“Gli inni alla grande e terribile dea Inanna sono affascinanti…”. Margaret Atwood, una poetica (o quasi)

Posted on Novembre 12, 2020, 7:21 am
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Celebrata come somma scrittrice – per lo più per “Il racconto dell’ancella” e il recente “I testamenti” – Margaret Atwood è prolifica e ‘ambidestra’. La sua indole, cioè, da “Double Persephone” (1961) in poi, è quella del poeta. Il suo immaginario – viene naturale nel mondo inglese, dove la poesia può essere naturalmente ‘narrativa’ – proviene dalla poesia. Assai tradotta in Italia, la poesia della Atwood – fatto salvo il lavoro svolto da Le lettere con “Mattino nella casa bruciata” e dal Centro Culturale l’Ortica con “Interlunare”; Ponte alle Grazie ha da poco mandato in libreria “Brevi scene di lupi”, una antologia di “poesie scelte” –, tuttavia, attende ancora degna scoperta. L’ultimo lavoro poetico di Margaret Atwood, “Dearly”, appena edito, è trattato come un evento: “è la prima raccolta di poesia dopo oltre un decennio; la Atwood affronta la perdita, l’amore, il tempo, la natura, gli spettri”. “Guardian” ha dato ampio spazio alla notizia – gli scrittori, laggiù, sanno scatenare entusiasmi – pubblicando l’introduzione della Atwood al suo libro, come “Caught in time’s current”. Qui ne traduciamo i passi salienti.

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Le poesie – come ogni altra cosa – sono create in un certo tempo (duemila anni fa, nell’800 dopo Cristo, nel XIV secolo, nel 1858, durante la Prima guerra mondiale, e così via). Sono scritte in un luogo geografico (Mesopotamia, Gran Bretagna, Francia, Giappone, Russia…) e in un luogo specifico: quello in cui si trova il poeta (uno studio, un prato, a letto, in trincea, in un caffè, su un aereo). Spesso le poesie sono composte oralmente, quindi scritte su una superficie (argilla, papiro, pergamena, carta, uno schermo digitale), con uno strumento per scrivere (stilo, pennino, penna d’oca, pennarello, matita, tastiera) e una lingua particolare (egiziano antico, inglese medioevale, catalano, cinese, haida, tedesco).

Le idee su ciò che dovrebbe essere o fare una poesia (preghiera agli dèi, esaltazione del fascino dell’amato, celebrare l’eroismo in guerra, lodare i potenti, sovvertire il potere, meditare sulla natura e le sue creature, invocare il popolo a una ribellione, a una conversione, esultare per il Grande Balzo in Avanti, denunciare il patriarcato) variano, molto. Come la poesia riesca a svolgere il suo compito (in una lingua esaltante ed eccitata, con accompagnamento musicale, in rima, in versi liberi, adottando il sonetto o qualche altra forma chiusa, facendo uso del gergo, delle parolacce, elaborando un testo per uno slam che si svolge in un determinato periodo) è tema altrettanto vasto, soggetto al fascino e alle mode. Il pubblico varia a seconda della confraternita cui appartiene, della sacerdotessa che onora, della corte reale del momento, del gruppo di intellettuali, della società in cui si vive, dei compagni beatnik, della scuola di scrittura che frequenta: come accaduto a Emily Dickinson, un poeta potrebbe non avere lettori viventi, o pochissimi, e scarsi. Alcuni poeti possono essere esiliati, fucilati o censurati per aver detto verità selvagge, inaccettabili. In una dittatura, il bardo giace a disagio: le parole sbagliate nel momento sbagliato lo mettono indubbiamente nei guai.

Così è per ogni poesia: la poesia è incorporata a un tempo, a un luogo. Un poeta non può rinunciare alle proprie radici. Ma con un po’ di fortuna, riesce anche a trascenderle. Ciò significa che i posteri potranno apprezzare quella poesia, anche se non nel modo esatto in cui era stata pensata. Gli inni alla grande e terribile dea mesopotamica Inanna sono affascinanti – almeno, per me – ma non polverizzano il midollo delle mie ossa come avrebbero potuto fare a un lettore dell’epoca in cui furono scritti: non credo che Inanna possa apparire in un certo momento e livellare le montagne. Ma potrei sbagliarmi…

Nonostante il tono con cui i Romantici parlano della fama, della scrittura senza tempo, che varca i secoli, non esiste “per sempre” nelle questioni che riguardano la poesia. La reputazione e gli stili mutano: alcuni libri vengono banditi e bruciati, poi dissotterrati e riscoperti. Il cantante che oggi pare “eterno”, dopodomani potrebbe avviarsi al rogo dell’oblio. E allo stesso modo quel rogo potrebbe, successivamente, estinguersi, facendoci scoprire testi entusiasmanti. C’è una ragione per cui la Ruota della Fortuna è posta al centro dei Tarocchi: è, effettivamente, una ruota. E ciò che ruota, è destinato a ritornare. Almeno, a volte. Non esiste una Inevitabile Strada Diritta Verso la Fortuna. Non esiste.

Annunciato il mio avvertimento, non mi resta che citare Il postino, il film di Michael Radford su Pablo Neruda. “La poesia non appartiene a chi la scrive”, si dice, nel film. “Appartiene a chi ne ha bisogno”. In effetti, dopo che la poesia è scaturita dalle mani del poeta, dopo che egli se ne è allontanato, nel tempo e nello spazio, fluttuando, sbriciolato, tra gli atomi, a chi può mai appartenere la poesia?

Dunque, per chi suona la campana? Per te, mio caro lettore. A chi è rivolta la poesia? Proprio a te.

Margaret Atwood