“Ho come un’ombra nell’angolo di un occhio”: a vent’anni dall’esordio di Annalisa Teodorani, poetessa in dialetto, nella tradizione di Baldini, Pedretti, Guerra

Posted on Novembre 06, 2019, 9:48 am
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L’esordio, a 21 anni. Una stella cadente, luminosa come solo gli astri sanno fare quando incontrano l’infinito del cielo. Nel 1999 Annalisa Teodorani esce con Par sénza gnént (“Per nulla”, Edizioni Luisè), uno squarcio vernacolare nella tempesta della poesia santarcangiolese, lampo purissimo che si inserisce in una tradizione clementina che ha pochissimi eguali al mondo: Nino Pedretti, Raffaello Baldini, Tonino Guerra, Giuliana Rocchi. “Il dialetto è una lingua materna e quindi, come in tutti i rapporti genitoriali, è complicato e indissolubile. Ci porta in grembo, è un nutrimento del corpo e dell’anima. L’ho sempre sentita parlare, sia in famiglia che tra i compaesani” racconta, seduta sulla sedia della casa in cui vive, a Santarcangelo di Romagna. La sua produzione è un filo di perle: La chèrta da zugh (“La carta da gioco”, Il Ponte Vecchio, Cesena 2004), Sòta la guaza (“Sotto la rugiada”, Il Ponte Vecchio, Cesena 2010, 2013) e La stazòun degli amòuri biénchi (Cartacanta, Forlì 2014). Perle vernacolari. “Penso in dialetto anche se ora scrivo anche in italiano. Sono due registri che comunicano, che viaggiano su binari paralleli e distinti. A monte c’è una meccanica del pensiero. Non mi è mai capitato di dover tradurre: la poesia viene elaborata in santarcangiolese ed esce in santarcangiolese. Tradurre significa in parte tradire: ci tengo molto che quello che propongo mantenga la sua natura originaria” chiarisce con un sorriso candido.

Sullo sfondo, quella meravigliosa “Atene di Romagna”, capace di donare penne purissime. Raffaello Baldini disse che “Certe cose succedono solo in dialetto”. Affermazione che inchioderebbe chiunque. Non lei: “Per me c’è un mondo che è strutturato in questo modo, che ha regole interne di resilienza e che contestualizza la dimensione del borgo. Nelle sue poesia ci sono personaggi borghigiani, una realtà, una comunità che si esprimeva solo così e che poteva farlo solo così”.

Annalisa ha dato voce più volte alle sue parole. In scena, attraverso alcuni reading, o in matrimonio con un tappeto musicale. “La differenza tra il dialetto scritto e quello parlato, quello ‘detto’, è nei suoni. Il ‘santarcangiolese’ è pieno di dittonghi e porta con sé una marcata musicalità. La musica è dentro, nella struttura fonetica” aggiunge. Quindi non esiste “un” dialetto romagnolo ma più “dialetti romagnoli”. “Per i puristi il dialetto perfetto è quello di Ravenna o di Forlì. Miro Gori ha spiegato che i dialetti che possiedono i dittonghi sono quelli più creativi ma anche i più difficili da dire. I dialetti poco canonizzati, per converso, hanno e danno la possibilità di cimentarsi con la fantasia”.

Alessandro Carli

***

Eli e ràdghi
A t’ò niné
fin a fèt indurmantè
èli e ràdghi a l s’è invrucédi.
E t’una nòta pursì
da la nèbia l’è scap fùra
un pésgh in fiòur.

Ali e radici
Ti ho cullato
 fino a farti addormentare
 ali e radici si sono intrecciate.
 E in una notte qualunque
 dalla nebbia è spuntato un pesco in fiore.

*

Setèmbri
Énca un zéi
e’ cmìnza a fè òmbra

 

Settembre
Anche un ciglio
comincia a fare ombra.

*

I zchèurs dla zènta
Dal vólti a m mètt ma la finèstra
e a stag da sintói i zchèurs dla zènta:
da spèss i è acsè strach
che la s putrébb sparagnè
la fadóiga  d’arvoi la bòcca.
Mo se la zcòrr in dialètt
alòura i zchèurs  i arciàpa vigòur,
énca al patachèdi,
e u m vén vòia d’andè ad ciòtta
a dói la mi.

 

I discorsi della gente
A volte mi metto alla finestra
e sto a sentire i discorsi della gente:
spesso sono così stanchi
che si potrebbe risparmiare
la fatica di aprire la bocca.
Ma se parlano in dialetto
allora i discorsi prendono vigore,
anche le sciocchezze,
e mi viene voglia di scendere in strada
a dire la mia.

*

Du an
Al mèni a l vuntèva di giarùl
te vièl s’un vstidìn a pois.
L’éra la vóita d’un pasaròt ch’e’ zùga
s’una sménta, un fiòur…
Pu l’à tàch a pióv
la catóiva stasòun la s’à ingulè.
A i’ò cmè un’òmbra t’un cantòun d’un òc
u n gn’è gnént in fònd a e’ curidéur
però u m tòcca sèmpra guardè.

 

Due anni
Le mani tracimavano di sassolini
nel viale con un vestitino a pois
Era la vita di un passerotto che gioca
con una semenza, un fiore…
Poi ha cominciato a piovere
la cattiva stagione ci ha ingoiati.
Ho come un’ombra nell’angolo di un occhio
non c’è nulla in fondo al corridoio
però devo sempre guardare.

Annalisa Teodorani