La riflessione teologica elaborata da Antonietta Potente è tra le più originali e profetiche del cristianesimo contemporaneo. Suora domenicana in continua ricerca del Mistero, alle soglie di una promettente carriera universitaria, nel 1994 spiazza tutti e parte per la Bolivia, dove rimane fino a pochi anni fa vivendo in un villaggio di campagna a duemila metri con una famiglia aymara, in una casa d’argilla.

Negli anni pubblica svariati libri, insegna teologia all’università di Cochabamba, impara i mestieri più semplici per essere d’aiuto alla sua comunità, senza venir meno ai voti. Si impegna in prima persona nel dialogo interreligioso, in difesa dei diritti delle donne, dell’equità economica e dell’ambiente; in particolare, con il suo appoggio diretto e il suo pensiero, lotta insieme al popolo boliviano partecipando al cambiamento politico e sociale del paese.

Ma Antonietta non vuole essere definita missionaria, piuttosto viandante sulle tracce dell’«Intenso» – uno dei tanti nomi che assume Dio nel famoso trattato di Ibn Arabi. L’Intenso l’ha chiamata in paesi lontani e lei ha obbedito, fedele a quel filo invisibile che conduce in terre sconosciute per donare sapienza e, appunto, intensità di vita e di parola. Dalla Bolivia impara l’importanza di apprendere e custodire una cosmovisione sapienziale e alchemica, prassi oramai scomparsa in Occidente, impara la beatitudine dell’essere ignorati e forse anche dimenticati, con il sorriso sulle labbra, dal mondo che conta. Dio stesso è l’Invisibile per eccellenza e certo lo si abita con maggior profondità scavando in se stessi un pozzo di dimenticanza, di rinuncia a ogni vanità.

Sostenitrice di una prospettiva etica e mistico-politica che non può dividere la sfera contemplativa da quella attiva, sperimenta, attraverso la povertà quotidiana, un’armonia di gesti e pensieri che maturano in uno sguardo profetico, declinato sia alle vicende politico-ecclesiali che al dibattito teologico dell’oggi. Nel 2019 scrive un piccolo testo, Gesù di Nazaret. Il poeta increato (Ed. Paoline), che è sufficiente per guardarla con occhi sorpresi e devoti. Di lei colpisce soprattutto la capacità di rimanere immersa nella tradizione cristiana, dandone testimonianza in prima linea, senza disdegnare contaminazioni con altre culture mistiche e teosofiche. «Vivo sin viver en mi»: è il grido di Santa Teresa d’Avila. Vivere senza vivere in sé. Lasciarsi portare dallo Spirito, che soffia dove vuole, dappertutto, anche in contesti religiosi diversi dal proprio (Gv 3, 8).

Essere disposti al volo, pronti a qualsiasi partenza, sottomessi alla chiamata del Mistero: questo è forse il più grande dono che possiamo fare a noi stessi, eppure sembra, agli occhi della società attuale, il più grande sacrificio e disonore. Del resto, le leggi che regolano il cosmo sono fedeli a dinamiche spesso incomprensibili ai calcoli della ragione, disegno di un Deus absconditus fattosi Presenza rivelata ai puri di cuore che stanno alla sorgente, non cercando altro che la fonte primigenia dell’amore. Ha voluto incontrare proprio loro Antonietta, unendosi a compagni di viaggio così apparentemente diversi e lontani, iniziati dagli antepasados – ‘antenati’, in boliviano – e dallo spirito delle montagne all’amore per la vita umile e profonda, per gli esseri umani e per la Madre Terra.

Perché è infine per amore delle persone, delle cose e di ogni essere vivente che abita l’universo che si sceglie la fedeltà all’«Altro da sé», alla «voce di sottile silenzio» che invita tutti al viaggio, indistintamente. Spesso si pensa ai monaci, agli eremiti, ai religiosi, come a qualcuno che fugge e rinnega il mondo preferendogli una sterile assenza, una devozione tutta proiettata all’éschaton, al ‘dopo’. Non è così, la vocazione divina, anche se alimentata dalla solitudine e dall’ascesi, porta sempre a entrare in comunione e in dialogo con il tempo presente, con le sue battaglie e sofferenze.

