“Stare nella poesia è un modo per stare al mondo senza essere del mondo”: dialogo con Antonio Prete

Posted on Ottobre 07, 2019, 6:16 am
12 mins

Qui, quindi, la poesia diventa cenacolo, celebra l’amicizia, il contatto con i morti, l’esattezza dell’adesso e il modo in cui il verbo puntualizza il divenire in destino. Tutto è sempre ora (Einaudi, 2019) ha certamente la cadenza dell’omaggio (And all is always now canta T.S. Eliot nei “Quartetti”), ma è, per lo più, credo, cifra verbale che è legge, norma poetica: il poeta è quello per cui il tutto è nel frammento (mimo von Balthasar), sul palmo di una mano; è quello per cui è sempre adesso, è sempre l’allerta dell’ora, è sempre il momento culminante, definitivo. “Il transito, la cenere, l’aurora,/ tutto è sempre nel respiro dell’ora”, è il distico che chiude Nel respiro dell’ora. Il poeta ammette, non annuncia, semmai si annienta nell’adesso, dando chiarore al creato, carisma al “tempo che è solco/ di conchiglia e fuga di comete”. Non c’è distanza di sguardo tra l’Antonio Prete studioso di cose letterarie (quello de Il pensiero poetante, Nostalgia. Storia di un sentimento, Il cielo nascosto. Grammatica dell’interiorità) e il poeta, grammatico della meraviglia: tenerezze, crisi, crismi, sono i medesimi. Così, questa raccolta puntellata di fraternità – da Celan a Wallace Stevens, da Edmond Jabès a Eliot – è nello stesso tempo – per competenza, tensione lirica, ricorrenza di temi – un asteroide del Novecento e un azzeramento, quasi che il secolo fosse un ago (“All’ombra// del menhir la ricordanza è aspra”: torna una parola-emblema, Menhir è la raccolta di Prete edita per Donzelli nel 2007, la ricordanza ci riarma a Leopardi). A poesie elette al vento della Storia (“La ferita ha memoria, e ha sapienza/ pareva dicesse una voce nel celeste/ del mattino domenicale a Harlem”), Prete ne alterna altre, presocratiche, dove si guarda tutto come mai prima, come al primo o all’ultimo giorno (ci sono alberi, cieli, la neve, le creature piccole e “sopra, invisibile, la corsa dei mondi/ lungo sperdute ellissi”), le più belle. E ci sono tante stelle, in questo libro, dappertutto (compresa la prosa Dire la stella), come se si desiderasse un altro cosmo, come se fosse il bene alzare gli occhi, perché, in fondo, poesia è enumerare gli astri, e narrarne l’estro, la storia, l’esito. (d.b.)

Fin dal titolo, l’annuncio di un ‘rapporto’ con i poeti che ama, immagino, che ha studiato, da Eliot a Celan al grande Jabès. Dunque la poesia è anche un contatto, un rapporto incessante con ciò che si è letto?

Sì, proprio come dice, la poesia è contatto – tutti i sensi sono chiamati a raccolta – con la poesia di altri poeti, ed è rapporto con una lingua che ha una storia, ha luoghi vertiginosi, abissi, estensioni estreme del dire e del sentire, del vedere e dell’immaginare. La poesia come amore della lingua. Mi viene in mente un aforisma appunto di Jabès, che certo non è stato un formalista, ma uno che si sporgeva sul tragico dell’epoca: “La poesia ha soltanto un amore: la poesia”.  In questo, forse più che negli altri miei libri,  è dichiarato il rapporto con i poeti, dico con i grandi nomi della poesia. Le imitazioni e alcuni versi usati come epigrafi sono per dir così la dichiarazione esplicita: una cifra visibile di un rapporto che è fatto, come accade sempre nella poesia, di dialoghi formali, di rispondenze, di riprese, di repliche.

D’altra parte, non mi pare che lei sia stato ‘vampirizzato’ dai poeti che con pazienza incessante studia. Come ha trovato, districandosi dal groviglio delle ‘fonti’, la sua propria voce?

In effetti, qui è il punto. Che è analogo al punto che mi è accaduto di osservare tante volte quando mi sono avventurato nella traduzione della poesia: come trovare nel dialogo un proprio timbro, nell’ascolto un proprio modo di sentire, come approdare a una propria lingua dopo la navigazione nella lingua di altri. Sono convinto che anche nella scrittura poetica a un certo momento accada una sorta di insorgenza quasi miracolosa, i cui passaggi è difficile spiegare e ripercorrere, perché appartengono al profondo del nostro sentire: la vocazione stessa alla poesia nasce dalla lettura della poesia, così la voce – la voce che chiama – diventa col tempo una propria voce. Credo che la familiarità stessa con la poesia a un certo punto chieda di essere come inverata in una sorta di distacco, un distacco che è insieme eredità e cominciamento.

La poesia Compianto è scritta, lo denuncia, dopo il naufragio “del peschereccio che era salpato dal porto libico di Misurata (3 ottobre 2013)”. Le chiedo, allora, come può misurarsi la poesia con la tragedia, senza cadere nel grottesco dell’occasionale, senza imbarbarirsi alla cronaca?

