“Scavare nel torbido senza diventare persone torbide”: sull’ultimo spettacolo di Ascanio Celestini, “Barzellette”

Posted on Ottobre 29, 2019, 10:55 am
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“C’è qualcosa di nuovo oggi” nell’ultimo, meraviglioso monologo di Ascanio Celestini, presentato in anteprima nazionale al “Petrella” di Longiano, “anzi d’antico”. Nuovo, “Barzellette”, lo è nella scelta di affrontare la letteratura più “popolare” d’Italia, quelle facezie terrigne, spesso volgari, quasi sempre con un retrogusto sessuale ma che mai cadono nella volgarità: in questo l’attore capitolino si è dimostrato, una volta di più, il Maestro assoluto della parola. Quel “d’antico” pascoliano invece ha radici più profonde che si nutrono sia del suo bagaglio storico – quel filotto di “teatro di narrazione” che nel primo lustro del 2000 ha lustrato gli occhi del pubblico, spettacoli straordinari come “Vita, Morte e Miracoli”, “La fine del Mondo”, “Scemo di guerra”, “Radio clandestina”, “Fabbrica” – che, e questa è la vera novità, quello del più grande drammaturgo del Novecento, Luigi Pirandello.

Se dai primi assoli ha recuperato l’unità narrativa (che, va detto, negli ultimi lavori si era un po’ persa), dal Nobel di Girgenti ha attinto il luogo: la stazione, la stessa in cui è ambientato “L’uomo dal fiore in bocca”.

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Nonostante il titolo parzialmente ingannevole – certo, Ascanio racconta le barzellette ma tra le pieghe della pièce si avverte in maniera indelebile quella sottile malinconia che scandisce la vita degli ultimi – e le sue citazioni (“Calvino diceva che le fiabe sono vere. Ma sono scritte, sono letteratura. Anche le barzellette sono vere, parlano di noi, ma sono storte, si tramandano a voce. Anche per questo valeva la pena di scriverle”), lo spettacolo ha sfumature nitidamente spleen, a tratti profondamente malinconiche. Le battute comiche (che, per sagacia e parolacce, avrebbero fatto divertire anche Plauto), de facto, sono solo la punteggiatura, il momento di leggerezza che sfocia nella risata. Il testo, seguendo la poetica storica dell’autore, affonda nell’amaro: la strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980, il ritorno ad Auschwitz, dieci anni dopo, e la meraviglia del protagonista nel vedere che nel frattempo erano cresciuti i fiori.

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Il fil rouge che si snoda lungo gli 80 minuti di mise en scene è uno spago che si infila nella cruna di un ago e che cuce, cuce, cuce un arazzo colorato, bello, come sono solamente le storie delle persone. Siamo in una stazione, per l’appunto. Una stazione periferica che ha solo due appuntamenti quotidiani, due transiti, una la mattina alle 9.13 e uno verso sera. Due uomini – come nel monologo di Pirandello (ma forse più veri e contemporanei) – aspettano un misterioso convoglio partito da lontano e un “brogliaccio” pieno di barzellette da leggere per ingannare l’attesa. “Sono storielle popolate da naufraghi e cannibali, carabinieri e politici, scienziati e filosofi, preti, suore, ebrei e musulmani, mariti e mogli impegnati nell’eterna lotta tra i due sessi, e ancora animali, suocere, amanti. Storie che non appartengono a nessuno, ma sono a disposizione di tutti. Ci dicono cosa siamo diventati, ci consentono di scavare nel torbido senza diventare persone torbide”, si legge nella presentazione. Parole che trovano piena conferma nella messa in scena: detto sia dell’unità narrativa ritrovata e che della conferma del suo talento cristallino (la sua arta affabulatoria è inarrivabile, così come quella sua capacità di tornare sulla parola appena dette, in un vortice che cinge e abbraccia), la forza dello spettacolo – impreziosito dalle musiche dal vivo di Gianluca Casadei – è tutta nella sapienza di modulare, a ritmo preciso, i tasti dell’anima.

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“Barzellette” è un arcobaleno potente e luminoso che tocca i vertici della risata ma che sa anche scendere verticalmente nelle pagine più drammatiche della vita.

Bentornato, Ascanio. Non importa da quale treno tu sia sceso: in fondo, quello che conta, è solo arrivare a destinazione.

Alessandro Carli