Ecco, mi pare che l’esperienza umana e teologica di Antonietta insegni questo, senza pretesa di insegnare qualcosa: che l’assenza è forse l’unica presenza inesauribile a cui possiamo davvero consegnarci – che l’avventura umana ha senso solo a patto di scomparire nella Vita, facendosi sottili, luminosi, scavati dal silenzio e dall’oblio ma non per questo inesistenti. Ex-sistere come uno stare fuori, dunque, un volare via da sé: nel centro esatto «dove la vita si pensa vivere» e ci chiede soltanto di obbedire, senza più nome, imperdonabili e perduti, alla sua semina di luce. (Francesco Occhetto)

Partiamo da un tuo libro recente, Gesù di Nazaret. Il poeta increato. Un epiteto, questo, che dici esser nato da uno stupore. Il termine che per primo ti entusiasmò fu Achiropoieta, «non fatto da mano umana». È proprio lui Gesù?

Penso che nel cristianesimo, lungo i secoli, Gesù di Nazareth l’abbiamo interpretato con una certa sicurezza e anche un po’ di arroganza, quasi ad assicurare la nostra fede e placare i nostri dubbi sul divino e sul destino dell’umano. Una certezza in più rispetto a chi sapeva che Dio non lo poteva nominare e nemmeno vedere restando vivo, come ricorda il libro dell’Esodo. Io invece penso che Gesù faccia comunque parte della lunga storia teofanica del rapporto tra Dio e gli esseri umani, i popoli. Kairos straordinario degli infiniti kairoi, del divino nel tempo. Questa sintesi della chiesa d’Oriente, non fatto da mano umana, lascia Gesù nella luce ineffabile del divino: l’increato.

Mentre la sua poetica della vita, i suoi gesti, le sue parole giunte a noi attraverso la comprensione di donne e uomini che erano stati con lui, sono la sua stessa storicità. Ma proprio perché la sua vita è poietica allora il senso di quei gesti e di quelle parole non è immediato, perché il suo dire e fare viene dal divino. Anche il vangelo di Giovanni (Gv 1, 18), dopo l’annuncio dell’incarnazione della Parola che era presso Dio ed era Dio (cfr. Gv 1, 1-14), si ricorda che Dio nessuno l’ha mai visto. E noi siamo in questa condizione, non l’abbiamo visto e non lo possiamo comprendere solo attraverso il labirinto della ragione – come dico anche nel libro – ma c’è chiesto di lasciarci coinvolgere nell’esperienza.

In questo senso c’è bisogno di una teosofia su Gesù di Nazareth e non solo di una semplice teologia; una vera e propria cristosofia. Ogni discorso è sempre insufficiente, nonostante fare memoria di lui sia anche memoria storica, tramandata da chi l’ha visto, udito, contemplato, toccato e riconosciuto come vita (cfr. 1 Gv 1, 1-3). La sua poietica non è sola estasi al di fuori della drammaticità della vita, delle sue ombre e della sua pesantezza e nemmeno dicotomica analisi moralista per evidenziare il bene e il male. I suoi gesti e le sue parole sono entrambi atto misticopolitico nella società del suo tempo. Da ogni situazione egli estrae il senso profondo della vita, la sua linfa: fa parlare i muti, ridona la vista ai ciechi e fa udire i sordi, guarisce i lebbrosi. Non mi interessa sapere se fosse un taumaturgo o no, raccolgo semplicemente quella bella intuizione di chi ci ha trasmesso questa buona notizia.

