“I veri scrittori scrivono solo per se stessi e io voglio dissiparmi, amare il cibo, il sesso, calpestare continenti e incrociare volti”: una lettera di Arthur Cravan a Oscar Wilde

Posted on Febbraio 19, 2020, 11:06 am
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New York, Aprile 1913

Caro zio [Oscar Wilde],

Sai della mia avventura editoriale con Maintenant a Parigi. La maggior parte dei lettori non legge neanche un libro all’anno. Di quei pochi che leggono, solo una minoranza sono lettori forti. Di quella minoranza, chi è davvero qualcuno, in grado di raccogliere e corrispondere alle parole di una personalità d’eccezione? Lo zero virgola. Allora, che si fottano i lettori, così, perché i veri scrittori scrivono solo per se stessi e lasciano spoglie del loro passaggio sulla terra che sedurranno i posteri, forse.

Aprile 1916: Arthur Cravan sfida il grande pugile Jack Johnson

Sono geloso della mia solitudine eppure non predico il ritiro dal mondo, dalla natura. Preferisco viverlo e consumarlo, questo mondo, piuttosto che annegare nella sterilità di chi ha troppo riflettuto sul mondo e ripiega su di sé, per poter mai corrispondere allo sguardo animale. Voglio dissiparmi, amare il cibo, il sesso, viaggiare, calpestare continenti e incrociare volti, vedere dal vivo e questo mentre immagino, fantastico e medito, così, perché la mia immaginazione è sempre in cammino, complice dell’esperienza, la terra, il fuoco e il mare e non per questo la mia solitudine è meno insulare e potente, intatta. L’aria lasciamola agli angeli, allo spirito.

Ci sono giorni, molti, in cui mi sento solo quello che sono, un diseredato, e altri, rari, in cui credo di non essere chiunque. Forse sono uno qualunque e, non so perché, se tentano di elevarmi su un piedistallo, io mi butto giù, perché non permetterei mai a nessuno, anche qualora avessi potuto esserlo, di dirmi che sono geniale impunemente, di credere che io possa essere qualcuno, o forse sì, sono qualcuno e un patologico narcisista che non permette a nessuno di alimentare il suo ego, uno che ammette una sovranità orfana di popolo, solitaria, così, perché me ne fotto degli altri, non ho bisogno di accoliti, servi e devoti per sanare la mia infame debolezza – faccio sempre il possibile per deluderli, per far realizzare loro che sono solo un fottuto essere umano, una fogna di inutili pregiudizi… ci si illude su fogna e pregiudizi?

Ho scritto ad Alice: “Mi hanno invitato, non mi importa del colloque! ma se vieni anche tu e prendiamo una stanza per passare due notti insieme, vado”. Lei mi risponde, a stretto giro di posta: “certo, quando e dove vuoi, ti sono grata”, a me, che sono stupefatto da queste ragazze che si lasciano fottere dalle parole, le cose intellettuali, la letteratura, così, perché mi scrive sempre, ingenua: “adoro tutto quello che scrivi, e come lo scrivi, meraviglioso” e mi ringrazia, per dio, come se chissà chi le avesse concesso chissà che cosa e ha un’idea sproporzionata di me, illusoria e non ha intuito che la mia anima è da sanatorio, da lazzaretto, quella di un disadattato e forse quella di uno che non è nemmeno destinato a durare – non ha capito nulla di me, povera vittima, abbagliata dal mio fisico, dalla fascinazione esteriore. E odio quando un altro essere umano si mette a pancia all’aria di fronte a un altro, in segno di sottomissione. Certo, certo, la fotterò, perché ogni lasciata è perduta e la vita sfugge tra le dita e poi perché lei è slava, alabastro puro e già immagino il divorante contrasto con il rosa acceso della sua fica eccitata, così, perché conosci il mio debole per quei territori e quella letteratura… nel fotterla, avrò forse l’illusione di unirmi alla taiga, di sfiorare la steppa, un lembo di Kamčatka.

A. Cravan