“Al Nord, di sicuro, finisce il cielo”. Viaggio in Artico, dove l’uomo salta sul dorso della balena

Posted on Ottobre 22, 2020, 6:12 am
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L’Artico è il cranio di un dio, la testa decapitata, lì, a pullulare bianco, bibbie delegate al gelo. Una forza ci costringe al Nord, al luogo inaccessibile, certi che lì sia l’accesso al mistero. Artico, luogo dell’orsa: l’inospitale è lo spiraglio verso gli altri mondi. I raggiri del ghiaccio smuovono il tempo in attesa – lentezza che si gemella a fermezza –, l’ora in scelta, la stagione in agonia dell’ode. A Nord tutti i gesti sono runici, una rovina, un’incisione. “Questi sono i giorni amati dalla Renna/ Che la Stella del Nord adorna/ Questo è lo scopo del Sole/ E la Finlandia dell’anno”, scrive Emily Dickinson. Ogni uomo ha il proprio Artico, lo spazio così bianco da apparire oscuro.

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Gli antichi tendono verso gli Iperborei, l’“Oscura terra de Nord/ che divora gli uomini” (così il Kalevala), perché dov’è la morte trovi la vita, sulla soglia dell’infimo respiro, ultimo. Il Nord: terra di Moby Dick e di draghi azzurri: “Feci un viaggio al Polo Nord e raggiunsi una montagna in fiamme, mai illuminata dal sole o dalla luna, ma rischiarata, in tutta la sua estensione, dalle fauci infuocate di un drago azzurro”, registra l’esploratore cinese Tung Fang Soh, incaricato dall’Imperatore di scoprire l’alcova dei draghi. La neve concede remissione: ciò che è fisso, si scioglie; Artico è luogo di morgane, di aurore boreali, di miraggi. Il ‘rigore’ non irrigidisce le nostre scelte, dona ad esse un candore speciale, feroce. Non si cerca il Passaggio a nord-ovest per necessità economica ma per istinto mistico: Sir Edwin Landseer dipinge nel 1864 due orsi bianchi che rovistano nei recessi dell’Erebus e del Terror, le navi brandite da John Franklin, imbrigliate nel gelo dell’isola di Re Guglielmo. Le bestie sfondano la chiglia, strappano le vele, perforano il costato dei cadaveri, marinai, uomini. Titolo dell’opera: L’uomo propone, Dio dispone. Fece scalpore. Dio è l’Artico, gli orsi sono i suoi attributi mistici; divorare è opera di redenzione.

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Al British Museum, fino al 21 febbraio 2021, una mostra impressionante sulla cultura artica, Arctic: culture and climate. I monili sono straordinari: sul remo di una canoa è incisa una renna; nella fibbia un lupo, cinto da una serpe; occhiali per schermare il sole irti di perle. Il cosmo artico – fitto di tende, di igloo, di orche, di foche, di orsi – è risolto in neve, mare, piramidi in ghiaccio: gli uomini sembrano astronauti, creature nate dalle stelle, con la galassia sull’anulare. Una tuta creata con pelle di foca, nel 1834, dai Kalaallit, abitanti della Groenlandia sudoccidentale, serviva per cacciare la balena. Affrontavano la bestia su una canoa, la arpionavano, stringendosi ad essa: la tuta permetteva il galleggiamento, di sopportare il gelo, ma era, anche, abito sacro, sigillo. “Raggiunto lo scopo, ossia ucciso l’animale, la sua pelle è fatta oggetto di determinati riguardi. Non si può maneggiare il corpo senza precauzioni o segni di rispetto, i resti devono essere trattati con onore. Nel suo comportamento il cacciatore obbedisce a diverse misure precauzionali. Non trionfa chiassosamente dopo la vittoria; il sentimento di timore perdura. Anche abbattuto, l’animale resta temibile; ciò che di esso sopravvive si mostrerà irritato se ci si comporta male nei confronti del suo corpo”, ci ha spiegato Éveline Lot-Falck in I riti di caccia dei popoli siberiani. La bestia è trattata come un ospite, “danze e offerte caratterizzano la sua uccisione”; ucciso il corpo occorre ingraziarsi lo spirito dell’animale. La caccia si adempie secondo un codice rigoroso che comprende preghiere, amuleti, una lingua particolare per accedere alla foresta o al mare, per comunicare con gli esseri, perché “è indispensabile essere in regola con gli spiriti-signori”.

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Oltre all’imperativo del climate – tutto torna e viene da Nord – la mostra, soprattutto, racconta la sfida, l’atavico eroismo dell’uomo. “Perché continuare a vivere tra i ghiacci? Perché ‘l’economia dell’età della pietra’ sembra creare un mondo pieno di senso. Un mondo che sembra felice. Nonostante i pregiudizi sull’Artico, assistiamo a una incoraggiante alternativa alla vita moderna… Gli oggetti di tutti i giorni sono intrisi di bellezza, di magia. Gli animali sono ovunque, come immagini e soggetti di mito. Come risorse. Avorio, pelli, scaglie, budella: gli usi che le popolazioni artiche trovano per le creature sono stupefacenti. Non è stata la cultura artica tradizionale a portare le balene all’estinzione e a provocare lo scioglimento dei ghiacciai. Questi popoli vivono in equilibrio con la natura. La mostra, infine, va contro l’idea che l’Homo sapiens sia un mostro che ha cominciato la sua ‘carriera’ spazzando via i mammut e i Neanderthal. Rivela una visione più umana dell’umanità. Non siamo il demonio. Gli uomini hanno convissuto con gli animali dell’Artico: li hanno uccisi senza devastare il loro mondo. È una mostra rara di questi tempi, questa, perché ci insegna l’eroismo dell’essere umano. La tuta in pelle di foca è uno sbalorditivo monumento a una specie folle e intelligente capace di saltare sul dorso di una balena in uno dei luoghi più freddi del pianeta”, ha scritto Jonathan Jones, recensendo la mostra.

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Al Nord, il fuoco ha la consistenza di un corpo e noi siamo nati per confrontarci con l’arcangelo e le sue ombre, nulla di meno. La neve raduna i fantasmi, sembra una chiamata: l’Artico è come il deserto, il luogo dove ci si trova, si risorge o si muore, intrepidi nell’intemperia. “Al Nord, di sicuro, finisce il cielo”, canta Li Po, il poeta. Cosa inizia lì, allora, a Nord, al culmine del cielo, quale creatura dai mille denti? (d.b.)