Antonin Artaud traduce Lewis Carroll, ovvero: come ti faccio un Humpty Dumpty alla coque. Storia di un’impresa linguistica folle

Posted on ottobre 21, 2018, 10:00 am
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La fascinazione avviene sempre a un crocevia, specie quando le strade sono maestre e si intersecano. Roba da manuali di storia e di letteratura, pagine cristalline che tagliano il pensiero, lo mettono con le spalle al muro e lo costringono al confronto.

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Un braccio di ferro tra energumeni della penna, una sfida nonsense, il Titanic del paradosso da un lato, l’iceberg del Novecento dall’altro, in viaggio non tanto “sul” mare ma piuttosto “nel” mare del surrealismo.

Un caso di traduzione tra due lingue straniere. Affiancate al testo originale di Lewis Carroll, si trovano la versione francese di Antonin Artaud e quella italiana di Carlo Pasi. Un ulteriore caravanserraglio, come se non bastasse già quello azzardato dal genio marsigliese: indagare, cuocere l’uovo antropomorfizzato che Salvador Dalì ha innalzato a elemento totemistico della sua meravigliosa produzione artistica.

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carroll artaud“Humpty Dumpty di Lewis Carroll” nella traduzione di Antonin Artaud (per Einaudi la versione italiana è firmata da Guido Almasi e Giuliana Pozzo) è un duello a colpi di archibugio: troppo “elevato” e quindi per pochi spettatori, il libro è stato messo al confino e quindi è diventato un piccolo tesoro da cercare nelle librerie meno luminose. Non è caricato a salve, non è pieno di sale grosso: escono parole, che spesso feriscono più delle pallottole.

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La polveriera è micidiale: vietato accendere sigarette, pipe o sigari. Il rischio è l’incendio, il rogo, la distruzione. Oppure quello di ritrovarsi tra le mani un uovo sodo. Che forse è peggio, se non si dispone di sale, pepe, olio e asparagi in qualche dispensa casalinga. Perché alla fine Humpty Dumpty cade dal muro ed essendo un uovo, diventa una frittata.

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La frase “I am the eggman” (“io sono l’uomo uovo”) inserita nel brano-capolavoro di John Lennon, “I’m the walrus” dell’album “Magical Mystery Tour” registrato quando i Beatles erano uniti, si riferisce al personaggio di Humpty Dumpty. E il ritornello, quello in cui Lennon emette strani versi quasi intraducibili, “goo goo g’joob”, sono le parole che pronunciò quando cadde e si ruppe la testa.

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Il poeta dell’a-poesia, Artaud, rivoluzionario assoluto, eccessivo e disperato, un uomo tortuoso come una strada di montagna: le sue parole sono stilettate, poderosi iceberg capaci di affondare il transatlantico drammaturgico del Novecento. Il poeta del nonsense, Carroll, fotografo raffinato di bambine, lucido e ludico padre dei limerick: le sue parole sono i remi della barca che muoveva quando accompagnava Alice Liddell a fare le gite sul fiume.

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Humpty Dumpty è un personaggio di una filastrocca inglese, rappresentato come un grosso uovo con sembianze umane seduto sulla cima di un muretto. La sua figura fu utilizzata anche da Lewis Carroll che gli fece incontrare Alice in uno dei capitoli più celebri di “Attraverso lo specchio”, opera straordinaria di straordinaria difficoltà.  Il libro è giocato soprattutto sul nonsense, che raggiunge la vertigine più profonda nel poemetto “Jabberwocky”, totalmente composto di parole inventate. Anche l’Italia ha dato il suo contributo alla nobile causa, il Burchiello. Scrisse sonetti che oggi non vengono percorsi né tantomeno frequentati, componimenti vergati in linguaggio straordinario e spesso, con coerenza e con ovvietà letteraria, inesistente. Va recuperato, Domenico di Giovanni detto il Burchiello. Un barbiere che sapeva fare pelo e contropelo anche con le parole.

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Qualcuno, in realtà, e addirittura a Rimini, si è cimentato con il nonsense: si chiama Loris Pellegrini, già professore di italiano al “Geometri” e raffinato drammaturgo. Il mio primo incontro con lui ai tempi della tesi di laurea, 15 anni fa. Mi donò la “storia” del Teatro degli Dei. Le sue parole qui sotto.

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Verso la fine del 1981 – un freddo dicembre! – le Biblioteche Civiche di Rimini e Cattolica ebbero la bizzarra e salutare idea di organizzare una “tre giorni” dedicata al nonsense, sotto il titolo quanto mai appropriato di “Festa del non-compleanno” (chi ha letto – e chi non ha letto? – l’Alice di Carroll sa di che parliamo). Sul cartoncino di presentazione dell’iniziativa brillava il seguente limerick in cui si prega di osservare il fine enjambement tra terzo e quarto verso (osservazione critica quanto mai pertinente visto che l’autore sono io)

C’era una biblioteca in quel di Rimini,
e un’altra poi ce n’era anche a Cattolica,
che per tirarsi su da questa tragica
realtà, ebbero l’idea magnifica
di organizzare una serata comica.
Oh, pazze biblioteche di Rimini e Cattolica!

