“Appartengo alla famiglia del fuoco e non credo nella società letteraria perché le opere vanno coltivate nell’ombra”: Davide Nota ha scritto il romanzo del millennio a venire

Posted on Set 21, 2018, 11:07 am
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Così, come se fossimo pietre lanciate dal Minotauro oltre il colle del labirinto, indecisi sulla forma delle ali, ancora a precipizio nella lunga gola di questo autunno occidentale, ci scriviamo, con Davide Nota. L’equivalenza del nome coincide, forse, con uno sguardo non diverso di fronte all’alba. Classe 1981, fondatore di riviste (La Gru) e di case editrici di pregio (la Sigismundus), poeta (ricordo Il non potere e La rimozione), qualche tempo fa mi invia un libro, dal titolo suggestivo, Lilith, che descrive come “un poema a mosaico, visionario, o a stroboscopio, labirintico, che molto probabilmente sarà giudicato come impubblicabile”. Parliamo. Lo leggo. Ne esco stordito. Appunto due nomi, giusto per mappare il labirinto. Petrolio. Cioè, Pier Paolo Pasolini. Poi Maldoror. I canti di Lautréamont. Poi c’è altro. Il fatto, per lo più, di entrare nella melma del quotidiano con i capelli in fiamme, di sondare il perverso della civiltà, l’inciviltà umana con ferocia lirica. Senza assolvere. Come se le parole fossero bende intrise di sostanza cauterizzante. “Oh Lilith, oh Eva. Contempleremo i morti? Lei scrive BLOOD FOR SONGS con marmellata di fragole sulla tovaglia di un piccolo bar. Torna a casa, alza lo schermo, la chat è ancora attiva. Un uomo sui quaranta scrive: “fai il 4 cn la mano”. Lei digita INSANE FOR THE DESTINATION. Poi mostra il dito medio e compie la verifica richiesta. Ho sognato il mio piede mutare in tante piccole farfalle, molte ali leggere, era il mio corpo che evaporava ma chi ero se non ero più, chi mi guardava? Il segreto è scrivere risponde la voce solo lettere ad un amico fedele”. Questo è l’incipit, solo per darvi una idea della molteplice forza del testo. A parti decisamente narrative se ne alternano altre, visionarie, polluzioni sciamaniche: la violenza di un Balzac precario si mescola all’Isaia che ha glassato gli sguardi in bile di iena. Mi pare non tanto un libro bellissimo – mi pare il prototipo della letteratura che sarà. Per questo, blocco Davide, gli dico, iniziamo il ballo? Eccoci. Danzando sugli abissi. (d.b.)

Nota“Si raccontano strane storie sui poeti. Alcuni, dice Keats, sono morti prima del loro concepimento. Altri, scrive Roversi, per nascere devono morire”. Parto subito estraendo un brandello dal libro. Cosa vuoi dire, cosa c’entra?

Non lo so, nel senso che non mi è possibile dare una risposta univoca. Gli enigmi che emergono nel testo sono diversi e il metodo di scrittura è stato sin da subito quello di seguire e non di guidare la formazione di immagini e frasi. Non voglio però eludere la domanda. Da autore come primo lettore di me stesso posso dire che “Lilith” mi appare sempre più come un mosaico mandalico di morte e rinascita, il cui tema è sicuramente storico, il sisma epocale che si incarna nella fabula, in questo labirinto di hidden cam e videoschermi che circonda l’immagine centrale della montagna appenninica, ma è anche il tema per eccellenza della simbologia del sacro, che riguarda la condizione umana in sé, la carne e il sacrificio, l’apocalittico e il palingenetico. Il frammento mi appare anche come una definizione di metodo, la nascita dell’opera che coincide con lo scioglimento dell’identità (deposto il giudizio nasce il canto, dove si conosce il “compito” ma non il “motivo”) e, più intimamente, come una riflessione sul destino del poeta, che non può mai essere un vivente. Non solo uno scrittore ma ogni essere umano, dice in altro modo una voce nel testo, ha un disegno poetico il cui senso si illumina nella destinazione. Ecco, questo mi pare che c’entri con la fabula, il tema del compito e del motivo.

Preliminari. Perché “Lilith”, per il tuo nuovo lavoro, perché questo nome così torbido?

