Posted on novembre 04, 2017, 2:25 pm
FavoriteLoadingAdd to favorites 9 mins [post-views]

Un due tre, si parte. Armatevi di carta&penna, a sfidare i marosi del vostro cuore, le Amazzonie che si spalancano appena oltre il confine dell’intestino tenue. “Pangea” diventa palestra di scritture. Abbiamo chiesto ad alcuni studenti della Scuola Holden di Torino di costruire una redazione parallela. Un laboratorio di follie. Simile a una mongolfiera. All’opificio di un alchimista. Che si chiama Il Cannibale. Perché? Perché la scrittura è sempre ‘cannibale’, cioè, divora la vita. Saranno loro, questi baldi scrittori intrisi di futuro, a leggere e a giudicare i vostri racconti. Che potete inviare qui: info@pangea.news.

L’esatto contrario di chi pensa che sia possibile insegnare qualcosa

“Il Cannibale” rappresenta l’esatto contrario della volontà di qualsiasi becchino legato alla mercificazione editoriale. Qui sono ammessi racconti, critiche e recensioni (anche extra-letterarie), e soprattutto lampi d’identità: perché scrivere? È possibile inviare racconti o proporre spunti di qualsiasi tipo: saranno letti e analizzati dalla nostra redazione di giudiziosi sfaticati e successivamente – se considerati meritevoli – pubblicati su Pangea. Eventualmente e a vostra richiesta potrete firmare con uno pseudonimo: grazie alla scrittura si può essere trasparenti, mettere al centro la propria idea – che è parallela alla persona, ma più importante – e lasciare che il contenuto rimanga in primo piano, libero e sanguinario come il selfie di un cannibale nella homepage di Facebook. “Il Cannibale”, dopotutto, è l’esatto contrario di chi pensa che sia possibile insegnare qualcosa. Intanto, beccatevi questo racconto. Con piccola giustificazione d’autore. (Nicolò Locatelli)

 

 

Deformazione di una storia, immagini frammentate. È possibile raccontare qualcosa senza offrire appigli di nessun tipo? A voi stabilire se si tratta di virtuosismi oppure di senso del pudore, del resto, la banalità è la più volgare fra tutte le offese possibili.

 

Illuminati da un sole radioso e squalificante

Un cielo scarico guardava da lontano le pagine di queste fasi alterne.

Camminavo in direzione della tua casa anche se mi trovavo in un’altra città: Corso Fratelli Cervi somigliava ad un altro anno trascorso senza cambiamenti, e le persone che riconosci lungo le strade di Riccione, spesso non ti rivolgono nemmeno un cenno di saluto. Andarsene a piedi, in direzione del Centro, significa quasi sempre compiere un atto di solitudine. Le fragili giornate di Settembre poi non conoscono nessuna alternativa: le spiagge diventano sempre meno affollate mentre il mare si raffredda e i castelli di sabbia, costruiti dagli ultimi bambini in vacanza, assumono in pochi minuti l’aspetto di delle nuove rovine, corrotte dall’umidità del terreno.

Verso sera il paesaggio autunnale prosegue imperterrito e a perdita d’occhio: Rimini è lontana come l’illusione lasciata da un sogno dopo il risveglio, e lungo la riva del mare scorgere l’assenza dei turisti dopo tre mesi di pura folla diventa una constatazione immediata, inevitabile. Un’alba nuova insiste, io non ricordo più il tempo trascorso a lasciarti da parte. L’appartamento dei nostri scontri è ancora impigliato fra le tue ciglia, e dall’ultimo piano del grattacielo dove si era trasferita tua madre Riccione sembrava a una scacchiera ricoperta di alberi. I tuoi occhi invece si erano trasformati in un labirinto in continuo movimento, e nonostante tutto i muri dei condomini e delle case brillano ancora, illuminati da un sole radioso e squalificante.

Molte cose cominciano a rassegnarsi fin dalla loro nascita mentre questa città preferisce mentire, nascondendosi in sé stessa. È troppo piccola, decisamente orizzontale: per un residente perdersi tra le sue strade resta inammissibile, ma i complicati rapporti tra i suoi pochi abitanti stabili rendono frequente qualsiasi incomprensione, guerra momentanea, oppure tregua. Smarrirsi in mancanza di meglio da fare d’inverno diventa la cosa migliore. Io ero triste ed impaziente, non desideravo nulla e per questo mi mancava tutto.

Ma tu mi avevi telefonato, per raccontarmi che a Rimini durante la notte era tornato l’autunno. Il pavimento di casa tua era coperto dalle foglie, cadute all’improvviso dagli alberi. Avevi spalancato le finestre per lasciare uscire il fumo e così erano rimaste, aperte e dimenticate, come il filtro di carta annerito, immobile sul davanzale di pietra. 

Vivere a Riccione assomiglia sempre di più ad un limite autoimposto, legato allo scorrere del tempo. Al tramonto e da lontano, in cima al Colle dei Pini, si riescono a distinguere i tetti delle case e gli ultimi piani degli alberghi. E soprattutto il grattacielo dove si era trasferita tua madre, che più di qualsiasi altro infrange l’orizzonte, come un ricordo distorto e improvviso. Avevo smesso di camminare perché non avevo una meta, come quando ti riaccompagnavo a piedi in stazione e dopo che tu eri partita non sapevo più dove andare. La Ferrovia è la spina dorsale di questa città, un luogo da cui ripartire, oppure tornare per sempre: non ho sognato nient’altro che perdere un altro treno insieme a te.

Oltre alle routine legate allo scorrere del tempo a Riccione non cambierà mai nulla, questo silenzio è il posto dove attendo le risposte che non arriveranno. Le nostre prospettive si sono trasformate in due sistemi incapaci di comunicare.

“Così distante da te ho elaborato un sogno ricorrente: la città s’inclina, e il cielo sopra di lei corre e scompare, come un bambino disperso tra la folla. Come se sotto i tuoi piedi tirassero una tovaglia, cadi. Da sola, nel nulla, sanguinante, scrivi su un muro tutto ciò che ami. Su quei nomi s’innalza una città bianca, di ghiaccio, che tu distruggi, sciogliendola in  lacrime di cenere. In realtà vorrei essere in una non-vita, nell’astio della finzione, non conoscere concetti, smembrare le frasi fatte, sfasciarmi, muscoli come bende, sbandierati. Vorrei amarti senza il supporto pedagogico delle parole, senza le loro stampelle, mangiato, uno scavo, un buco in cui precipiti, come dentro le mie braccia”.

I tuoi discorsi per telefono erano una scala antincendio sulla punta di un iceberg e il Mare Adriatico sembrava circondarci, come se ci trovassimo sopra un’isola. Se avessi attraversato il Marano per raggiungerti ti avrei ritrovata alle sei di mattina, appena rientrata in casa. Avevi serrato le finestre e tutte quelle foglie secche erano rimaste al loro posto. Hai chiuso gli occhi dentro questa fotografia, abbandonando le alternative che ci eravamo scelti con largo anticipo e spregiudicata devozione. 

Ci siamo distrutti la vita con le parole, e come ti ho già scritto la mia è stata interamente dedicata a te, mentre la tua risposta è stata la morte. 

Ti ho seppellita nella mente immaginandoti dentro un abito di mogano fatto su misura, e un cielo scarico ci guarderà per sempre da lontano, fra un temporale e l’eterno.

Liam