Roma, inverno 2018, ancora lontani dalla pandemia. Incontro Anna Maria in uno dei miei forni preferiti, a Prati, davanti ad una spremuta di arancia e un cappuccino. Nella registrazione si distinguono il tintinnio dei bicchieri e le voci allegre dei baristi che ringraziano gli avventori. Il principe Torlonia ha voluto lei per il restauro delle magnifiche statue di Villa Albani. Ha restaurato la celebre Lupa Capitolina data dagli accademici per romana, scoprendola medievale. Ci sono sovrintendenti, studiosi e numerosi enti che non farebbero restaurare le opere da nessun altro. Ha un tono mite e uno sguardo dolce e pacifico. La dirittura morale che esprime persino nell’agitare il cucchiaino nella tazza l’ha costretta in passato allo sconforto dello scontro. Racconta dei suoi tortuosi percorsi con pudore, quasi scusandosene. Parla poco ed io potrei ascoltarla per ore mentre dipana rare parole discrete e tenacissime. Fiere di evidenza. Incontestabili. L’ho incontrata la prima volta anni fa, davanti alla mia scrivania di borsista dell’Ecole Française de Rome. Vi avevo poggiato i volumi presi in prestito dei restauri antichi di Villa Albani. Una vera sorpresa scoprire quanto fosse celebre e acclamata questa donna modestissima e alla mano che al mio arrivo, china sul mio tavolo da lavoro, si scusava dell’impudenza di tenerne in mano qualche volume. Da allora è rimasta graziosamente nella mia vita. Quando penso a lei mi diverto ad immaginarla come un ritratto simbolista, gli occhi dolci e le mani intrecciate, ben in mostra: “La Competenza si veste di Modestia”. 

Anna Maria Carruba in un ritratto fotografico di Cristina Dogliani

1. Come ti chiami, e perché i tuoi genitori hanno scelto proprio questo nome?

Anna Maria Carruba – Mi chiamo Anna Maria e questo nome è stato scelto perché mio papà è siciliano – rispetto a mamma che è altoatesina – e ha voluto mettere i nomi di tutte le sue sorelle (ride con la consueta dolcezza, il tratto principale di questa donna che non ha nulla di ordinario). In realtà sarebbe dovuto essere Marianna, che è più bello, ma è venuto fuori Anna Maria…

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2. Se non ti chiamassi in questo modo, che nome sceglieresti se potessi prenderlo in prestito ad un personaggio storico o reale del passato o del presente?

Anna Maria Carruba –Ma direi nessuno, perché ognuno è diverso… Non è attraverso un nome che ti puoi assimilare a un personaggio, anche se lo stimi.

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3. Sai che questa intervista anticipa il mio prossimo progetto letterario in cui sono intervistate persone note o sconosciute che avrebbero potuto condurre una vita comoda e vivere con tranquillità e facendo finta di nulla, ma che han deciso di sobbarcarsi rischi, disagi di ogni genere ed il biasimo della famiglia, degli amici e\o della società, per aver compiuto scelte “scomode”. Tu, secondo te, perché sei seduta su questa sedia e stai per essere intervistata?

Anna Maria Carruba – Per quello che hai detto tu (ride con modestia), perché ho fatto una scelta scomoda. Anche se… Anche se la scelta di sdradicare uno dei punti di riferimento del mondo archeologico, e cioè la datazione della Lupa Capitolina, non deriva da un atto di coraggio eroico, ma probabilmente da un’etica che ognuno di noi, chi più chi meno, ha radicata in sé. Io ho restaurato tantissime opere: su ognuna ho scritto qualcosa. E questa volta, senza pensare di fare un atto eroico, ho scritto quello che ho pensato, ma… perché mi è stato inculcato che è una parte del mio lavoro! Una parte del mio lavoro è scrivere quello che io vedo durante il restauro.

M.D. – Ma c’è stato chi, invece, nel mondo scientifico, dall’alto di un’imperdonabile prepotenza accademica, ti ha boicottato aggredendoti persino sui più importanti giornali. Tu eri cosciente che saresti incorsa in questo tipo di gogna mediatica?

