“Scrivere è mettere ordine nel mondo, un manicomio”. Benvenuti nell’anno degli anniversari: Dante, Dostoevskij, Dürrenmatt, Sciascia…

Posted on Gennaio 05, 2021, 10:43 am
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L’anno che, una volta diplomato, mi lasciai il liceo classico alle spalle, passai un’estate decisamente diversa dalle altre. Evitavo, se era possibile, di andare al mare. Più che altro frequentavo poco i miei coetanei, tranne qualche escursione serale. Mi piaceva andarci da solo, al mare, in posti sperduti, nuotare sino a raggiungere acque profondissime e ascoltare le vive presenze di quel mondo segreto sotto di me, facendo, come si suole dire, il morto a galla. Il rumore somigliava a quel gorgheggiare di acque vorticose che riesci a udire porgendo l’orecchio sulla cavità di una grossa conchiglia rugosa. I miei tenevano una casa in affitto al mare, cosicché nel pomeriggio mi rifugiavo nella residenza invernale a leggere un po’ di tutto, fino a tarda sera a volte. Nel raggiungerla coglievo le prime testimonianze dello scempio edilizio che di lì a poco avrebbe logorato il territorio. Case e villette a schiera spuntavano come funghi velenosi, ferite aperte sul paesaggio siciliano più a sud.

Quell’estate mi dedicai con passione alla letteratura russa. Ricordo in particolare sei titoli, la raccolta di racconti Memorie di un cacciatore di Turgenev, tutto il Teatro di Čechov, i Racconti di Gogol’, i racconti e le novelle di Puškin, Guerra e pace di Tolstoj e L’adolescente di Dostojevskij. C’era in questo improvviso interesse per la letteratura russa una profonda verità personale, una voglia di conoscenza mista a desiderio d’evasione verso terre più lontane. L’uomo e lo scrittore Puškin mi appassionò parecchio, specie quando appresi che lui stesso era morto in duello, dopo essere stato sfidato dal barone francese Georges d’Anthès, per l’accusa rivoltagli tramite il barone van Heeckeren, padre adottivo di quello, di essere l’amante della moglie. Puškin stesso aveva narrato di vita militare, pistole e sfide a duello, nel racconto Il colpo di pistola, uno dei cinque singolari racconti tratto da Le novelle del compianto Ivan Petrovič Belkin.Apprezzai molto anche la capacità di descrizione dei luoghi e l’immaginazione di Turgenev, e di Čechov rammento il senso di frustrazione e di rassegnazione dei suoi personaggi. Di Gogol’ amai tantissimo i Racconti di Pietroburgo, in particolare La Prospettiva Nevskij, Il cappotto e Il naso, stupendo racconto in cui lo scrittore quasi anticipava il surrealismo. Non riuscii a completare Guerra e pace, lo trovai decisamente pesante, a differenza di L’adolescente di Dostoevskij, anche quello un bel librone di seicento pagine, che tuttavia ai miei occhi reggevano, eccome se reggevano. Ne ho poca memoria, ma rammento che il protagonista, il giovane Arkadij Dolgorukij, figlio illegittimo di tale Versilov e della umile donna Sofia Andreevna si rifugiava nella sua stanza, nel suo limbo privato, fantasticando dei suoi progetti, quel limbo privato in cui viviamo oggi tutti noi, in emergenza sanitaria, e rammento anche che non nutriva molta simpatia per Napoleone. Già allora mi resi conto della capacità d’introspezione psicologica dei personaggi di Dostoevskij, in questo giovane ribelle, in cui in qualche modo mi rispecchiavo come orfano di me stesso, questo giovane indeciso se continuare l’istruzione o avviare altri progetti, che rimuginava lamentandosi della sua condizione e del suo patrigno. Si tratta in qualche modo di un sognatore, come il protagonista sognatore di Le notti bianche,ma reso anzi più autentico dalle giustificate lamentazioni o congetture sul suo stato, che Dostoevskij rende in maniera esemplare, qui nella traduzione di Eridano Bazzarelli, edita da Rizzoli, nel 2011:

“Vedrò quello che sarà – ragionavo – in ogni caso, mi lego a loro solo per un periodo di tempo, forse, brevissimo. Ma se appena vedrò che questo passo, per quanto convenzionale e piccolo, mi allontanerà dall’essenziale, romperò subito i rapporti con loro, pianterò lì tutto e mi rintanerò nel mio guscio”. Proprio nel guscio! “Mi ci nasconderò come una tartaruga”: questo paragone mi piaceva molto. “Non sarò solo –  continuavo a sciorinare aggirandomi come un forsennato in tutti quegli ultimi giorni a Mosca; – non sarò mai più solo, come è avvenuto finora per tanti orribili anni; porterò con me la mia idea che non tradirò mai, nemmeno se loro là mi piacessero tutti, e mi dessero la felicità, e io vivessi con loro magari dieci anni!”.

