“La poesia ci ha salvati, ha salvato l’Italia da se stessa”: Arnaldo Colasanti su Dario Bellezza, il poeta dell’immortalità

Posted on Agosto 06, 2019, 10:35 am
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L’essere stati giovani è una possibilità se l’essere stati giovani non era quello del tempo, della storia o cronaca cui si apparteneva, ma una profondità della vita mai più raggiunta, l’assoluta coincidenza con una promessa, vale a dire essere stati immortali, perché immortale è sempre ciò che contiene la sua fine, tiene in sé l’inevitabile morte, rendendola impensabile come la vita che, quando sarà trascorsa e occuperà la mente, allora sarà più inspiegabile di quanto lo sia mai stata, una meta sempre e ancora da raggiungere. Dichiarare che un poeta ci ha regalato questa possibilità, non è il più grande tributo che gli si possa fare, il più vero e commovente? Ecco, Arnaldo Colasanti questo tributo dedica a Dario Bellezza, all’irruzione dei suoi versi che parvero una salvezza per una generazione: “Cercate l’immortalità/ l’eterna questione del mare splendente/ dentro il sole di giugno, che diventa nero/ a notte e scompare nelle tenebre”, scriveva Dario, rivolgendosi ai giovani, presenti e futuri, e commenta Colasanti: “La poesia era e poteva ancora essere il mare splendente, se solo ci avesse permesso di cercare l’immortalità e cioè di capire la luce nera della vita, le tenebre abbaglianti della morte, la certezza del corpo e della sua fine in ogni antica nascita delle sillabe”.

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Leggete il libro, Dario il grande. La poesia di Dario Bellezza (CartaCanta, 2019), seguendo questo semplice viatico, facendo di questi versi il filo rosso che attraversa le pagine, un basso continuo su cui Colasanti rivede e stravolge ogni lettura maudit o aneddotica del grande Dario Bellezza, accompagna un recitativo che sino alla fine spera ci sia un prima e un dopo, “Una proroga, insomma”, un’aria da poter ancora cantare.

Ma l’importanza di Bellezza, seguendo almeno sommariamente il discorso di Colasanti, che ne analizza i temi e lo svolgimento, andrà pure accennata. Con un avvertimento. Nelle analisi più puntuali, accanite e aderenti al testo per sprofondare e giungere alla verità dei versi, si aprono bagliori che illuminano in modo imprevisto anche altre tematiche o altri poeti; dagli antichi greci a D’Annunzio e sono intuizioni che lasciano interrogativi, squarciano in poche righe il quadro tessuto da luoghi comuni della critica: ma la scoperta di questi sprofondamenti verticali la lascio al piacere del lettore, come il breve, intensissimo ricordo di Beppe Salvia in cui per un attimo ci pare miracolosamente di cogliere l’essenza della sua poesia, incantati da un’atmosfera sospesa tra sogno e realtà, quasi sentendolo ancora qui, vicino a noi.

Ma dicevamo dell’importanza dell’irruzione della poesia di Bellezza, il suo linguaggio volutamente letterario (se non iper letterario) nell’uso delle figure retoriche rompeva ogni possibile manierismo, ogni uso strumentale della lingua, ogni rancoroso editto sulla morte della poesia, tagliava il nodo gordiano del pubblico e privato offrendo se stesso come spada, magari con un colpo affilato della sua sciarpa, e così dava nuova vita a una lingua tanto moderna quanto antica, una lingua che non voleva insegnare niente ma essere un dono irripetibile, rivolto al futuro che già sentiva avvenuto nella sua ansia di rinascere, tema ossessivo del Poeta analizzato profondamente da Colasanti; era un linguaggio capace di accogliere anche l’esasperata esibizione di sé, recuperando un significato esistenziale, la possibilità di dire l’attualità dello scandalo, il suo, ricercato e perseguito, che era però in realtà lo scandalo di tutti, una vita aperta all’immaginazione, allo stupore, all’inevitabile dolore per una vita che può solo regalare promesse enigmatiche nelle forme del cielo e del mare, di un lampione dove si attende l’inganno e l’incanto dell’amore. Anche quando tutto si svelerà e la doppia vista leopardiana non sarà più possibile nella casa abbandonata, o forse affidata ai suoi amati gatti, in quello che è già il suo sepolcro, è sempre il futuro, in cui ormai sa che non ci sarà, a fargli scrivere di pentole, sedie e della stufa di ghisa, già fantasma di se stesso, così saturo del tempo vissuto da poterne fare a meno e essere libero anche dalla sua stessa lingua, dalla sua poesia, come solo i grandi poeti possono permettersi, raggiunta un’insensata sapienza offerta come estremo dono alla propria vita e a quella degli altri, ancora una volta contro ogni sterile saggezza, ogni possibile calcolo che si possa fare sulla pelle ustionata dalla vita, perché è con questa che si entra nell’assoluto, nell’eterno, nella verità. E nell’analisi dell’incompiuto romanzo in versi, le pagine di Colasanti raggiungono una intensità commovente,  in annotazioni critiche che sfidano quel segreto che tanto più è nascosto quanto più rivelato nei versi, seguendo il movimento della mente e del corpo malato del poeta, “ora malato/ malato della malattia della morte” , che sente  esaurita ma non spenta la vita, una recita solo per se stesso; così al termine del percorso, in queste ultime pagine, il lettore capirà l’affermazione di Colasanti “Sapersi definitivi, perfettamente compiuti, ‘ora malato/ malato della malattia della morte’, vuol dire accettare che l’unica cosa che resti nella vita è l’immortalità. Come sempre”. È quella “vita che non diedi a nessuno/ tranne a me”, chiosando con i versi di Dario Bellezza.