A.M.C. – Sì… Sì, sì… Avevo intuito che ci fosse qualcosa di “delicato” lavorando sulla Lupa.  Sembrava un’impresa titanica datarla al Medio Evo, e non perché non ne fossi capace, ma perché per loro io non sono che una restauratrice, una che lavora con le mani e non con la testa…

M.D. – Sì, ma l’occhio vede… Ed è la testa comunque a muovere le mani, no?

A.M.C. – Eppure il mondo accademico non vede di frequente che la mano è guidata da un cervello… La cultura è spesso potere, e ciò che vedono è solo che hai scippato un’interpretazione che doveva essere loro (dice, come a giustificare l’audacia dello scippo).

M.D. – Perché era stata fatta un’ipotesi, si erano costruite delle teorie e i dati, per loro, dovevano rispettare e confermare l’ipotesi che promuovesse quelle teorie… Cioè una direzione inversa a quella della ricerca scientifica!

A.M.C. – E certo! … E non gliene importava niente, perché quello era il “Simbolo di Roma” e doveva rimanere tale.

M.D. – E tu hai toccato il mito, il sancta sanctorum (aggiungo, ripensando ad alcuni episodi cui ho assistito nell’arco della mia breve carriera archeologica); è difficile distruggere il mito. Allora volevano sì che tu scoprissi la verità, ma questa verità doveva essere quella loro.

A.M.C. – Brava! (Dice, quasi sollevata di non essere stata lei a dirlo). E poi non l’hanno scoperto loro… – e questo è stato il danno! – ma una semplice artigiana! Perché io sono un’artigiana (…che si è laureata in Lettere Classiche e Archeologia con Giovanni Becatti e si è diplomata con Cesare Brandi all’Istituto Centrale del Restauro, penso fra me.) – e un’artigiana non può dire qualcosa “in più”. In realtà io non penso di avere qualcosa in più, ma qualcosa di diverso dagli archeologi: io posso leggere sulle superfici interne delle statue, loro leggono su quelle esterne. Solo dall’accordo di queste due letture può uscire qualcosa. Gli archeologi conoscono bene la storia e lo stile, ma non conoscono affatto la materia; i segni impressi sulla materia dall’artista, dal tempo, infatti, quelli li vedo io! Nel caso della Lupa ciò che vedevo ho provato a riferirlo, ma la prima risposta è stata una risata.

M.D. – Quindi non sono stati sfiorati neanche per un attimo dal dubbio dell’incertezza!

A.M.C. – No (risponde, secca). Quando, casualmente, ne ho parlato con Adriano La Regina che era il mio soprintendente quando lavoravo alla Sovrintendenza di Roma, lui si è incuriosito e mi ha detto: “Ma che dice?! Mi incuriosisce… Ma come mai?! Mi spieghi…”. Lui per esempio mi ha sostenuto, e avendo le spalle molto più larghe delle mie, se ne è beccate molte più di me (ride con innocenza). Siccome lui è un’autorità, nessuno ha osato…

M.D. – E l’Ariete di Palermo (una celebre scultura in bronzo tradizionalmente datata al periodo ellenistico e restaurata da Anna Maria dopo la Lupa)?

A.M.C. – Ah… L’Ariete di Palermo, anche quello ha avuto un ringiovanimento (dice calma, modesta ma irremovibile. Ridiamo insieme).

M.D. – Ma è andata diversamente. A Palermo ti hanno prestato più attenzione…

A.M.C. – Sì, sì… Nicola Bonacasa ha fatto anche i complimenti ad Adriano La Regina per la Lupa e per l’Ariete. Anche lui aveva scritto sull’Ariete considerandolo ellenistico, ma dopo il restauro senza problemi ha preso atto dei nuovi dati.

M.D. – Onestà intellettuale. Bravo Professore! (Esclamo, fiera di averlo avuto io stessa per un periodo come direttore di tesi al Dipartimento di Archeologia di Palermo).