“Lilith” è il nickname di chat utilizzato dalla protagonista della vicenda in alcuni siti di incontri per adulti, dunque la mole di rimandi del titolo si demistifica e alleggerisce, perlomeno apparentemente, in una sorta di evocazione naive, da cultura di massa divulgativa o new age. Il testo comunque si sviluppa per mezzo di continue digressioni in cui livelli incongrui di immaginario e significati confliggono ma anche partecipano a un continuo travaso di materiale da un piano all’altro della struttura. Si verifica così una simultaneità di dimensioni inconciliabili che secondo me è l’evento estetico centrale della nostra epoca. Il mito di Lilith insomma è bombardato da questo stroboscopio tecnobarocco in cui è difficile definire un confine netto tra punti di vista, parodie, giochi ridicoli, preghiere, allucinazioni e flussi di pensiero ambigui e mutanti. Se nella vicenda narrativa si tratta insomma di una fascinazione giovanile, in cui il mito si occulta in una dolce storia di cattivo gusto, nella dimensione poetica l’arcaico, convocato, fa davvero ritorno.

Parliamo di forma. Mi ricorda “Petrolio”, va da sé. Un romanzo per lacerazioni. Forse l’unico modo, oggi, per scrivere. Spiegaci come sei arrivato a questa concezione.

Sì, Pasolini costruisce e definisce precisamente il suo capolavoro incompiuto come un mosaico, a lampi. Non si torna indietro da Petrolio, la vera “opera aperta” del Novecento. Alla sua radice c’è Baudelaire, che propone con La Fanfarlo uno stile della digressione infinita, in grado di accogliere qualsiasi deviazione o imprevisto di scrittura, senza distinzione tra alto e basso, folgorazioni poetiche e appunti da taccuino. La trama è una finestra da cui ci si affaccia per guardare tutto il resto. Il mondo psichico non si svolge linearmente ma si ramifica come una compresenza simultanea di digressioni. Nella vita emersa della cultura moderna il rimosso o l’osceno, l’incongruo, sono sempre stati vissuti in forma di ripugnanze o di scissioni. Ogni complessità è stata sezionata in una serie di sistemi lineari paralleli: la storia è stata scandita in epoche, la vita in ruoli, la carne in generi sociali o età astratte. Lilith cerca di comprendersi come visione unitaria stratificata, di sciogliere i doppi in una sola ambiguità. Per questo deve spalancarsi, crudelmente, come uno scavo archeologico, a costo dello smottamento, del sisma. Il suo sisma è, naturalmente, un sisma storico. Non vedo altra forma perché non vi è contenuto che non sia formale. Lilith è la fonografia di una psiche storica simultanea e il contenuto del romanzo è la sua forma.

Piuttosto: cosa è oggi la letteratura italiana (senza indulgere in fatate geremiadi, per carità)? Hai dei maestri, oggi? E quelli di ieri, quali?

Ho l’impressione che la letteratura italiana di questi anni risulterà in futuro molto diversa dalla sua rappresentazione attuale. Credo che molti scrittori saranno pubblicati o conosciuti postumi. Molti poeti non pubblicano nemmeno più. Hanno deciso di coltivare l’opera nell’ombra. Di deporre il manoscritto ai piedi del letto. Questo non è necessariamente un male, sebbene sia doloroso non sapere cosa accada realmente sotto la superficie di un’editoria in mano agli algoritmi e di un sottobosco dominato dai gruppi. Ma da tanta solitudine nasceranno, credo, opere più forti. Mi chiedi dei maestri. Gianni D’Elia e Roberto Roversi sono stati i miei maestri di formazione a vent’anni. Il primo mi ha insegnato la dolcezza erotica dell’endecasillabo da pronunciare a occhi chiusi nel sole. Il secondo a giocare a mani nude nel fuoco alla ricerca della parola che faccia più male. Poi ognuno ha il suo viaggio. Il mio attraversa un bosco, pieno di fantasmi e interferenze psichiche della storia. Il sangue e la saliva nell’endecasillabo, la visione impura (o orribilmente oscena) dentro l’impronta classica, il gioco ambiguo tra tragico e burlesco e la stratificazione simultanea delle epoche, degli stili, dei timbri e degli immaginari. L’opera come residuo di un’esperienza fisica che si compone di vista e di visione, di tatto e di inconscio. I pensieri in cammino, li definisce Nietzsche nella Genealogia della morale, contro i falsi pensieri del linguaggio. Questo me lo ha insegnato soprattutto André Gide. I maestri di oggi sono i grandi morti. Da Eraclito a William Burroughs, dai frammenti orfici agli Appunti sulla visione di Jim Morrison. Tutti gli antenati della famiglia del “fuoco”.

rimozione notaCome si arriva a scrivere, quale preparazione è necessaria?

