Anite di Tegea: una grande poetessa con le palle, l’Omero donna che non scriveva di cose tenere e delicate, ma di morenti, militari caduti, suicidi e cani da corsa, risorge dall’antichità

Posted on ottobre 18, 2018, 10:53 am
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Un pregiudizio difficile da estirpare è che le poetesse debbano scrivere solo di cose dolci, tenere e delicate, in toni gentili e vezzosi. Un disgraziato malinteso, si capisce. Ugo Pontiggia è troppo acuto per caderci, però, e lo dimostra nella sua traduzione con commento degli Epigrammi di Anite di Tegea (La Finestra editrice, 79 pp., 16 euro). Anite è una poetessa vissuta in età ellenistica, in Arcadia, e appartenente, come Nosside, altra poetessa, e Leonida di Taranto, “all’area dorica del primo epigramma ellenistico, caratterizzata da una predilezione per le descrizioni ambientali e dal realismo delle situazioni e dei dettagli” (D. Del Corno). Di lei ci restano 21 epigrammi, giunti a noi perché compresi in quel ricchissimo repertorio del genere che è l’Antologia Palatina: essi vertono su diversi argomenti, e sono caratterizzati da una genuina effusione della sensibilità e da una partecipazione simpatetica alle minute vicende che immortalano: ma ciò non significa che l’ispirazione di Anite sia esile, perché questa autrice sa entrare nel cuore delle vicende, anche se piccole e quotidiane (ecco forse a partire da dove, nel tempo, ella poté venire malintesa).

aniteLa varietà fra gli epigrammi ellenistici non era solo tematica, cioè non si esplicitava solo nella scelta dei soggetti (erotici, funebri, letterari, ecfrastici, etc.), ma si manifestava anche nella diversità fra vari gruppi poetici, detti “scuole”: e alla scuola dorica si può ricondurre, infatti, l’interesse per il quotidiano e il familiare. Gli Epigrammi di Anite si concentrano, pertanto, sulle piccole cose di ogni giorno: un capro con cui i bambini giocano, dopo averlo adornato di briglie di porpora, un epitaffio per una cavalletta e per una cicala cui Mirò, una bambina, fece una tomba comune, la sepoltura per un cavallo, meneidaios, “valoroso in battaglia”, un augurio di buon riposo a un viandante che può ristorare il corpo stanco sotto verdi fronde nella calura infuocata. Tutte situazioni molto semplici, che Anite sa immortalare con accuratezza e precisione. Tuttavia, la sua lingua non è leziosa, né lo è la traduzione di Pontiggia, ma precisa, esatta, direi quasi affilata nella sua essenzialità: e questo è il maggior pregio del volume, che ha anche una veste grafica di rara eleganza, a partire dalla copertina, una fotografia di Tina Modotti raffigurante una giovane, con un semplice abito di un bianco abbagliante, colta nell’attimo in cui il vento inizia a sollevarle i capelli nerissimi.

Della vita di Anite, noi conosciamo molto poco: una testimonianza antica, in Pausania (Viaggio in Grecia 10, 38, 13), così dice: “Il santuario di Apollo era ridotto a un rudere. Lo aveva fatto costruire in origine un certo Falisio, un privato. Falisio si era ammalato agli occhi ed era quasi cieco; il dio di Epidauro gli mandò la poetessa Anite con una lettera sigillata. Anite aveva fatto un sogno che presto divenne realtà. Trovò fra le sue mani la lettera sigillata e, giunta per mare a Naupatto, chiese a Falisio di togliere il sigillo e di leggerla. Lui, cieco, non credeva di poter vedere le parole, ma, sperando che da Asclepio venisse qualcosa di buono, tolse il sigillo e, guardando la cera, guarì. Diede ad Anite quanto era scritto: duemila stateri d’oro”: un brano, di ispirazione fra il leggendario e il religioso, che, con il consueto uso del mondo antico dell’aneddoto, ci comunica il valore della poetessa e il potere della sua azione.

