“Ed è uno splendere per attimi di meno”. Sulla poesia di Antonio Bux

Posted on Febbraio 04, 2020, 11:48 am
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Quello che mi ha sempre impressionato di Antonio Bux è lo spiazzante rapporto quantità-qualità del suo fare poesia: l’ho conosciuto col suo destabilizzante Trilogia dello zero (Ed. Marco Saya, Milano 2012) e seguito poi in altri lavori, Naturario (Ed. Di Felice, Martinsicuro 2016) su tutti, ma anche in quelli nati direttamente in lingua spagnola 23. Fragmentos de alguien (Ediciones Ruinas Circulares, Buenos Aires 2014), ad esempio, solo per citarne uno. E Bux sa essere traduttore attento dal Castigliano: grazie ai suoi lavori ho avuto modo di conoscere autori affermati come Leopoldo María Panero ed emergenti come Javiér Vicedo Alόs. “È una poesia densa, oscura, allucinata, alta. […] C’è una sacralità in quello che dici, in ogni interpunzione, in ogni orizzonte. E non è, il tuo, un cordone anatomico figlio di un Horror vacui, no; è più una dimensione stessa del vuoto, che in te si fa orrore, eroico errore, amore del soffrire, erranza di vastità”, ha scritto Alfonso Guida, con acume critico, a proposito di Naturario, e Sasso, carta e forbici (Ed. Avagliano, Roma 2018) si colloca nella medesima fluidità versificatoria.

Il lavoro è aperto da un doppio esergo, il primo da Pavese (“Traversare una strada per scappare di casa lo fa solo il ragazzo, ma quest’uomo che gira tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo e non scappa di casa”), che viene esaltato da un distico di Bux che gli fa eco (“Un bambino gioca a fare ali, / a fare ali che gli volano via”). Il campo d’azione è l’infanzia, che è poesia altissima, che procede tra ossessione, testimonianza, sogno e magia. Poesia senza tempo, senza scampo, che richiama l’infanzia e la dimensione del gioco anche nel titolo, tripartito come le sezioni che compongono l’opera. La prima sezione, “Sasso”, si apre con l’immagine di uno specchio nel quale l’io è chiamato a sdoppiarsi, a moltiplicarsi, a confrontarsi con presenze e assenze. “Può capitare, ma fai attenzione / a vedere oltre i fiori gli sguardi / e dentro gli sguardi in fiore”. L’infanzia è dimensione privilegiata; l’infanzia è spunto vitale, memoria e ricordo. La ricerca di dialogo è un grido che sembra proiettato fuori e rimbombante dentro: “Mamma, dovresti sentire / i nostri granelli come gridano vento”. L’amore è forza vitale, creativa e creatrice. Morte e vita sembrano addirittura usati come sinonimi e prezioso è il ribaltamento costante del punto di vista (“Così sarà il mio funerale… […] / e dal cancello bianco verranno solo bimbi, / solo monelli a farmi pipì sul volto; e io dirò loro / fate bene fratelli, tanto ormai sono tronco”). Una delle poesie più riuscite del libro è “Lentamente” che regala versi importanti sul tema della naturale ciclicità di tutto ciò che vive. Semi, spore nel vento, qualcosa che inevitabilmente, se vero, sopravvive sino a schiudersi nel poemetto che chiude e dà il nome alla sezione: “Quando ero piccolo credevo / amore tutti gli alberi. // Poi sono caduto ho visto / la radice fiorire sotto”. E il sasso sembra spaccare il vetro e sanguinare versi: “Pezzi che sono pioggia / e fanno vetro la mano se entra”. Ma tutto, come già detto, è ciclico (“ma tu sei morto e vivo nel pensiero”) e dal congedo dal sasso si passa alla “Carta” della seconda sezione e, di nuovo, si riparte da uno specchio, irriflesso e d’amore, magico come spazio capace di immaginare regni, sogni, tangibili realtà. Io e tu si specchiano per comprendersi, spesso senza esito alcuno (“Tu prendi forma, ti fai carne qui dentro / e sei lo specchio dove non mi conosco”). E, carezza o lupo, si fa spazio il poemetto che, ancora una volta, chiude e dà il titolo alla seconda sezione. Poi, dalla “Carta” si passa alle “Forbici” della terza sezione. E sono venti o laghi, lembi di terra, approdi, “sassi, fibre, forze della terra”: poesie materiche eppur evanescenti, intrise di precarietà esistenziale identificata e proposta come caratteristica peculiare del vivere. “Gli anni che sono marinai / e sotto l’onda insistono”, e ancora “pane che si sveglia ed è farina, / come il viso sotto un fuoco lento”.

