemento della fiaba era già pronto: con un cambio di due lettere il nome del capitano e il suo ruolo nella vicenda era predisposto. In un certo senso l’avvio è tutto lì: nel Gatto e la Volpe che fanno incontrare tragicamente il male, nel bandito che ti deruba di tutto e a quel punto viene fuori il carattere. Thackeray non vuole educare nessuno e non ci sono fate della buona morte, né Kubrick s’inventa qualcosa di pietoso, da zuccherificio hollywoodiano.

La vicenda incomincia a sgretolarsi lì, con la perdita dei pochi soldi materni per strada a opera di un bandito. Così Barry tira fuori il carattere e perde ogni lato ingenuo, si fa spia e puttaniere, marito incongruo di ereditiera e verrà giustamente disprezzato dal figlio che la ricca moglie aveva dal primo matrimonio.

Il pezzo dell’Irish Times è comunque estremamente utile anche per un lettore italiano perché si apprende che nel testo originale gli inglesi parlano col loro accento aspirando le “h”. Questo è un dettaglio diabolico che ci serve per capire un punto di svolta nella trama perché gli accenti catturano sempre l’attenzione di Barry, illetterato ma pronto di riflessi da quando si è dovuto svegliare, da quando è stato derubato all’inizio.

Più in generale, un romanzo come Barry Lyndon è storia di picari in presa diretta – perciò la voce parlata passa sulla pagina senza troppe mediazioni, senza ghirigori. Al punto che è per una questione di accenti se Barry perderà se stesso.

È quando, nelle vesti di agente di polizia segreta a Berlino, si scioglie in lacrime come un babbeo davanti all’altro agente che era stato incaricato di sorvegliare perché “Coloro che non sono mai stati lontani dalla patria non immaginano cosa vuol dire sentire una voce amica in cattività”… dice la voce narrante.

In questo modo Barry diventa il più sciocco e snaturato doppio agente della letteratura mondiale: si confida con l’uomo che doveva sorvegliare, un simpatico agente irlandese che si spaccia per diplomatico ungherese, tale Chevalier de Balibari. Incomincia a fare il suo gioco continuando a raccontar favole ai suoi vecchi capi berlinesi (in italiano qui).

Alla fine la lingua batte dove il dente duole: è proprio vero che si vede quel che si vuole vedere. Ma la trama svolta qui, con Barry che non si accontenta di un impiego in Germania e cambia ancora la sua vita. Nel suo caso non c’è molta poesia e le scelte sono più che impulsive: sono dovute a un temperamento bestiale, quello irlandese messo in satira da Thackeray, un inglese per eccellenza.

Forse alla fine è tutto così intrigante perché siamo nel Settecento che era il secolo degli avventurieri? Tra abati siciliani di Sciascia e fatui irlandesi a caccia di contadine ed ereditiere…

Andrea Bianchi