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Bisognerebbe però parlare anche del progetto critico portato avanti da Colasanti (basti vedere il progetto di libri editi e da editare) e tenere uniti i vari titoli che disegnano una costellazione benjaminana e dunque anti storicistica della poesia contemporanea, con la passione e l’ostinata convinzione che i moderni vadano trattati come i classici, che non è il maldestro rendere ‘attuali’ gli antichi, che nel più benevolo dei giudizi è un gesto involontariamente al servizio di un degradato storicismo, da cui per pudore è tolta l’idea di progresso, o riducendolo alla mera cronologia padre-figlio, facendo del tempo che scorre e li separa una memoria pettegola priva di sapienza. Certo, ancor più che per la poesia o la letteratura, il pubblico della critica è difficilmente individuabile e forse per questo invoca una leggibilità. Colasanti vuole un lettore che lo segua in percorsi difficili, non per snobismo ma per il contrario, perché lo sente vicino e uguale a lui nell’entrare insieme nell’opera di un poeta, in un atto di vera ‘umiltà’, perché il linguaggio per ogni Autore deve trovare la via giusta, e deve farlo anche il lettore che a un certo punto si accorge di non essere più tenuto per mano.

Ma bisogna poi davvero porsi il problema del pubblico? Entità immaginaria come la ‘gente’, o bisogna invece credere ancora che vi sia sempre un potenziale lettore che non va educato e come il critico è disposto a mettere in gioco il suo sapere, la sua vita, la sua ricerca della verità? Non nasce da tutto questo, dal ricevere il dono di una lingua e la creazione di un mondo offerti da un poeta, che non possono essere soltanto ciò che vediamo e diciamo, una annotazione metrica come la seguente?  “Della lingua di Bellezza mi ha sempre colpito quella filigrana di grammatica classica. Iperbati, rotture, posticipazione delle parole. Qualcosa che risorge e muore e poi si trattiene immobile…. è come se Dario dovesse rinviare in una proroga ciò che sulle labbra si sta incenerendo. C’è qualcosa di eroico… in quel movimento di iperbati che riprendono per i capelli sciolti le parole sull’orlo di un precipizio”.

E ancora: il pubblico non andrà inventato e non blandito? Chi avrebbe oggi il coraggio di scrivere queste parole di Bellezza: “L’autore vorrebbe che questo libro fosse letto dai giovani, dai ragazzi; che essi cioè facessero giustizia da sé di un corpus poetico a loro consacrato”. I giovani, cioè l’antico perennemente moderno.

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Sempre di Benjamin penso che Colasanti approvi l’esortazione di: “Cercare di cogliere l’attualità come rovescio dell’eterno nella storia”, per redimere lo sfacelo della storia, in questo caso quella italiana, costante obiettivo polemico e lacerante di Colasanti e del resto ammette lui stesso che la sua biografia critica e lo stesso progetto che porta avanti non sono altro che “il grande spasmo di una nazione che fiuta la fine”.

Se è una costellazione, come dicevo, è chiaro che è voluta la mancanza di un metodo critico da applicare a priori, importa seguire la verità rivelata in modi diversi, con la consapevolezza che la critica deve affrontare il problema della realtà, capire come un Autore vi trovi la redenzione che non vediamo e non riusciamo a vivere. È una possibilità di vita, strappata alla tirannia del presente, dal prima e dopo che ci opprime e rende vecchie le parole nel momento stesso in cui le pensiamo, è la certezza che nemmeno il passato è immutabile e il poeta contemporaneo diventa antico, per sempre inattuale, per sempre dotato del sogno giovanile. Così l’approccio a ogni poeta deve essere diverso; anche questo su Bellezza non riposa su acquisizioni critiche che precedano la lettura o vogliano solo sistemare le date, adeguare la cronologia all’irripetibile esistenza di un Autore che ne ha fatto il suo mistero, nascosto dietro le pose, le private ossessioni preda di pettegolezzi anche cercati. Colasanti ne è pienamente consapevole che deve scavare come esige l’Autore, inseguirlo sul suo campo, in ciò che Bellezza occultando ha voluto rendere una rivelazione: “Qualcuno lo leggerà come un diario privato, altri come un romanzo in versi. Ma poco conta. Non cerco i ricordi, ma il peso e l’intelligenza delle parole nel tempo di un’esistenza”.

