Quando W.H. Auden difendeva Ezra Pound (era il 1949) e scriveva che “la biblioteca di un poeta ci svelerà qualcosa riguardo le sue opere molto di più della sua infanzia e della sua fidanzatina al parco”

Posted on Maggio 31, 2019, 9:59 am
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Ho davanti agli occhi un testo breve dove Auden difende Pound. Siamo nel 1949. La Biblioteca del Congresso USA da sei anni si era dotata di un comitato per decretare il vincitore del premio alla poesia, il Bollingen. Questa dotta adunanza fu d’accordo nell’insignire Pound del premio per i Pisan Cantos ma, siccome nel ’49 Ezra si trovava ancora internato all’ospedale per fuggire alla forca, la patata bollente fu passata al consiglio accademico di Yale.

E i professori universitari furono più imbarazzati nella scelta: prima si votò in quattordici (8/14 per Ezra), poi in dodici (10/12), Pound la spuntò ma ci furono varie ‘conversioni’ a suo favore da una seduta all’altra. Queste amene storielle si leggono nelle note del terzo volume di Prose di Auden, un bel tomo stampato da Faber&Faber nel 2008 che raccoglie articoli di giornali e saggetti per riviste usciti tra 1949 e 1955, quando Auden ha già dato quel che doveva in poesia e si cimentava nell’impresa di spiegare come i Cantos fossero da trattare alla stregua di materiali per gente adulta, che non si lascia sopraffare da attacchi nervosi.

Il testo in difesa di Pound risale al maggio del 1949, esattamente settant’anni fa. Il punto saliente è che uscì su Partisan Review, notoriamente a sinistra; ma Auden vi era sempre accolto benché con understatement cantasse un’altra musica. Giudicate voi dal testo.

Ma prima percorrete un altro testo che fa da ‘corridoio’ di ingresso per capire come la vedeva in generale Auden in materia creativa. Il saggio è del 1952 e a detta del curatore ‘patrimoniale’ di Auden (Edward Mendelson, il cognome garantisce che non è antisemita) è sul genere delle note per La mano del tintore. Questo saggetto in realtà è soprattutto ironico e porta il titolo di Hic et ille.

La copia di Prose che ho davanti a me era sperduta in una delle ultime librerie antiquarie di Oxford: caso volle fosse un deposito di collegio cattolico. Quando si dice “la tradizione”, insomma.

Si spera che anche l’Italia dopo settant’anni possa affacciarsi a questa calma di persone intelligenti, quando ci si volge indietro a considerare la storia.

Andrea Bianchi

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Hic et ille

Le opere d’arte si appaiano tra di loro più di quel che non succeda tra l’opera e il suo creatore. La biblioteca del poeta ci svelerà qualcosa riguardo le sue opere molto di più della sua infanzia e della sua fidanzatina al parco appena maggiorenne.

È altresì vero, come pare, che le esperienze infantili segnano la personalità più a fondo di quelle provate in età adulta. Perciò la biblioteca della nursery sarà la guida più sicura per la comprensione del nostro poeta. Con ‘biblioteca’ intendo i libri che furono letti con passione prima di acquisire qualche nozione critica. Eccovi la mia.

Per la narrativa d’invenzione: tutte le opere di Beatrix Potter, Lewis Carroll, poi La sirenetta di Andersen, le leggende islandesi e tutto Sherlock Holmes.

Per la poesia lo Pierino Porcospino di Hoffmann più gli inni antichi e moderni della Chiesa.

Per la narrativa seria: Vita sotterranea, Attrezzature per la miniera, A caccia di piombo e zinco nel Northumberland oltre a Pericoli per la salute che era un trattato vittoriano di idraulica domestica.

All’età di quindici anni sviluppai un interesse determinato per la poesia e il mio gusto si formò su Walter de la Mare. Pochi anni dopo lessi i critici letterari e i due che mi colpirono di più, senza che cambiassi opinione in prosieguo di tempo, furono il dottor Johnson e il Professor Ker.

In sostanza, se le opere d’arte potessero venir create da adulti solo per ‘ispirazione’, cioè in modo automatico, la creatività diverrebbe un’operazione così noiosa e sgradevole che solo dei compensi in moneta sonante (o qualche titolo onorifico) potrebbero spronare un uomo a farsi artista.

La Pitonessa, la vera ispirata della storia, sosteneva di dare a chi la interpellasse il suo buon consiglio per la vita a venire; mai sostenne di dare insegnamenti di poesia.

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La questione del premio a Pound

Condivido in pieno la preoccupazione espressa da Mr Barnett su questo foglio che la critica attuale è tutta presa dalla forma e sprezza il contenuto. Anche se forse questo è un problema collaterale persino per Mr Barnett. Nell’esprimere le mie idee desidero sia ben chiaro che parlo puramente a nome mio e non mi erigo a rappresentare altri colleghi coi quali mi si potrebbe associare in futuro.

Né la teoria platonica e tolstoiana dell’arte come catarsi (in ultima analisi fenomeno da bandire), né quella che rappresenta il male come perversione del bene (e l’uomo peccatore e dotato di scelta ne è l’argomento), ebbene nessuna di queste due visioni predispongono o sono in grado di dirci qualcosa sulla censura. Quali che siano le sue intenzioni, un’opera d’arte non può spingere un lettore a farsi leggere con distacco, né può vietargli di farsi impiegare come stimolo o scusa per sensazioni che il lettore dovrebbe condannare.

Ognuno di noi, ne sono sicuro, ha letto qualche libro del quale sapeva, mentre lo teneva per le mani o in seguito, che costituiva qualcosa di male per altre persone: e questo a prescindere dal suo merito artistico e dai danni che provocava, altrimenti il nostro lettore sarebbe uno schiavo incapace di scegliere proprio quel libro in quanto opera di valore artistico. Ad esempio, la lettura de La carogna di Baudelaire non è indicata per i necrofili.

Per sfortuna l’antisemitismo è qualcosa che i Gentili conoscono bene (talvolta) ed è, questo rileva, un sentimento del quale la maggior parte delle persone non prova vergogna. Finché le cose stanno così, questi signori vanno trattati alla stregua di infanti che non abbiano ancora raggiunto l’età del giudizio in materia e sarà loro vietato, di conseguenza, qualsiasi libro che tratti di Ebrei – senza andar per il sottile, sarà loro proibito sia il New York Post detenuto da azionisti ebrei, che il pericoloso manufatto di dieci anni fa, Der Stürmer.

Se quanto detto fin qui risulta verosimile e i nostri infanti leggessero i Pisan Cantos, sarei a favore della censura (stessa azione da intraprendere per la trasposizione su grande schermo di Oliver Twist). Ma questo non mi avrebbe impedito di premiare l’opera di Pound prima di dichiarare bandita la sua opera. Però qui siamo nell’inverosimile.

Wystan Auden

*La traduzione italiana è di Andrea Bianchi. Di te e di me si parla, lettore, di noi italiani che vediamo la censura un po’ qui e un po’ là.

**In copertina: W.H. Auden discute con Benjamin Britten