Il primo testo che ho scritto è stata una prosa a flusso. Avevo quindici anni ed ero fuggito di casa, in balia di furori che ora non saprei spiegare. La notte fui fermato da due poliziotti che si rivelarono a dire il vero molto umani. Mi offrirono un panino, una Cocacola e la poltrona del questore dove dormire. Fuori dalla finestra c’era una luna enorme che illuminava ogni cosa. Fui chiuso in camera per alcune settimane in punizione. Mia madre mi diede un quaderno chiedendomi di scriverci qualcosa. Sarebbe dovuta uscire una specie di lettera, una confidenza in forma scritta dato che non le parlavo. Ne uscì fuori invece un amalgama delirante che fu il mio primo battesimo alla scrittura poetica. Intendo dire con questo che la poesia è un cavallo con cui dovevamo scappare via lontano. La preparazione serve a non cadere, a correre più velocemente, a non farsi arrestare. Prepararsi vuol dire leggere, spiega Dante nel De vulgari eloquentia. E leggere vuol dire divorare. Ma divorare significa sciogliere, dimenticare presto, perché il fiore del sincretismo cresca da sé nello spirito. Le lezioni vanno incarnate. Il formalismo intenzionale non mi interessa, la prova militare dei cingolati semantici o delle prosodie organizzate. Non era un club di equitazione l’orizzonte sognato molti anni fa, quando rubammo quel cavallo.

Parli di santità e di obbrobrio, di lirica e di eros, di morti e di morti in vita, di vagabondi e di vagabondaggi del sesso. Qual è il cuore di questa porzione di lavoro, il nervo sensibile?

Una necessità di esperienza come verifica di esistenza. Una disperata, contraddittoria, folle, impura preghiera di liberazione e rinascita. Ciò che avviene nel testo è soprattutto un conflitto tra la vista e il tatto. L’occhio degli uomini si è dilatato come una cellula tumorale. Questo è il principio di ogni ipnosi. Le voci del romanzo cercano una via di uscita da questo labirinto storico. Ma il rischio è sempre dietro l’angolo. Non lenire i bulbi oculari ma ciecarsi.

“Non essendoci nulla contro cui ribellarti ti ribellasti al nulla e divenisti santa”. Spiegaci.

Si tratta di una folgorazione difficilmente spiegabile della santa intubata, una delle voci incorporee che attraversano la protagonista durante un internamento psichiatrico. Sono enigmi in cui la lingua crea dei cortocircuiti di senso. Eppure io credo che siano meditabili, come degli oggetti poliedrici che contengono un messaggio non parafrasabile. Il frammento forse stabilisce la volontarietà di Petra di crollare psicologicamente dopo la sua ultima sessione di orgia e anfetamine. Giovanna d’Arco mancata, la lotta pornografica è stata il suo palliativo, nella tragedia immaginaria in cui anche il martirio non poteva che essere ricreato. Così l’abuso di ecstasy è il suo rogo. Bruciata, come si dice. Adesso, fatalmente libera nella convalescenza ospedaliera, può sentirsi finalmente partecipe di una missione significativa. Una storia, finalmente. Un motivo. Deposta come una statua del Bernini di fronte alle visite dei familiari crede di essere diventata uno specchio in cui ciascuno possa guardarsi dentro.

Credi quindi nella scrittura, ancora, in un lettore, allora, nel ‘lavoro culturale’, dunque?

Credo nella scrittura di una lettera in bottiglia. Credo nel fato e nel lettore sconosciuto destinato a trovarla. Credo nel lavoro culturale che portano avanti le grandi solitudini, non grazie ma nonostante la società letteraria. Non credo nella società letteraria, che oggi non esiste ma che se anche esistesse farebbe solo del male, come sempre ha fatto, ai Dino Campana e ai Van Gogh.

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Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo alcuni frammenti dal romanzo “Lilith”, di Davide Nota.

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62.

Madre nel mio corpo, oggi ti lascio. Fino alle viscere della fogna carnale sarà profuso questo veleno. Soffocheremo le uova deposte dal concetto sterminatore. Di tubatura in tubatura esso ha nidificato. Verminano i tessuti organici di false parole. Finché la carne non si risvegli esausta dalla sua ipnosi.

