“Lasciamoci la possibilità di vivere una poesia che tenti la parola amore e riesca anche a farla restare”. Intorno a un libro di Antonio Nazzaro

Posted on Giugno 26, 2019, 8:58 am
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Collaboro con Antonio Nazzaro da alcuni anni per Atelier ed è un tipo di collaborazione anomala: avviene quasi tutto nel silenzio della lettura reciproca. Spesso Antonio di sua iniziativa e in modo totalmente disinteressato e gratuito traduce alcuni autori pubblicati da noi di Atelier online. Uno scambio di letture fatto puramente per il piacere della parola, per la condivisione ad ampio spettro e per la ricerca di una poesia che sia vita e verità. Lunedì 10 giugno ho avuto la fortuna di incontrare di persona Antonio Nazzaro a Bologna, prima volta che rientra in Italia dopo parecchio tempo. Ci sono alcuni incontri che non dimentichi, che non ignori e continui a scavarti dentro le viscere in modo frenetico nelle ore e nei i giorni successivi, ti apri dentro varchi. Per me è stato uno di questi, conoscere Antonio è stato un dono prima di tutto di vita e anche di poesia.

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Amore migrante e l’ultima sigaretta (Edizioni Arcoiris, 2018) è l’ultimo libro di poesia che Antonio ha pubblicato, un libro bilingue italiano-spagnolo che ha tutto l’aspetto di un ininterrotto canto alla vita, all’amore, al viaggio e alla speranza. In Italia non siamo più abituati a leggere e a scrivere poesia che sia inno audace e puro all’amore, abbiamo paura di usare parole come vento, baci, carezze, tenerezza, abbracci. Temiamo queste parole, le sentiamo abusate, le scartiamo e quasi hanno perso il significato. Quello che abbiamo perso però non è la parola, ma il modo giusto per usarla, direi che abbiamo dimenticato il coraggio di usarla. In questo incontro a Bologna dialogava proprio di questo aspetto della poesia contemporanea con Antonio la cara Francesca Serragnoli, poetessa e persona che stimo moltissimo, una delle poche che possiede ancora il pudore della scrittura, il rispetto assoluto della parola. E per usare parole di speranza incondizionata, di amore per la vita bisogna però viverle, sentirle nel quotidiano in prima persona. L’esperienza e il vissuto di Antonio non sono affatto banali né facilmente replicabili. Senza scendere nei particolari della sua vita intima basta pensare al fatto che da tantissimi anni risiede in America Latina, prima in Messico e poi in Venezuela, passando per tanti altri luoghi in cui ha abitato, come Cuba ad esempio. Tutti stati che sono totalmente differenti per cultura e situazioni politiche dal nostro modo sicuro e placido di vivere in occidente.

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Antonio non ha paura di usare parole come baci, amore e vento, non ha paura perché per vivere bisogna prima di tutto sopravvivere, perché la morte è qualcosa di quotidiano ed è allo stesso tempo necessario per la cultura latino americana; è necessario perché senza la morte non si ha alcun rispetto e amore per la vita. Non c’è spazio per le cose piccole, per i piccoli dispiaceri, per quelle depressioni che ti portano a chiudere le ante delle finestre. In America Latina non c’è tempo per questo, perché puoi morire attraversando una strada. Ecco quindi una poesia quella di Antonio che è espressione di coraggio e dolore profondissimo insieme, un dolore raccolto come acqua piovana a conca nelle mani, un dolore che è insieme spinta alla vita. Le poesie di Nazzaro in questo libro sono divise in tre sezioni: amore, migrante e l’ultima sigaretta. Antonio ci porta in un percorso limpidissimo che va dall’amore più assoluto e privo di richiesta, un amore donato per donare, che non aspetta e non chiede niente fino ai testi nella sezione “migrante” che acquisiscono una visione lucida e consapevole, anche disincantata e terribile, di questo suo essere profondamente un migrante perenne. Antonio ci dice “Cosa resta all’emigrante? / Solo due ombre/ che non riconoscono / il loro corpo”, affronta quindi non solo la sua condizione personale di emigrato e migrante, ma la condizione di tutti noi che siamo necessariamente transitori e ancora non lo vogliamo capire. Sembra la solita banalità, ma la vita è una soltanto e dobbiamo attraversarla con coraggio.

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Evidentemente solo chi ha sperimentato per vissuto personale il senso profondo del limite e del finito (come chi ha affrontato un tumore, come chi è stato incarcerato e picchiato per aver scritto una poesia libera e vitale, come chi ha affrontato un lutto vicino, o ha sfiorato una tragedia…) può davvero sentire nel profondo qualcosa che si spezza e rifiorisce leggendo queste poesie di Antonio. Lasciamoci il coraggio della bellezza, lasciamoci la possibilità di vivere una poesia che sia lieve e profonda insieme, che tenti la parola amore e riesca anche a farla restare. Una poesia quella di Nazzaro che si apre alle persone e che apre varchi altissimi, che rifiorisce continuamente nel transito di questo “amore migrante e l’ultima sigaretta”.

Clery Celeste

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Non so se ti amo
ma ho casa e nome
solo quando mi chiami.

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Mancami ancora amore
e avrò mille ritorni e mille viaggi
da passare tra la cucina
e la sala.

*
Io
ho un albero
piccolo molto piccolo
senza terra e senza radici.

Mi accompagna da sempre
i suoi rami non hanno foglie né frutti
ma sta nella mia valigia
di emigrante.

E forse un giorno
riusciremo a piantarci.

*
L’emigrante lo riconosci
perché anche sotto il sole del mezzogiorno
disegna
due ombre.

*

A volte mi tocco
le tasche non vedere
se ancora ho il portafoglio
il telefonino gli occhiali o le sigarette
ma per sapere
se sono intero.

E sempre c’è una tasca
che mi lascia il dubbio.

Antonio Nazzaro