Sono parole forti, che toccano lo statuto della critica. Di fronte a questo, uno si aspetterebbe prese di posizione, pro o contro, discussioni sugli Autori scelti e su come vengono affrontati, l’interpretazione che ne viene data, l’importanza che gli viene attribuita.

Ma c’è solo il silenzio. Eppure, e mi rivolgo, per questi primi libri, agli amici della Scuola romana, de te fabula narratur: Damiani, Magrelli e ora Bellezza. Ma questa è cronaca cittadina, perché attraverso la poesia Colasanti è convinto si parli di una nazione, del suo splendore e della sua miseria. Non può cadere nel nulla una pagina come questa: “La poesia ci ha salvati: è stata la nostra rivoluzione, più degli elicotteri gabbiani negli schermi in bianco e nero del cielo di Saigon. Se c’è stato qualcosa, dopo gli anni Sessanta, che abbia permesso all’Italia di resistere al suo più grande nemico – se stessa, l’incubo di un’identità mancata e di una democrazia incompiuta e sempre rinviata – non è stato il pensiero o la politica, le grandi inchieste o il romanzo: no, è stata davvero la poesia, insieme alla poesia del cinema. Sono i versi che hanno stretto in un abbraccio l’Italia al termine del suo sogno post bellico di sviluppo. È la poesia che ha trovato una fedeltà contadina, una lingua comune e ha vietato la stupidità macabra della fine della letteratura, negando l’ipocrisia, l’invidia sociale, offrendo a poeti immensi di essere davvero i poeti di una nazione ferita”. C’è abbastanza per discutere, oppure no?

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Sfruttando queste parole, personalmente penso che un paese in cui tutto ciò che si sospetta o sospettava è e era vero, dove la verità è taciuta ma sulla bocca di tutti, di fatto non abbia una storia, non può essere raccontato; è dagli anni di cui parla Colasanti che segreto e evidenza hanno coinciso al punto di non nascondere nulla e rendersi così irrappresentabili se non nelle aule dei tribunali, dopo il solito sacrificio nazionale di morti ammazzati. Ma dove il romanzo non poteva giungere, arrivò la poesia, ci suggerisce Colasanti: ci arrivò con la sua lingua di nuovo comune, capace di regalare ancora bellezza e dunque verità, non solo giustizia, anche descrivendo un paese che non c’era. Per questo ho sempre letto nell’io so di Pasolini, l’urlo di un poeta: una disperazione e non una indagine; la disperazione nel vedere che la verità era un pettegolezzo: io so come voi  sapete, come tutti sanno, è il grido angosciante con cui Pasolini accetta di appartenere alla propria nazione, preparandosi a un sacrificio rituale.

Ma, ripeto, e le mie precedenti considerazioni sono marginali: c’è da discutere oppure no? Perché discutere vuol dire prendere una posizione sulle affermazioni di Colasanti, sull’idea di letteratura e critica che porta avanti da sempre. La poesia è una rivelazione utile sulla vita? E la critica è l’insediarsi in tale rivelazione, nella inevitabile frattura tra poesia e realtà, per rendere quest’ultima la sola vita che possiamo vivere, stando in un posto giusto, lontano da ogni patologia, da ogni ossessione, da ogni accademismo?

Sembra paradossale, ma nel mondo liquido di internet, nella sua apparente sconfinata libertà, oggi  prendere posizione, esprimerla, è difficile, se la vanità o la paura di quell’io virtuale che tutti diventiamo, controllano i like su un post di Facebook o altri social, ne deducono giudizi inespressi, in una catena di risentito psicologismo che acceca e annulla ogni memoria, perde di vista ciò di cui si parla, dà un nuovo senso al termine ‘amicizia’ o ‘condivisione’. Eppure, come la politica, la letteratura sembra ormai passare per questi canali, attraverso comunità astiose: gli applausi sono per gli ammiccamenti, i pensieri lunghi quanto la distanza di una rima baciata. Al solito i contenuti sono sottintesi per gli iniziati, depositari di un segreto inesistente a cui si mette però una partecipata emoticon. Non solo questo libro, ma tutta l’opera di Colasanti ha da sempre rifiutato questo vuoto, questo non pubblico, questa impossibilità di conversazione civile, per questo non mi resta, a chiudere, che riportare le sue sconsolate parole: “Davvero il risentimento, la voglia non di vincere ma soltanto di non restare fuori, è e è stata la più grande viltà italiana”.

Paolo Del Colle

*In copertina: Dario Bellezza nell’interpretazione fotografica di Dino Ignani