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63.

È quindi vero, Petra, che ci indicasti la via senza saperla percorrere? Essendo prigioniera mimasti unʼestasi che non riuscivi a comprendere. Abiurasti dal concetto sterminatore cavandoti via gli occhi. Ma anche i bulbi erano labbra che baciavano le labbra del sole. Tu non sapesti lenire il loro dolore. Così la tua lezione si interrompe in una disfatta. Eppure avevi ragione. E dove ora scompari in questa dissolvenza di puro bianco quasi un odore si avverte alle tue spalle di letame di cavallo e erba tagliata. Tu che fosti a indicarci la prima questo motivo senza saperlo comprendere. E ne annusavi la linfa oltre le sbarre della tua prigionia. A quella finestra ti saresti impiccata come una santa intubata in una stanza deserta. Perché il massacro tra le foglie è dolce. E non le notti passate di cenere e sabbia. E non permanga di ogni alba questa sete. Se il tempo risalisse alla sua origine sarebbe mostruoso. È il mondo intero che sbigozza intossicato da un simile pensiero.

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64.

Lenisci le ferite metafisiche. Lei chiuse la sua bocca cavalcandogli il volto. Perdette così anche l’uso della parola.

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65.

Non essendoci nulla contro cui ribellarti ti ribellasti al nulla e divenisti santa.

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66.

Bevo dal melograno questa matassa di spini connessi a una sorgente elettrica mentre tu entri nelle tre fonti e un agnello ti guarda. È una lingua sconosciuta (dice) composta da più veli questa che ci attraversa mentre la attraversiamo. È un vaso. Un vaso. Un mosaico. Oggi sono felice (dice). Avere avuto pazienza ci ha condotti lontano. Nel sogno ogni simbolo è chiaro perché la sua chiarezza non ha bisogno di significati. Così unʼanziana donna fila un raggio di luce e la sua casa è una piccola goccia di roccia montana che sa di piccole cose antiche che non sono ancora nate e tutta la gioia è in questo dolore. E tutta la gioia è in questo dolore. E tutta la gioia è in questo dolore di noi che rimaniamo ad osservare.

Era stato trasfigurato? Guedi, antico sciamano di ventisei anni. Chi aveva parlato? Lo lasciammo danzare una rapsodia sufi nella dance all elettrica in cui Bologna si manifestava.

Jʼai soif de vie.

Jʼai soif de vie.

Fratelo ho questo tropo sete di vita.

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Autoritratto con noce e cardo

67.

(Il contrario del triangolo montano, la A, è la coppa del Sacro Graal, la V, ovvero sia la grotta della Sibilla.)

Oggi i nuovi riti sono tecnologico-militari. Dove si nascondono gli adepti dei misteri sfidando i confini della scienza e della tecnica? Le più alte gerarchie della NATO discendono entro miracolosi laboratori occultati nel cuore delle montagne. (Avvistamenti UFO sul Monte Conero, cerchi nel grano etc.) Tecnologie aliene riprodotte dalle élite militari abitanti il mondo sotterraneo. Se ne parla da queste parti, ma sono tutti matti come pietre e cardi, a ben vedere sono gli stessi che duemila anni fa varcarono lʼarco della Dea Cibele, alla ricerca della pietra nera che chiamarono sacerdotessa. Essi narrarono eventi a loro estranei, il cui significato sfuggiva loro completamente. Eppure videro… Avevano visto… E la visione si fece testimonianza e la testimonianza divenne canzone nei secoli che condussero lungo strade spelate di montagna la Regina alle soglie della tua casa. Beato della solitudine montana vasti silenzi e spazi di pigne attendono il mio riposo in un fruscio di foglie per sempre io vorrei morire qui nel viverci con un berretto grigio sulla testa rapata come le nuvole pensose avvolgono la pietra enorme e i nutrimenti miei di vento e sole lungo i confini della nuova guerra.

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68.

Essere uno scrittore infiltrato nel mondo della precarietà lavorativa, con cui non si ha nulla a che fare, oppure essere un lavoratore precario infiltrato nel mondo della letteratura, con cui non si ha nulla a che fare?

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69.

Si raccontano strane storie sui poeti. Alcuni, dice Keats, sono morti prima del loro concepimento. Altri, scrive Roversi, per nascere devono morire.

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70.

Ho smussato questa pietra così a lungo che adesso è scomparsa senza darmi il tempo di stringerla in mano.