Storia del poeta, amico di Joyce e maestro di Canetti, che con 11 poesie cambiò la storia della letteratura

Posted on Ottobre 05, 2019, 7:31 am
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Questo uomo sembra una spina di vetro sotto le vene.

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In quel magnifico romanzo biografico, Il gioco degli occhi, Elias Canetti ne parla con deferenza in un capitolo che porta il suo cognome, Sonne. Si chiamava Abramo, Avraham Sonne, era nato il 13 settembre 1883 in Galizia, è sepolto in un gheriglio di memorie. “Non parlava mai di sé. Non diceva mai niente in prima persona”. Sonne è un genio retorico – “Sonne parlava come Musil scriveva” – un vero maestro – “Non ho mai ascoltato nessun altro a quel modo” –, che non ha bisogno di scrivere né di ostentare una ‘carriera’, poiché è del tutto intriso della propria maestria. “Si parlava spesso di religioni, di quelle indiane, di quelle cinesi, di quelle che si fondano sulla Bibbia. Di qualunque fede parlassimo, Sonne dimostrava nel suo modo conciso una sovrana conoscenza, ma ciò che mi faceva impressione era la sua padronanza della Bibbia ebraica: sapeva citarne all’istante e testualmente ogni passo da qualunque libro e lo traduceva così, senza la minima esitazione, in un tedesco di straordinaria bellezza che a me sembrava il tedesco di un poeta”.

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Ciò che sorprende di Sonne, a fronte del genio, è la sparizione, resta freddato dall’ombra. Chi è davvero Sonne? Da dove arriva, a cosa è destinato? “In sostanza, io non sapevo niente di lui, e anche a parlarne con altri che lo conoscevano non veniva fuori niente di concreto”. Il pudore di Sonne ha il crisma della spudoratezza. “Il suo rispetto per i limiti altrui era assoluto. Era il suo ‘Ahimsa’ come lo chiamavo usando la parola indiana che indica il rispetto per ogni forma di vita”. “Attraverso Sonne capii per la prima volta che cosa fa l’integrità di una persona: è la capacità di non farsi toccare da nulla, neanche dalle domande, e di disporre di sé senza venir meno ai propri motivi e alla propria storia. Mai una volta mi feci domande sulla sua persona, per me Sonne rimaneva intangibile, anche nei pensieri”.

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A quale precetto attendere se non l’ubiqua obliquità, non opporre verbo al Verbo, lasciare che anche il timore sia timoniere di carne.

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Il dettaglio capitale che ci offre Canetti è questo: “Giovanissimo, all’età di quindici anni, sotto il nome di Avraham Ben Yitzhak, aveva scritto un certo numero di poesie ebraiche che avevano suggerito a qualcuno, esperto in entrambe le lingue, un paragone con Hölderlin. Erano pochissime poesie, forse nemmeno una dozzina, in forma di inni, e di una tale perfezione che l’autore era stato annoverato tra i maestri di quella lingua chiamata a nuova vita. Ma poi Sonne aveva smesso subito, e nessun’altra poesia era venuta alla luce. Si pensava che si fosse imposto il divieto di scrivere poesie. Non ne parlava mai, dicevano i miei informatori: anche su questo argomento, come su tanti altri, manteneva un silenzio inviolabile”.

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Probabilmente Sonne, o meglio, Avraham Ben Yitzhak, sa che scrivere una poesia è sempre infrangere un divieto, stravolgere un patto, ferire, stritolare il creato, radiare i morti al linguaggio.

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La storia di Avraham Ben Yitzhak è il contrario di quella di Emily Dickinson: se questa ha pubblicato una manciata di poesie in vita, ripiegando le altre nel cassonetto; Avraham pubblica una manciata di poesie, tra il 1908 e il 1918, ripiegandosi nel silenzio per il resto della vita. Si obbliga a tacere, quasi che il poeta, misticamente, sia affratellato alla poesia solo se non la scrive. In sostanza, undici poesie e qualche frammento fanno di Avraham Ben Yitzhak uno dei grandi poeti in lingua ebraica del secolo: è possibile?