Le sue parole e i suoi gesti sono nuovo inizio e nuova creazione, non per accattivare o vincolare l’umano a sé, ma per rimetterlo nella libertà di scegliere. Ogni suo gesto poetico è parola e viceversa, entrambi restano vicini all’archè primordiale: lui e la Deità eterna fanno la stessa cosa, parafrasando il testo giovanneo (cfr. Gv 10, 25). Nella conclusione del mio libro cito Maestro Eckhart: «Il luogo dell’anima, che è Dio, è senza nome. Io dico che Dio è inespresso». Ecco io penso che questo si possa dire anche di Gesù di Nazareth: è inespresso. Questo approccio potrebbe purificare un po’ la nostra fede fatta di troppe sicurezze a volte infantili e banali rendendoci più adulti, più umili e meno arroganti.  

Definendo le sue parole e i suoi gesti come atto «mistico-politico» penso alla parresia, questa qualità che tutti i cristiani dovrebbero incarnare mentre invece spesso è l’ingrediente meno presente nella nostra vita. Abbiamo ridimensionato Gesù a solo profeta, negandogli il portato rivoluzionario della sua rivelazione storica e addomesticandolo a figura mistica e non politica. Come avvicinarci invece all’essenza della sua non-dualità, essendo Egli totalmente umano e avverso alle dinamiche del potere e al contempo totalmente divino e immerso nei pensieri inesprimibili del Padre?

Penso che il nostro retaggio è proprio il dualismo; questa perenne oscillazione tra lo spirito e la materia, tra il divino e l’umano. In questo modo Gesù andrebbe ritrovato come via unitiva della nostra vita. La prima mistificazione che abbiamo fatto di lui riguarda la sua morte che, nel corso del pensiero teologico, si è andata spiritualizzando sempre di più. Con la sintesi: «morto per i nostri peccati» abbiamo nascosto la realtà di quell’evento che considero misticopolitico, perché lui era misticopolitico e cioè agiva politicamente. Le sue pratiche che erano pratiche di relazione con altre e altri, si dipanavano in gesti che rimettevano in un circolo vitale le persone, anche quelle più escluse: donne, bambini, ammalati fisici e psichici.

Nei suoi gesti di relazione, anche le cose tornavano ad entrare nel circolo della vita o di quella ancestrale benedizione divina. Basti pensare alla moltiplicazione dei pani. Tutti questi sono gesti mistico-politici. Allora si comprende che la sua morte non ha un senso puramente spirituale e non solo la sua morte ma la sua vita in generale. Alcuni testi sono molto eloquenti in questo senso, Galati 4, 4 per esempio: «nato da donna, nato sotto la legge». Nato nella quotidianità del tempo, nato in una cultura che amava e criticava come tutti i profeti prima di lui. Nato in un popolo con delle usanze, dei costumi, delle leggi proprie, di cui lui vorrebbe ritrovare il senso profondo, quello più occulto, strappandoli a quella meschina logica della precettistica e del moralismo.

La sua morte, dunque, ha una forza di obbedienza profonda al sogno divino e il sogno divino non riguarda solo singoli pezzi della vita umana e dell’ecosistema, ma riguarda ogni dettaglio, ogni cellula, atomo e sub-atomo dell’umano e del cosmo. Purtroppo il cristianesimo ufficiale ha annacquato questo evento storico, ma anche il Mistero. E oggi ne patiamo le conseguenze e così la fede oscilla tra fondamentalismi e sete di potere, o frenetici attivismi caritatevoli ma senza una vera e propria forza politica. La luce di colui che nel libro dell’Apocalisse dice di vomitare dalla sua bocca coloro che non sono caldi né freddi, ma solo tiepidi, è stata via via sbiadita e noi, nell’ambito socioculturale e politico, ci siamo via via accontentati della «banalità del bene».