Quella di Bux è poesia alta e riconoscibilissima, fatta di terra e di cielo, chiama allo scavo e allo specchio, smonta e riassembla, detona e deflagra, impreziosita da una parola che è musica, armonia e dissonanza, insieme complesso e frammento diviso. Bux è un’ombra consapevole. E “un’ombra / lo sa bene qual è / il futuro da qui a per sempre”. Un presente e un futuro tutto da leggere.

Davide Toffoli

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Splende un attimo il celeste
(ma è un celeste non più
in là delle montagne; è strano
vederlo solo a volte
cadere sulla terra per mostrare
altra terra nel riflesso schivo
come una mano passeggera
che qui sfiora). Ma riaffiora
viola dal tuono, e senza cielo viene
a mostrare in noi la forza
e con nessuna compassione
(se cade a Settembre e vive altrove
la rabbia l’elettricità di dire
se è nel corpo o solo una finestra
su nessuna aria, o forse nel volume
di altro corpo esploso interno
ci dirà perché nel corpo noi ci siamo);
ed è uno splendere per attimi di meno,
pioggerella che non scroscia
e non si placa, come noi se da dentro
un vetro riflettiamo, se è solo colpa
il nostro volto non si sa da dove venga;
(ed ecco, splendere per svanire
come un lampo sopra il mare, basterà
cadere dal celeste – e questo è il viso
di chi non sa dove restare – un riflesso
ora che la pioggia suona meno,
un riflesso che si dorme a testa vuota).

*

Guardo il legno dove sarai per sempre
e il sonno dei muscoli e il sangue muto,
il tarlo che ridisegna e quello era un corpo,
la nuca i genitali ora che tessono ragni,
minuscoli topi lì abiteranno il cranio,
e io guardo la cassa che tu non ci sarai
nella cuspide chiusa e in ombra
il volto, la pelle nuda fuori dai segni,
e l’incavo del malleolo grigio, lì la tibia
grano di polvere vorrà esistere, polvere di mare,
nuoterai con scarafaggi; ma non saprai del legno
fradicio, o la terra mossa per poco, come l’erba
che i moscerini ronzeranno, come il fuoco
delle ombre calpestate, lì i vermi sono
il tuo vedere lì ora sei vita, un bimbo appena
nato sfiorerà quella polvere, e il vento
del tuo nome ancora nero cuscino sarà calmo.

*

Al buio della depressione fa eco
il buio della felicità. Un carro
che tira i suoi buoi, tra i sassi
e i bulbi, le scimmie presenti
ascoltano buone e in silenzio
la ruota che gira deserta,
la ruota lirica, che dice: sia felicità
questa carica buia, sia depressione
di chi è felice, ché del suo buio
giova la terra, e gioca
con le scimmie a sentire
la ruota del carro, perpetua…

(Ed è da queste felci sparite, è dai bulbi stretti
tra le mani, che si inventano i chiodi
dove Cristo viene salvato. Le scimmie
ci giocano, ci parlano divine
dietro un carro invisibile dentro la polvere
lirica, dov’è la pietra più umana,
è lì che i buoi trascinano, è lì
che il bene ascolta
e la carica felice, lì la depressione,
il buio che si perpetua è lì
che tutta la terra fa eco, e giova
perché muore un poeta).

Antonio Bux

*Le poesie qui pubblicate sono tratte da: Antonio Bux, Sasso, carta e forbici (con interventi critici di Enrico Testa, Cristina Annino e Alfredo Rienzi; Avagliano Editore, Roma 2018)