Il personaggio di Arkadij è in un certo quel senso un idealista, ma in negativo, come qualunque ragazzo che ha già vissuto troppa solitudine, troppa sofferenza, in virtù della sua emarginazione. Quanto è ancora fortemente attuale questo tema, in un’era segnata dall’alienazione dovuta a questa situazione epidemica, e dalla frequenza nell’uso delle tecnologie virtuali presso i più giovani. Tornando alla mia di adolescenza, mi trovai d’accordo, di lì a poco, con Charles Bukowski, quando, nell’elogiare Dostoevskij, lo definì un “duro”. Se Tolstoj allentò un po’ il mio primo amore verso la narrativa russa, Dostoevskij fu per me, in quegli anni, tra i pochi superstiti di quell’avventura russa, insieme a Majakovskij.

Quest’anno, oltre a ricorrere il bicentenario della nascita del grande narratore russo, ricorrono i 700 anni dalla morte di Dante e i cento anni dalla nascita di Sciascia e dalla nascita di Dürrenmatt. Scrisse Aldous Huxley: “Il segreto del genio sta nel portarsi fino alla vecchiaia lo spirito dell’infanzia, ovvero nel non perdere mai l’entusiasmo”, frase che, nel campo dell’arte, calza a pennello nel caso di Pablo Picasso. Huxley si riferiva probabilmente a un genio non prettamente scientifico, per quanto un certo pragmatismo, un certo senso della realtà, al genio, torni sempre utile. E nel caso di Dante? Quasi certamente il suo segreto fu quello d’essere uomo del suo tempo, ma non trascuriamo quel suo amore giovanile per Beatrice Portinari, che lo ispirò molto e che si prolungò, in forma chiaramente platonica, anche oltre la morte di lei, avvenuta a soli ventiquattro anni. Tra le Lecturae Dantis, nella sfida tra Vittorio Gassman e Carmelo Bene, di Gassman amo la capacità di attirare l’attenzione, e in particolare la lettura del canto ventiseiesimo dell’Inferno, con il famoso incontro con Ulisse e Diomede, avvolti dalla stessa fiamma, mentre di Carmelo Bene apprezzo molto quella magistrale, a tratti imperiosa, del canto sesto del Purgatorio, noto per la digressione, ovvero l’invettiva all’Italia del poeta Sordello da Goito. Della Divina commedia sappiamo come ispirò vari artisti, poeti e illustratori. Vale la pena qui ricordare in particolare la rivisitazione romantica della Divina Commedia del poeta, incisore e illustratore Wiliam Blake, attraverso schizzi a matita e acquarelli di cui ben 72 per L’inferno, 20 per il Purgatorio e 10 per il Paradiso, realizzatie portati a termine negli ultimi anni di vita (1824-1827),le incisioni del pittore e incisore francese Paul Gustave Christophe Dorè per L’inferno, del 1861 e i dipinti di Salvador Dalí realizzati in vista dei settecento anni dalla nascita del poeta, il 1965. Oggi che a causa dell’emergenza sanitaria i musei sono stati ingiustamente chiusi, nonostante gli ampi spazi e le mere possibilità di programmazione delle visite, che avrebbero mantenuto vivi questi nostri patrimoni artistici, ridotti a nude abitazioni di opere d’arte, luoghi di deposito di bellezze negate alla nostra vista, non ci restano che le mostre virtuali.

In particolare nel sito degli Uffizi possiamo ammirare i bellissimi disegni della Divina Commedia illustrata da Federico Zuccari, pittore manierista marchigiano del Seicento. La porta dell’Inferno è una vera chicca, dove la composizione dell’architettura del portale rievoca l’arco trionfale rinascimentale in chiave macabra, con maschere demoniache e scheletri armati di falce dentro le due nicchie laterali, e che ricorda, nelle due coppie di telamoni in forma di scheletri ai due lati dell’arco centrale, la composizione formale data dalla coppia di telamoni ai fianchi dell’arco bugnato centrale della Porta Nuova di Palermo, secolare viatico di accesso alla città, costruita a cavallo tra Cinquecento e Seicento, e ricostruita, in seguito a un incendio, alla fine del Settecento. Del centenario di Leonardo Sciascia, nato l’otto gennaio di cento anni fa, già si scrive su alcuni quotidiani. Fu giornalista, critico, scrittore, drammaturgo prolifico, il siciliano di Racalmuto, che si distinse per il suo impegno come autore e giornalista contro la mafia. Segnalo qui il saggio Metafisica del sottosuolo di Antonina Nocera, edito nel 2020 dalla casa editrice Divergenze, in cui l’autrice indaga un legame sino a ora non messo in luce fra lo scrittore siciliano e Dostoevskij. Scrive Antonina Nocera nell’incipit del suo raffinato saggio: “I fili che uniscono scritture anche molto lontane possono essere sorprendentemente sottili e al contempo resistenti come quelli di seta.È il caso di Leonardo Sciascia e F. M. Dostoevskij, separati da distanze siderali, eppure dialoganti su terreni comuni. Uno su tutti la naturale attitudine a considerare la scrittura un metodo di indagine sull’uomo, inteso come unità misteriosa su cui è impossibile mettere un punto definitivo. Ciò non ha impedito a entrambi gli scrittori di utilizzare le risorse della ragione per analizzare e mettere a fuoco il fondo dell’uomo, per sondare i limiti della ragione stessa e constatarne le falle, oltre che le immani possibilità. La natura russa e la natura siciliana si assomigliano in qualche nota dolceamara. La malinconia delle nevi fradice, delle Notti bianche, si riflette nella luce abbacinante e desertica delle campagne siciliane”.