In un tuo libro recente, Come il pesce che sta nel mare. La mistica luogo dell’incontro (Paoline, 2019) scrivi che «se vogliamo avvicinarci al Grande Mistero, dobbiamo diventare “mendicanti del divino”». Ecco, mi pare che in questa frase ci sia molto del tuo essere – oltre che teologa e religiosa – soprattutto pellegrina nel mondo in continua ricerca dello Spirito, che ti ha portato a vivere per tanti anni nelle «solitudini abitate» della Bolivia con i tuoi fratelli campesinos di etnia Aymara. Vuoi parlarci di questa esperienza umana e misticopolitica?

Dopo tanti anni, è come se ciò che ho vissuto fosse diventato carne della mia carne e sangue del mio sangue. Tutti quegli anni fanno parte di me, li porto dentro: persone, luoghi, alberi, fiori, animali, profumi, odori; il freddo e il caldo, la notte e il giorno. Mi è difficile parlarne, perché ci sono cose che al dirle diventerebbero subito aneddoti, quando aneddoti non lo sono mai stati e pietrificherei tutto, come a volte facciamo guardando indietro. Per me è come pretendere di spiegare le teofanie e forse solo il linguaggio poetico e allegorico lo può fare. Ma non considero l’allegoria come qualcosa di raccontato da qualcuno e scoperto nel suo significato recondito da chi ascolta. No, penso all’allegoria come il normale svolgersi della realtà. Il tempo che viviamo e gli spazi che abitiamo sono ricchi in allegorie. Le allegorie le impariamo a leggere nella realtà. Non le inventiamo.

Quella parte di mondo che ho abitato era ricca in significati nascosti. Bisognava gustare il silenzio, la solitudine, sentire la divina presenza ma anche l’assenza. Stupirsi, ridere, giocare perché quel popolo è un popolo giocoso, nonostante tutte le reali difficoltà dell’esistenza. Dovevo respirare profondamente, imparare a riconoscere le aurore, il movimento del sole e della luna, quello dei venti, il profumo dell’incenso nei rituali solenni, la stagione delle piogge, la paura e la forza, vivere nell’abbondanza e nella povertà. Appunto per guadagnarmi da vivere, insegnavo all’università cattolica della città. Per la teologia latinoamericana erano tempi difficili perché da Roma non capivano assolutamente niente. Ma il riflesso di quella terra è così intenso che nessuno poteva resistere e il nostro «quehacer teológico» – parola che si traduce male in italiano ma che vorrebbe dire il nostro ‘fare teologia’ – andava avanti, fino a diventare: Teologia Indigena, Teologia Femminista.

La mistica-politica là era normale: tutto era mistico e tutto era politico perché era l’anima corporea ad essere coinvolta. Non solo la testa con le sue ideologie, ma tutta la vita nella sua più semplice quotidianità. Era normale stare dalla parte dei più deboli; era normale partecipare alla liberazione del popolo da quelle pseudo-democrazie dittatoriali. Era facile rischiare perché quella era la vita. È vero quello che tu mi ricordi: «diventare mendicanti del divino». Sì, è proprio così. La nostra vita si deve muovere di teofanie in teofanie, che non sono accadimenti straordinari ma sono rivelazioni che noi dobbiamo solo percepire.

Doni da riconoscere senza trattenere – cosa non facile – per potersi spostare come dicono le Scritture: «di gloria in gloria» fino al faccia a faccia con il divino o chissà ‘la divina’. Forse mi dirai che non ho risposto alla domanda ma più passano gli anni e più non ho voglia di rispondere, perché la luce brilla e a noi tocca solo stare dentro la luce. Una cosa è certa e ci tengo a dirlo: non sono andata in Bolivia con l’idea di essere missionaria; non mi piacciono i missionari e nemmeno i volontari. Sono andata là per vedere il Mistero, così come oggi sto qua, con la stessa intensità, per fortuna le mie consorelle mi hanno capito.

Sì, perché tu ora sei ritornata in Italia e vivi assieme alle tue consorelle pur restando sempre in contatto con la Bolivia. Quanto la spiritualità domenicana ha inciso e continua a incidere sul tuo percorso di ricerca del Mistero?