Ripenso spesso a quel che dice Hölderlin : “Quel che accade sia per te un’occasione”, dove occasione ha con sé il senso forte della partecipazione, il sentimento di un’appartenenza all’accadimento che è com-passione. Per questo non penso a un’opposizione tra poesia civile e poesia diciamo lirica o sperimentale: si tratta di formulette che usa chi vuol procedere per classificazioni e schieramenti. Per me il verso è la lingua che ospita l’accadere, e spesso questo accadere appartiene al tempo e allo spazio della propria interiorità, ma può anche venire dalla propria epoca, dal tragico della propria epoca. E il caso dei naufragi nel Mediterraneo è questo tragico.

Ha avuto rapporti particolari, vissuti, con poeti che l’hanno aiutata a precisare la sua poetica?

Ha già citato, all’inizio, Edmond Jabès. La sua frequentazione, la traduzione dei suoi libri, la sua amicizia, hanno avuto una grande importanza per me. Nel modo di porsi  – libero, non legato a convenzioni – dinanzi alla parola, al senso, alla tradizione, all’ignoto, Jabès mostrava il legame forte che c’è tra meditazione e scrittura, tra interiorità e invenzione, tra etica e immaginazione. Questo, nella consapevolezza che la scrittura è sempre una scommessa, un azzardo, e coincide con la vita, con le sue pulsioni, con i suoi fantasmi, con le sue contraddizioni. Poeti come Mario Luzi e Yves Bonnefoy mi hanno fatto il dono della loro amicizia: con loro ho avuto incontri, conversazioni, confronti. La lettura e lo studio dei loro scritti, e la condivisione di alcuni loro amori – Leopardi, Baudelaire, tra questi – hanno fatto parte del mio cammino. Ma anche l’aver frequentato, dagli anni Settanta in poi, molti amici poeti italiani, ha certo influito sul mio lavoro. Ma, quanto al definirsi di una poetica, credo che poi agiscano sia le forme in cui le nostre esperienze sono preservate, custodite, rielaborate nella memoria sia i modi con i quali ci disponiamo dinanzi alle grandi domande sull’esistenza e sul cosmo sia infine le relazioni che intratteniamo attraverso i sensi con il visibile e con l’invisibile, con il qui e con l’altrove, con il tempo e la sue fuggitive parvenze. E tutto questo nella lingua, con la lingua, dunque con la materia sonora del dicibile.

Qual è il poeta che ha segnato la sua giovinezza, che le ha imposto lo stigma della poesia?

Fin dall’adolescenza ho letto molti poeti, la maggior parte stranieri in traduzione italiana. La lirica spagnola del Novecento  mi coinvolgeva molto, da Jimenez a Machado a Lorca.   Leopardi, certo, mi ha accompagnato nella giovinezza, e mi accompagna ancora. Insieme a Baudelaire. Ma della poesia nostra novecentesca è stato forse Ungaretti, più che Montale, a conquistarmi da adolescente. Poi sono sopravvenuti, più avanti, Mallarmé, Rilke, Valéry, Char, Celan. Tradurli, spesso, è stato il modo più bello, e più faticoso, per dialogare, per conoscere la tessitura intima della loro forma.

Tradurre/ è prestare parola al desiderio,/ non colmare la sua pena”. Qui sembra aver colto in versi il senso della traduzione: è così? Tradurre è desiderio che ricama sulla pena?

Quei versi appartengono alla poesia che ho intitolato Traducendo Louise Labé.  Tradurre alcuni sonetti della poetessa lionnese del Cinquecento, petrarchista autrice del breve e folgorante canzoniere d’amore, induce a pensare questa congiunzione tra traduzione e desiderio. Ma l’occasione si può allargare all’atto del tradurre in quanto tale. Si traduce un poeta perché si desidera preservare il respiro della sua poesia, l’essenza del suo dire poetico, in un’altra lingua, ma questo gesto non estingue il desiderio, perché si sa che c’è un nucleo – di vita, di legame tra vita e parola – che la traduzione non può raccogliere.

Che senso ha, ora, ostinarsi alla poesia? Le chiedo, infine, un pensiero sulla poesia italiana contemporanea: le interessa, è interessante?

La poesia stessa è ostinazione. In un mondo che non riconosce la poesia. Stare nella poesia è un modo per stare al mondo senza essere del mondo. La poesia, lo diceva Leopardi, non è mai contemporanea. Non è in sintonia con l’epoca. Vive d’altro, con altro. Questa alterità è l’ostinazione. Quanto alla poesia italiana del nostro tempo, mi piace molto la variabilità delle forme, degli stili, dei rapporti con la tradizione. Il ventaglio del Novecento è sorprendentemente ricco, la sua presenza è forte ancora, e attiva. Quanto all’oggi, credo sia superficiale scommettere su una tendenza o su un’altra, come credo sia solo un esercizio esteriore opporre alla lirica l’antilirica, alla poesia l’antipoesia o la postpoesia.

One Comment to: “Stare nella poesia è un modo per stare al mondo senza essere del mondo”: dialogo con Antonio Prete