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Il misterioso Avraham Sonne Ben Yitzhak (1883-1950)

Le Poesie di questo Rimbaud che è fuggito nell’Africa oscura del suo cuore, sono state pubblicate in un libro di culto dalle bellissime edizioni Portatori d’acqua (Pesaro, 2018). Le poesie, in sé, con testo a fronte, occupano 50 pagine del volume: venti sono dedicate all’introduzione di Anna Linda Callow e Cosimo Nicolini Coen, le ultime 130 a un saggio di Hannan Hever, In un’aura di ripudio e soprattutto ai ricordi della grande poetessa in lingua ebraica – di origine lituana – Lea Goldberg, Incontro con un poeta, di cardinale bellezza, un libro nel libro, che a me ricorda quell’altro libro leggendario, Conversazioni con Kafka di Gustav Janouch. Se possibile, però, Avraham è più affascinante di Kafka: egli è maestro di molti, conosceva James Joyce (“Joyce è come uno studente di yeshivà che ha perduto la fede. Joyce non possiede uno stile soltanto, li possiede tutti perché vive in un’epoca che pone fine al concetto di stile”), era amico intimo di Hermann Broch (“Broch tentò di convincere Sonne a lavorare alla traduzione in ebraico de La morte di Virgilio. In una lettera del 1949 Sonne dice all’amico che ‘questi anni sono stati particolarmente difficili per me e hanno comportato uno sforzo costante per mantenere il mio equilibrio, schiacciato sotto montagne di avvenimenti… la morte è forse un semplice stupore che precede l’illuminazione. È questo che volevi dire?’”). La sua dottrina stupisce, eppure, attacca la Goldberg (straordinaria traduttrice in ebraico moderno di Guerra e pace, delle poesie di Rilke e di Anna Achmatova, di Shakespeare di Thomas Mann, di Petrarca) ricordandolo, “Non voleva che si parlasse di lui in pubblico. Davanti al suo nome stampato assumeva quell’espressione di sofferenza e disprezzo a un tempo che procurava una stretta al cuore a quanti lo vedevano. Ogni scrittura che lo riguardava era una ferita inferta ai suoi sentimenti”. Avrahamm cresciuto a Vienna, si trasferisce in Palestina nel 1938, dove muore, nel 1950.

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In una poesia che si intitola Salmo, dice il poeta:

Per pochissimi istanti capita che porti
in te l’anima come una goccia di cristallo:
un mondo pieno del suo sole e di sfumature rifratte,
un’orda di visioni e di parole tremanti;
là volgi gli occhi
come alla goccia di cristallo –
e tuttavia quel mondo teme di versarsi
non sopporta di essere riempito
e trema fino ai margini estremi…
ed ecco sei consegnato a tutta l’eternità –

Diceva di aver perduto le sue poesie durante la Prima guerra. “Una volta criticò duramente una poesia che avevo scritto”, ricorda la Goldberg. “Mi insultava e mi chiedeva scusa… ‘Scusami se ti parlo in questo modo, ma non è la prima volta che distruggo grandi opere”. Chi crea lo fa attratto dal distruggere, dalla vertigine che si crea fuori di sé per uccidere il sé.

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“Ma dov’era lui, in quale profondità, in quale abisso? Nessuno di noi lo sapeva. La lucidità lo teneva a galla. Il senso dell’umorismo, sicuramente, lo aiutava molto”.

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Frammenti giungono come da scritture su stele marziana:

come se il sole fosse caduto
su blocchi informi di ghiaccio
dal duro cristallo
e si fosse infranto…

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…con occhi stupiti guarderà al mondo,
e per lui si struggerà tutta la tua malinconica nostalgia – e tremerai…
inconsapevole di te stesso…

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Così fu l’inizio della nostra nostalgia
come un ramo che fiorisce di fronte all’autore
come fiori
come la vergogna di una terra intrisa di sale.

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Linee fino ai margini della gioia
visi dolci di dolore
si dissolvono in reti d’oro, fluiscono
e zaffiri vi galleggiano sopra
come un sogno che si è fermato e non trascorre.

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Si sente la nitidezza di chi non ha da attendersi nulla dal mondo, di chi è elettrizzato da una chiamata che è tabù per i mortali. La poesia esige questa sparizione – perché il poeta non si umili fino all’osso primo, in cerca, c’è bisogno di qualcuno che sappia amarlo. (d.b.)

*In copertina: Isidor Kaufmann (1853-1921), “Ritratto di ragazzo”, senza data, collezione privata