Come nota il curatore della presente edizione Ugo Pontiggia, mancava a oggi un’analisi del carattere unitario della poesia di Anite: le osservazioni della maggior parte dei critici, anche di Albin Lesky (cfr. Storia della Letteratura Greca – III –L’Ellenismo, trad. it. Di F. Codino, Milano 1996, p. 918), si fermano a sottolinare la freschezza degli epigrammi di questa autrice, il suo aderire minutamente alla realtà quotidiana e così via. Pontiggia però si spinge oltre, e, a integrazione di quanto già osservato in passato, nota come la poesia di Anite sorprenda per la tecnica di ripresa allusiva dei testi antichi, soprattutto di Omero: negli epigrammi qui presentati, infatti, “innovazione e tradizione si fondono in una nuova e riposata lingua”, in cui risalta “la capacità di accostarsi ai soggetti del racconto con delicatezza e compassione” (p. 9): una bimba morente, tre giovani donne che scelgono di suicidarsi, alcune ragazze morte prima delle nozze, un comandante caduto, un cane da corsa, i piccoli animali che allietano i giochi dei bambini, sono i personaggi di Anite, che per ognuno di essi “sa trovare parole antiche e talora nuovissime, ma tutte nel segno di una condivisione nel momento estremo, con una grazia e una raffinata semplicità che colpirà il lettore” (ibid.).

Non vi è più in questa poesia la vertigine del divino, di una parola poetica che apre uno squarcio in un mondo dominato dalla potenza degli dèi, e nemmeno c’è la ricerca fine a se stessa dello splendore della lingua: piuttosto troviamo una poesia che riesce, attraverso le minute esperienze del quotidiano, anche nei suoi particolari intrisi di dolore, a proporci un’attenzione particolare per i deboli e i sofferenti. Certo, colpisce che nella poesia di Anite abbiano un ruolo di primo piano i bambini: nell’Iliade essi occupavano uno spazio marginale, anche se, già in Omero, si possono trovare i primordi di una capacità descrittiva piena di partecipazione simpatetica, con grande attenzione alla bellezza, che troverà ulteriore sviluppo nei testi della poetessa ellenistica: per esempio, Omero sottolinea la bellezza di Astianatte, paragonato a una stella, che piange spaventato, vedendo il gigantesco elmo del padre Ettore ondeggiare davanti a sé con il suo intimidente cimiero, e che con il suo pianto determina una distensione dell’atmosfera creatasi fra i genitori; e più tardi, Simonide, nel celebre Frammento 543 Page, descriverà Danae la quale, rinchiusa col figlioletto Perseo in una cassa abbandonata alla mercé delle onde del mare, chiederà al piccolo di dormire per non temere quel che fa paura nella notte senza luce.

Forse, ipotizza Pontiggia, questa attenzione per i piccoli, gli ultimi, coloro che sono toccati dall’ombra della morte, è il portato di una tradizione antichissima, propria del folklore greco (e non solo greco) che assegnava alle donne un ruolo fondamentale nell’elaborazione del lutto e nei riti funebri, e, specularmente, nei riti che riguardano non solo la morte, ma anche la nascita. Pensiamoci: gli eroi greci piangono, e danno ampiamente sfogo al loro dolore con le lacrime (pensiamo ad Achille per la morte di Patroclo), ma poi sono capaci di allontanare da sé questa afflizione, riconoscendo in questo atto la prerogativa dell’agire maschile: e così Archiloco, in un’elegia per alcuni concittadini periti in mare, afferma, all’ultimo verso: “Ma fin d’ora sopportate, respingendo il femmineo lutto” (Frammento 10 Tarditi).

Non erano certo solo le donne a essere incaricate del compianto funebre nell’antichità: lo facevano anche gli uomini, e anche lamentatori professionali, ma non è un caso che la conclusione dell’Iliade coincida con il momento di massimo pathos provocato dal compianto delle donne troiane per la morte di Ettore, compianto che viene assegnato in prima battuta alla moglie, Andromaca, e alla madre Ecuba, e, infine, a Elena. Questo elemento permane in età storica, e quindi anche nella poesia di Anite, quando ancora all’elemento femminile si assegna un ruolo centrale nel dare inizio alla vita, e nel sancirne la fine, accompagnando con i canti rituali l’estremo rito, il commiato dall’armonia e dalla bellezza del cosmo, che si rivela anche nei suoi dettagli.

Silvia Stucchi