Ci sono tanti aspetti che fanno parte della mia vita e sono come un soffio che ormai, dopo parecchi anni, dimora in me e mi ispira. Un soffio che mi porto dentro, come energia vitale che suggerisce uno stile esistenziale. La spiritualità domenicana non la si racconta in poche parole; è una trama abbastanza complessa tra contemplazione, predicazione, vita comunitaria, studio, itineranza e preghiera. Tanto che quando si ha una visione generale di tutte queste sfaccettature, una può apparire in contrasto con l’altra. Invece è proprio questa la bellezza: chi è domenicana o domenicano fa sintesi nel suo corpo, nella sua mente, nel suo modo di essere, di tutti questi aspetti. Ma vorrei soffermarmi solo su due, forse meno considerati o a volte mal considerati: l’itineranza e la mendicità.

Questi due aspetti sono in realtà quelli che segnano profondamente l’esperienza domenicana e, a mio avviso, non riguardano solo un atteggiamento esteriore ma il modo attraverso cui ci mettiamo in relazione con il Mistero, con altri e altre, con le cose e con tutto ciò che ci circonda. L’itineranza, infatti, non riguarda solo uno spostamento fisico, un andare di qui e di là senza senso. È piuttosto un atteggiamento interiore che si disvela ogni volta che mi metto in relazione con qualcuno. È essenzialità della vita di chi non tiene per sé niente perché sa di essere in viaggio, sa di essere «viator», direbbero gli antichi. L’itineranza è una vita in movimento trasformativo, è la consapevolezza del proprio viaggio interiore e di quello esteriore.

E tutto questo si associa alla mendicità che, come l’itineranza, non è atteggiamento esteriore ma pratica di relazione con la verità e la vita in generale. Considero questi due aspetti supportati da tutti gli altri che fanno parte dello stile domenicano, molto importanti anche ai giorni nostri, in un momento storico in cui sono emersi in modo chiaro gli specifici delle culture e delle religioni, per esempio. O in un momento dove la differenza, molte volte, forse troppo spesso, è motivo di inimicizia, esclusione, guerra, disprezzo. Essere itineranti e mendicanti significa che tutto il nostro essere è pronto ad ascoltare, a svelare ma anche a imparare, cosa assai importante per ricomporre e incontrare lo splendore del Mistero. Secondo le fonti domenicane e, secondo la mia interpretazione, ci sono due specifici che fanno sì che l’Ordine assuma questo stile: il primo è che siamo nate e nati dal sogno di Giovanna d’Aza, la madre di Domenico.

È lei che, incinta, nella sua immaginazione creativa, prevede ciò che sarà Domenico: itinerante nel mondo. L’altro aspetto lo prendo proprio dall’atteggiamento di Domenico ancor prima di fondare l’Ordine, che nel Sud della Francia passa tutta la notte a dialogare con l’oste della locanda dove era ospite, che seguiva la dottrina catara. Considero questo lungo e gratuito dialogo un atteggiamento di profonda mendicità che, ancor oggi, mi insegna molto.

Sei suora e teologa. Hai parlato prima di un Dio madre, in conformità con l’immagine che dà Gesù del Padre, le cui caratteristiche non sono per nulla maschili, simili a quelle attribuitegli già da Isaia. Il Dio dell’AT “partorisce con dolore” (cfr. Sal 29, 9; Is 51, 2) pur essendo coniugato al maschile, crea la terra come in un parto (Sal 90, 2). Addirittura la tradizione medioevale conosce la tematica del Gesù madre. Nell’Orazione X a san Paolo, Anselmo chiede: «Ma anche tu, Gesù, Signore buono, non sei anche tu madre?»; nel Libro delle rivelazioni Giuliana di Norwich afferma: «E la nostra sostanza è in Dio nostro padre onnipotente, e la nostra sostanza è in Dio nostra Madre onnisciente». Ricettività, ascolto, accoglienza: sono qualità fortemente femminili nonché condizioni ideali dell’esperienza mistica. Cosa significa, per te, essere donna, oggi? 