A.M.C. – Quello che è mancato agli archeologi è stato il guardarlo negli occhi l’Ariete, cosa che io ho avuto il privilegio di fare. Ho passato un anno, otto ore al giorno, a contatto con l’opera, e le mie mani, quando fanno la pulitura di una superficie, ripercorrono, si trovano nelle stesse posizioni delle mani dell’artista che l’ha fatto, e, se non è mancino, si possono fare addirittura gli stessi movomenti… quindi io posso capire il tempo e le difficoltà che ha impiegato lo scultore, la forza che ci ha messo. Sono tanti piccoli tasselli che, messi insieme, aiutano un archeologo… che purtroppo non sempre è disposto ad accettare qualcosa che derivi dalla materia!

Manuela Diliberto e Anna Maria Carruba; photo Cristina Dogliani

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4. Ne L’Arte della guerra, scritta fra il 1519 e il 1520, Machiavelli diceva che “Gli uomini che vogliono fare una cosa, debbono prima con ogni industria prepararsi per essere, venendo l’Occasione, apparecchiati a soddisfare a quello che si hanno presupposto di operare”. Nelle piccole cose, o ancor più nelle grandi, è sufficiente impegnarsi con ogni industria, con grande zelo, tenacia e ostinazione, o si ha anche bisogno dell’Occasione?

Anna Maria Carruba – Ebbene… arrivi fino ad un certo punto, quando ti apparecchi! Ma arrivi sicura di essere a posto con la tua coscienza (ride)…

M.D. – E poi?

A.M.C. – E poi… se non capita l’occasione, tu intanto hai fatto il tuo dovere.

M.D. – Si può provocare l’occasione, secondo te?

A.M.C. – (Riflette) Sicuramente… sì, si può provocare. Per esempio, dopo aver intuito e cominciato a ragionare sulla datazione della Lupa, a me è capitato che parlando casualmente con Adriano La Regina. Ma casualmente

M.D. – Ma tu l’hai provocata allora…

A.M.C. – Ma non lo volevo! Lui mi ha chiesto “Che sta facendo?”, e io dico “Sto facendo quello, ma tanto quella è medievale”. A lui gli si son drizzate le antenne e ha detto, ma come? (Ride, ricordando lo stupore dell’insigne sovrintendente). Forse, se fossi stata zitta… Ma poi per l’occasione mi sono apparecchiata interiormente; è una cosa che è venuta anche dal fatto che ho avuto una malattia dalla quale ho pensato che non sarei mai uscita, e quindi mi sono detta: “devo farlo”, devo lasciare una cosa anche per Roberta e Nicolò, i miei figli! Una cosa che ha richiesto un impegno ma che ho dedicato anche a loro, perché avessero nella vita il coraggio di fare le loro scelte. L’etica di fare il loro dovere. Il mio dovere, in quel caso, era quello, e non avevo scelta…

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5. A cosa pensi, cosa provi nei momenti più duri quando hai tutti contro e le critiche si abbattono numerose? A quale forza ti sei aggrappata?

Anna Maria Carruba – Al chi se ne frega (e ride di gusto)! Non so come dirtelo…

M.D. – Ma perché attribuisci forse l’importanza dovuta alle critiche…

A.M.C. – Ecco, sì, io il mio dovere l’ho fatto. Poi… Ma succede sempre così! Io cerco di andare per la mia strada, e poi se c’è qualcuno che non è d’accordo… anche perché non faccio mai del male a nessuno. Sono una persona mite, ma se non vengo capita, chi se ne frega, insomma… E poi, questo lo posso dire, non sono mai scesa al compromesso di fare una cosa per far piacere a qualcuno. Questo, mai.

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6. Cosa fa la differenza fra il decidere di intraprendere la via più tortuosa e, invece, il far finta di niente? Quali possono essere nel migliore dei casi le conseguenze? E nel peggiore dei casi?

Anna Maria Carruba – Non ho mai scelto le strade tortuose. Casomai le ha intraprese la mia coscienza che al contrario di me non è capace di fare calcoli e non piange sulle conseguenze. Se invece faccio finta di niente, poi mi pento, e il rimorso, quello sì che pesa!

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7. Una grande pena, una grande apprensione o una grande paura, possono giustificare la defezione da una scelta che in determinate circostanze può rivelarsi fatale sia per se stessi che per la collettività? Fino a che punto ci possiamo scusare quando a pagare per la nostra inerzia è anche qualcun altro?