Poiché, a quanto pare, io ero la massima autorità locale in fatto di nonsense mi commissionarono una appropriata ricerca. Risultato? Con al complicità del Teatro degli Dei, di Gabriello Milantoni e di Lorenzo Minelli, si mise su in due e due quattro “Beiàn, Beiàn, che diavol sarà questo?”, uno “spettacolo” che era in realtà un viaggio – come recita il sottotitolo – nel nonsense italiano dal ’300 al ’900. Un successone. Tant’è che fummo “costretti” a replicarlo qua e là. Si era sparsa la voce che una manica di squinternati recitava per un’ora le cose più assurde senza fare una piega…

(…) E lasciamo stare Burchiello (quello era un dadà caduto per sbaglio sulla Terra 5.000 anni prima del dovuto) e andiamo pure a rovistare negli armadi della letteratura seria: cosa vi credete? È tutto un saltar fuori di cadaveri nascosti. Lo sapevate voi che gli Accademici della Crusca – sì proprio loro, quelli del Vocabolario – si erano inventati una lingua che chiamavano “jonadattica”, consistente nel conservare la prima sillaba di ogni parola e cambiare poi il resto? (insomma, come dire: “Sifoni, querula seppia spettrale sul nonno” per “Signori, questa sera serata sul nonsense”). E che Arrogo Boito mentre scriveva i migliori libretti che Verdi abbia mai avuto, poi si lasciava scappare dalla penna cosine come questa:

Sì crudo è il gelo che le rime sdrùcciolanosene
tremando, e in fondo al verso rincantùcciolanosene;
le gocciole d’inchiostro stalattìtificanomisi
sotto la penna, ovvero stalagmìtificanomisi.

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Qualcosa di più sensato, “Per farla finita con giudizio di Dio” (Artaud) e per tornare alla traduzione di AA. La miccia che ha acceso il genio francese è tutta qui: Humpty Dumpty ha l’abitudine di “comandare” le parole per dar loro il significato che preferisce. E lui, l’Artaud, uomo sensibile, si deve essere sentito come una a-Alice, un’Alice al contrario, un Humpty Dumpty al femminile: corteggiata senza essere palesemente corteggiata, si è lasciata sedurre dalla possibilità di attraversare lo specchio.

Ovviamente Artaud era un uomo. Come Carroll e come Alice Liddell.

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Ma chi è Humpty Dumpty? E soprattutto, perché? Cosa lo ha fatto diventare così celebre, cosa aveva di così particolare da attrarre Artaud? Le parole di Carroll non hanno bisogno di spiegazioni:

Humpty Dumpty: «Piglia su e porta a casa!».

«Non capisco cosa dovrei portarmi a casa» disse Alice.

Humpty Dumpty fece un sorriso di disprezzo. «Naturale… devo dirtelo io. Volevo dire, “ecco un argomento che ti stende definitivamente!”».

«Ma “piglia su e porta a casa” non è proprio come dire “ecco un argomento che ti stende”» obiettò Alice. «Quando io uso una parola» disse Humpty Dumpty in tono alquanto sprezzante «questa significa esattamente quello che decido io… né più né meno».

«Bisogna vedere» disse Alice «se lei può dare tanti significati diversi alle parole».

«Bisogna vedere» disse Humpty Dumpty, «chi è che comanda… è tutto qua».

Alice era troppo perplessa per dir niente; così dopo un minuto Humpty Dumpty ricominciò. «Certe hanno un caratterino… soprattutto i verbi: sono i più orgogliosi… con gli aggettivi puoi fare quello che vuoi, ma con i verbi… comunque, io posso filare tutti quanti! Impenetrabilità! Ecco cosa dico!».

«E sarebbe così cortese da dirmi» disse Alice «che cosa significa?».

«Ora parli come una bambina ragionevole» disse Humpty Dumpty con aria molto compiaciuta. «Con “impenetrabilità” volevo dire che ne abbiamo abbastanza di questo argomento, e che faresti meglio a dirmi cosa vuoi fare a questo punto, poiché non credo tu voglia fermarti qui per tutto il resto della tua vita».

«Bel carico di significati per una parola sola» disse Alice in tono pensieroso.

«Quando do tanto lavoro a una parola» disse Humpty Dumpty «le pago sempre lo straordinario».

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L’ottima Livia Bidoli nel sovrapporre Humpty Dumpty ad Antonin Aartaud scrive: “La parola si fa oggetto e il significato è arbitrario, deciso dall’enunciatore stesso mentre il significante non ha di per sé una rilevanza specifica e corrispondente a un senso pre-stabilito. (…) Il linguaggio inventato di Carroll si fa linguaggio immaginario in Artaud, in una infinita serie di rocambolesche invenzioni. Il potere e la dominazione manifestata per mezzo di invenzioni linguistiche, dilatazioni semantiche, cambiamenti e rotazioni di senso ci accolgono con prepotenza nel testo di Artaud per mimare il gesto che manca sulla scena prodotta dal testo”.

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“Il teatro è prima di tutto rituale e magico – scriveva Artaud nel manifesto ‘Il Teatro della crudeltà’ – e non è una rappresentazione. È la vita stessa in ciò che ha di irrappresentabile”.

Eppure, nel tradurre il teatro di Carroll, il ‘poeta nero’ rappresenta una vita: quella dell’uovo e quella di Alice. Una vita a tutti gli effetti: invenzione e immaginazione appartengono all’esistenza. La fanno vivere.

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Sollecitato dal dottor Ferdiere, che lo curava nell’ospedale psichiatrico di Rodez, Artaud, gravemente malato di nervi, affronta con entusiasmo la sua proposta di traduzione di Carroll. Ma come spiega la nota Carlo Pasi, massimo studioso italiano dello scrittore, “l’azione terapeutica diventerà ben presto violento corpo a corpo linguistico, e insieme creazione di un francese inaudito, frutto di una tormentata proliferazione verbale”. Nasce così “l’impossibile” versione francese di “Humpty Dumpty”, segnata dal profondo nelle atroci sedute di elettroshock a cui venne sottoposto il “poeta nero”.

E il risultato è, sic et sempliciter, una s-carica in grado di cuocere anche un solo uovo.

“Goo goo g’joob”.

Alessandro Carli