In sintesi, il merito dell’autrice, sta a mio avviso, nell’essere riuscita a cogliere aspetti inconsueti dell’opera di Sciascia, con sapienti riferimenti della bibliografia dostoevskiana, ma senza divagare, come spesso naturalmente accade, quando si cerca di cogliere aspetti sconosciuti dell’opera di un autore, rimandando alla totalità della sua opera, e come a volte, tuttavia, è inevitabile fare, a seconda delle argomentazioni trattate. Qui, invece, l’autrice indaga il legame tra Sciascia e Dostoevskij attraverso la presa in considerazione dei romanzi Il contesto di Sciascia e I fratelli Karamazov, nonché dell’altro noto romanzo poliziesco dostoevskiano, ovvero Delitto e Castigo.

In questo mio procedimento, quasi a ritroso, non mi rimane che celebrare adesso, il primo anniversario di nota dell’anno 2021, quello di Friedrich Dürrenmatt, nato il cinque gennaio di cento anni fa, autore, a dire il vero, poco avvezzo alle celebrazioni. Fra le frasi più famose dell’autore svizzero ricordiamo questa: Scrivere è per me il tentativo di mettere ordine nel mondo, che sento come labirinto, come manicomio”. Già, proprio così, manicomio, quel manicomio che viene tanto da associare al passato anno 2020. Nel caos teorico e fisico del mondo narrativo di Friedrich Dürrenmatt l’archetipo del labirinto è decisamente più vicino al labirinto minoico di Cnosso, più affine allo sconvolgente fascino caotico di certe architetture medioevali, al disordine pre-espressionista delle Carceri d’invenzione di Giovanni Battista Piranesi, alle prime architetture espressioniste di Mies van der Rohe e alle acqueforti e ai dipinti macabri di Otto Dix. Direi, oltremodo, all’effimera purezza delle rivoluzioni sollevate nell’odore ferrugineo del sangue. L’idea fondante dei suoi “dramata” sono ora una sardonica rilettura mitologica come in La morte della Pizia, e ora specchiatura in chiave moderna dell’apocalisse biblica, i cui epos sono stravolti attraverso il metro della parodia, registro a cui lo svizzero di Konolfingen ricorre spesso, ma con una forte impronta realistica, come nell’inquietante racconto Il tunnel (Der tunnel) il cui protagonista è un viaggiatore amante dei sigari, esattamente come il giovane del romanzo La montagna incantata di Thomas Mann. In questo racconto, in cui il protagonista è saltato su una locomotiva sovraffollata destinata ad aumentare la velocità senza controllo, vi sembra di vedere anche la maschera impassibile del giovane Dürrenmatt, che sembra accettare il tragico destino della macchina come dell’uomo verso l’abisso, perfetta metafora della vita, per la quale, esattamente come per la locomotiva in discesa del racconto, non è dato tirare il freno d’emergenza, nonostante i tentativi del capotreno di porre rimedio all’irreparabile epilogo. I personaggi, come in altri racconti di Dürrenmatt, sono passive marionette nelle mani delle Parche, un grassone intento a giocare a scacchi con se stesso, una ragazza dai capelli rossi che tra una galleria e l’altra legge un romanzo, entrambi, come lui e il capotreno, a cui offre cordialmente un sigaro Ormond Brasil 10, destinati ad ammassarsi uno sull’altro con tutto il resto dei passeggeri. La domanda ancestrale del capotreno “Cosa possiamo fare?” sembra riecheggiare la chiusa del dialettico quesito “Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?”, dove, in vite dissimili, le opere sono prima che rassegnazione un placido testamento spirituale, come nel quadro di Paul Gauguin dal titolo omonimo, dipinto a Tahiti ormai sifilitico e allo stremo delle sue forze. A questa domanda risponde Dürrenmatt nel finale del racconto, nella traduzione di Umberto Gandini, edita da Feltrinelli, che sembra un po’ la metafora del passato anno: “Cosa possiamo fare? gridò il capotreno nel fragore delle pareti del tunnel che schizzavano loro incontro, all’orecchio dell’altro che era premuto immobile, col corpo grasso diventato inutile perché non offriva più protezione alcuna, contro il vetro del posto di guida, e assorbiva per la prima volta a occhi bene aperti l’abisso che era sotto di lui. Cosa possiamo fare,” gridò il capotreno ancora una volta, e il ventiquattrenne, senza distogliere lo sguardo dallo spettacolo, e mentre a causa della tremenda corrente d’aria volavano nell’imbuto su di lui i batuffoli d’ovatta, rispose con una spettrale serenità. “Niente”.

Alessandro Corso

*In copertina: William Blake, Gerione porta Dante verso Malebolge, 1824-27