Sinceramente penso che quando si balbetta qualcosa sul Mistero non si possano usare categorie logiche e simboliche prettamente umane come il concetto di paternità, maternità, figliolanza ecc. Nelle Scritture sappiamo che esiste questa ritraduzione del Mistero ma per me è assai insufficiente e, in alcuni casi, si chiude a quella profondità di chi è essenzialmente, divina Presenza, nell’umanità e nel cosmo. D’altra parte sono cosciente – sempre di più – che il Mistero è stato detto – e continua tuttora – al maschile, con categorie, immagini e linguaggio maschile, salvo, appunto, alcuni testi biblici che lasciano immaginare il femminile.

Sono proprio le mistiche che nella loro esperienza non si perdono sul linguaggio che comunque porta con sé il fardello culturale e dottrinale segnato dagli uomini ma che nel loro partire da sé inventano un’altra lingua imparata da altre donne, prima su tutte la loro madre, e interpretano il Mistero con il linguaggio della propria esperienza che è esperienza di donne. Non è infatti una questione puramente di cambio di genere: mettere una “a” al posto di una “o”, oppure una “e” al posto della “i”.

È molto, molto di più, è un altro sentire e un altro dire il Mistero ma anche dire la vita. E chi dà questa autorità alle donne è il loro corpo, proprio quel corpo che la teologia ufficiale ha fatto di tutto per mettere a tacere o occultare. Le mistiche invece lo riammettono nell’esperienza del divino che avviene dentro di loro e di cui cercano un riflesso nella realtà. Sono mistiche, non sono teologhe; sono donne che si sospingono fuori di sé («vivo sin vivir en mí», direbbe Teresa d’Avila) nei meandri dell’esistenza, con il loro sentire dell’anima corporea. Sono poetesse, scrittrici, filosofe, contadine, tessitrici, alchimiste; alcune riconosciute sante ma quasi sempre oscurando gli aspetti più vitali della loro esistenza e dunque mistificandole con quei tipici universali del pensiero maschile. Prima che esistesse il mondo io c’ero, dice la Sapienza, ero architetto. Ecco, per me essere donna significa seguire le vie della Sapienza, artefice di tutte le cose e inoltre significa ogni giorno benedire Dio perché mi ha fatto nascere donna. Ma tutto ciò è un modo di essere, che io scelgo. Essere donna è non scendere a compromessi con tutto ciò che non è gratuito. Non scendere a compromessi con l’arrogante potere, con il desiderio di colonizzare tutto, persino Dio, e di comandare sempre. Noi donne scegliamo un’altra via e come tutte le scelte non è facile. A volte è solitudine o esclusione da quei luoghi ufficiali che disaccettano le differenze di idee e di stili di vita. Questa scelta però va fatta comunque, consapevoli che non è solo per noi, ma per tutti, e per cambiare il mondo.

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Un frammento da Gesù di Nazareth. Il poeta increato

La sua portata rivoluzionaria stava già in quel Verbo primordiale che, insieme al soffio, interruppe le nebbie del caos e fece emergere tutti gli esseri addormentati e iniziò la ri-evoluzione e la rivelazione dell’universo. Nella parresia predicherà che chiunque si incammini su questa strada non diventerà come quanti dicono di aiutare orfani e vedove e lo fanno solo in nome di una legge che allo stesso tempo non conta donne e bambini, mantiene distinto il sacro e il profano e ha il potere di accrescere la separazione e rafforzare le gerarchie. Costoro non si sono mai fatti carico, con i loro corpi, del dolore degli altri o del sogno del loro desiderio. Non hanno mai toccato niente nemmeno con un dito. Fanno finta di pregare più degli altri perché seguono dei rituali, ma il loro fine non sembra la vicinanza con il Mistero, bensì l’essere visti dagli altri o chiedere qualcosa per sé (cfr. Mt 23, 1-36).