Anna Maria Carruba – (Le spiego, prima che risponda, che la questione può essere applicata a lei come anche a qualcun altro. Le parlo del giudice Caselli.) Ma infatti… mi stavo domandando ultimamente, soprattutto pensando ai giudici, quanto un loro stato d’animo possa arrivare a danneggiare qualcun altro, per esempio una sentenza sbagliata… Per fortuna a me questo non capita e non può capitare con la mia professione. Però avrei il terrore di fare una scelta sbagliata che possa danneggiare qualcuno, quindi ci starei molto attenta: non vorrei mai essere l’inconsapevole causa di un danno altrui! Ma da sempre… questa è stata una mia paura, veramente! Pensare che io possa danneggiare con una parola, con un’azione, anche con una mancia sbagliata, possa umiliare qualcuno, guarda… e infatti sto sempre là a rimuginare e mi dico: “No, forse questo non lo dovevo fare, forse ho fatto una cosa sbagliata”. Preferisco stare a un livello raso terra piuttosto che fare una sparata che possa danneggiare. Che poi nella vita ma chi se ne importa, io devo rendere conto a Dio e alla mia coscienza.

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8. Un mio conoscente conserva ben in mostra fra i suoi libri, nella libreria del suo salone, una copia di Mein Kampf. Davanti al mio stupore e alle mie domande ha spiegato seraficamente che si tratta dell’omaggio che i suoi genitori ricevettero il giorno del loro matrimonio in Germania, negli anni 30, come si usava fare per le coppie di giovani sposi, e che per lui non si tratta che di un caro ricordo di famiglia, e niente di più. Pensi che la sua spiegazione e la sua scelta siano comprensibili e legittime?

Anna Maria Carruba – No, non lo sono. No… Io terrei quel libro anche in vista, ma soltanto per ricordarmi di quello che è successo, e che devo stare sempre con la guardia alta, sempre attenta e mai in riposo! Per quello lo terrei, sì, lo terrei… Ma per un altro motivo.

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9. Se non fossi te ma fossi un’altra persona e ti incontrassi e avessi occasione di conoscerti un po’, con che parole descriveresti Anna Maria? Che descrizione ne daresti?

Anna Maria Carruba – (Ride) No, non mi son mai guardata così bene dentro… Quello che penso io è diverso da quello che pensano gli altri. Io penso sempre di essere insufficiente, penso che dovrei fare qualcosa di più, penso a tutte le cose che mi mancano. Ho passato tanti anni quando ero piccola ad impegnarmi a fare un qualche miglioramento ogni giorno. Mi dicevo – come dico anche oggi a mio nipote – “Non deve passare un solo giorno senza che tu non abbia fatto un miglioramento!”… che può essere anche avere imparato una frase in inglese… o qualunque cosa! E questi miglioramenti non mi soddisfano mai, per cui non mi sento una… Però mi ci metto, cerco di capire… Soprattutto, cerco di capire. È uno sforzo, ma non so quello che direi di me stessa se mi incontrassi.

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10. Se non fossi Anna Maria Carruba, chi vorresti essere?

Anna Maria Carruba – Ma… non mi riesco ad individuare in un’altra persona precisa. Ti posso dire che vorrei essere una persona che agisce sempre con coscienza. Come diceva Dostoevskij, ci sono due sole categorie: i galantuomini e coloro che non lo sono. Io vorrei rientrare nella prima categoria (e sorride). Poi non mi importa più niente, se uno è bravo o non è bravo, se uno è brutto o è bello, se è archeologo o no. A me piacerebbe rientrare solo in quella categoria.

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Domanda personale: Che cosa rappresenta per te esattamente il restauro di un’opera?

Anna Maria Carruba – Significa garantirne la conservazione. E poiché il restauro non è un momento solo di conservazione ma anche di conoscenza, perché, appunto, il tempo che si passa assieme all’opera è lunghissimo, va registrato ciò che può scaturire da questo lungo contatto con essa. Quindi è soprattutto conservazione e conoscenza.

*In copertina: Anna Maria Carruba in un ritratto fotografico di Cristina Dogliani. Restauratrice romana, allieva di Giovanni Becatti e Cesare Brandi, Anna Maria Carruba si è occupata fino ad oggi del restauro di alcuni fra i pezzi più celebri della storia dell’arte antica.