Il Poeta increato, quando scandisce poesia, non cade nella trappola melensa degli spiritualisti, o di superficiali maestri e guru che abbondano nei centri di spiritualità ipermoderni. Quando pronuncia le antiche Scritture Sacre del suo popolo, dietro le sue parole non c’è nessuna retorica. Benintesi, la sua poesia non segue ritmi speciali, non è solo canto ai fiori che nascono o alle lune che spuntano tra le nuvole. La sua poesia è solenne parresia, il suo linguaggio è nitido e tagliente come ogni linguaggio profetico, inquieto verso il falso, l’ipocrita e il profittatore. Per questo il suo soffio e la sua poetica sono stati interrotti troppo presto, ancor prima che i soldati tirassero a sorte la sua tunica (cfr. Gv 19, 23-24). Quella poetica del Poeta increato non fu rivelazione assoluta dell’eterno, ma solo epifania di quell’evento che poteva iniziare la storia e una nuova trasformazione. Fu iniziazione alla ri-evoluzione e alla ri-velazione e iniziazione al Mistero.

Tu in te stesso lo vivi così e non in un altro modo, perché hai familiarità con l’invisibile. La teologia si è persa da tempo nei meandri del Gesù uomo e Gesù Dio, dal Gesù storico al Cristo della fede. E ti hanno spezzettato, hanno frantumato la tua dolcissima unione divino-umana. Solo i poeti delle Scritture ebraiche ti avevano intravisto nel loro sogno pieno di desiderio. Soprattutto Isaia aveva intuito, prima di ogni teologia, che era troppo poco l’espressione che ti faceva «servo obbediente al divino», anche se inviato, giusto tra i giusti: «È troppo poco che tu sia mio servo», canta Isaia (49,6), ed è vero. Leggerti solo nella tua umanità per dare alla storia qualcuno che la capisca e la liberi è troppo poco. Tu sei l’increato Poeta: non sei fatto da mano d’uomo, ma non sei solo Dio. A te niente è estraneo del movimento segreto del dolore o della gioia degli esseri che stanno nel grembo del tempo. Il divino in te è questo. Non ci voleva l’esaltazione dogmatica dei teologi. Altri lo sapevano già e tu l’avevi detto (cfr. Lc 10, 21).

Ti compiaci di queste folli rivelazioni che scompigliano la prosa e le leggi e in te diventano dolcissima poesia. Per me lo stupore più sconcertante non è l’assunzione dell’umano, che era già in te, ma la tua discesa agli inferi, che tanto venera la Chiesa d’Oriente. Il tuo tuffo nel tempo dimenticato, rassegnato, ignorato e la tua forza per tirarti su con tutti costoro e ogni cosa e ogni piccolo essere vivente che stava perduto nel passato.

Il tuo linguaggio matrice non si è mai separato da quella Parola prima: «Disse» (cfr. Gen 1). Così quando scendesti fin nelle viscere della terra risvegliasti i pieni di desiderio, gli indecisi e il più sottile e insinuante degli esseri viventi chiamato serpente. Perché tu ti muovi tra due desideri: quello struggente della Deità eterna e quello inquieto dell’umano. Questo è il grande fascino, l’incarnazione di ogni incarnazione, il tuo vero motivo di resurrezione. Come accade a un poeta, la tua passione d’amore non l’ha silenziata nessuno, nessuno ha nascosto la bellezza delle cose di prima, di dopo, di quelle che verranno.

Poesia è estrazione di te stesso con gli altri dagli inferi. Ti avevano portato vicino alla porta degli inferi e tu lo sentivi, lo avevi gridato nello spirito: non abbandonare me che non ti ho mai abbandonato (cfr. Sal 22). A chi hai gridato quegli antichi versi della tua tradizione? Al tuo popolo? All’umano in generale? A Dio, come canta il salmo ebraico? Ma tu sei un poeta, e con un colpo di reni ti sei rialzato insieme a tutti e tutto. Questa è la poesia e questo sei tu.