“Ma tu, vecchio parlare, persisti”: dentro la lingua di Andrea Zanzotto

Posted on Giugno 27, 2019, 6:38 am
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Lo stato di salute dell’uomo – e quindi, per urto, del mondo – si misura dal linguaggio. A quale grado di profondità va, oggi, il linguaggio? Dire non significa indicare, non significa – s’intende, ambire alla cura. Dell’oggi, non si dice – si comunica un desiderio di acquisto. Ma chi avvalora gli alberi, valuta il proprio amore, intinge in un verbo lo sguardo, la falcata celeste del falco? Anche il poeta, spesso, non dissotterra linguaggio dandogli futuro – scrive, con implicazione di applausi. Senza lingua ‘nuova’ non si vive altro che il noto, non si dà gergo all’ignoto, l’uomo, ombelicale, smuore.

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Riguardo alla biologia della lingua Andrea Zanzotto, in un articolo uscito su “In forma di parole” (luglio-agosto-settembre 1998), Una esperienza in comune nel dialetto, scrive: “È così che ci si sente strappare piedi e membra e corpo. Il tappeto su cui sempre si cammina dapprima si deteriora, poi diventa irreperibile, maciullato da un vero e proprio cannibalismo (non saprei come definirlo altrimenti), che oltre ad imbottire di mostruose fabbrichette e fabbricati immensi ogni angolo, fa della campagna e del lavoro dei campi mercato del ‘tempolibero’, quando per millenni è stato invece vero luogo della vita e della lingua quotidiana. Le espressioni, i gesti, i luoghi vengono divorati e trasformati in strizzate d’occhio, lusinghe dell’agriturismo, dell’equitazione o del giardinaggio. Cambia in questo modo completamente il rapporto millenario tra lavoro e paesaggio, tra agire e parlare dell’uomo”.

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La lingua – non le mani – costruisce il paesaggio, custodisce il mondo. Il deterioramento della lingua, l’inabilità di una lingua nuova, che dica e faccia nascere un legame, distrugge. Tra detto e atto, tra verbo e fiducia non c’è accordo, viviamo nell’eresia, nell’anonimato linguistico, un accesso allo scempio.

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Il testo che ho citato lo estraggo dalla Prefazione di Stefano Dal Bianco a un libro importante di Andrea Zanzotto, In nessuna lingua in nessun luogo (Quodlibet, 2019), che del grande poeta raccoglie “le poesie in dialetto 1938-2009”. Dal Bianco cita anche questo Zanzotto, del 1960, che già capisce la coercizione dell’italiano ‘d’uso’, di una lingua che non semina più grida ma ammissioni e assoluzioni: “La lingua frena la possibilità di un movimento assolutamente anarchico, che, dopo aver eroso la sintassi, tende ad erodere la morfologia e il lessico, nella direzione di un’espressione che dovrebbe coincidere con l’ineffabilità del grido”.

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Vent’anni fa, pressappoco, cominciai a tradurre i Salmi – la lotta con l’italiano e la sua proverbiale formalità è di ognuno che scriva. Il bisogno di una lingua di terra, tellurica, capace del terribile, mi portò studiare il Belli, soprattutto Albino Pierro e certi poeti siciliani e sardi. In sintonia con quelle parole di pietra, di osso e di lavanda, inventai quasi una lingua. Scelta del tutto astratta, pur partecipando del fango: atta a lapidare Dio e a dilapidarne il Nome. Giorgio Agamben, per altro, intuisce che “Il dialetto ha nella concezione di Zanzotto uno spessore teologico che vale la pena di indagare in tutti i suoi aspetti”.

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Federico Fellini, che ha maciullato e ricostruito la lingua del cinema, in una lettera ultracelebre del luglio 1976 invita Zanzotto a scrivergli dei testi per il Casanova, intuendo il quid, la questione di quarzo: “vorrei tentare di rompere l’opacità, la convenzione del dialetto veneto che, come tutti i dialetti, si è raggelato in una cifra disemozionata e stucchevole, e cercare di restituirgli freschezza, renderlo più vivo, penetrante, mercuriale, accanito”. Zanzotto esplica il compito e lo porta altrove esponendo un poema, Filò, che sfonda l’eredità umana – la Terra muore perché il linguaggio è sfinito, la natura sbanda perché non c’è cura nel dirla, siamo analfabeti oltre la miseria verbale delle nostre sature voglie – ed è un testo vertiginoso, tra i grandi del secolo scorso. L’ho visto, qualche anno fa, nella versione scenica di Silvio Castiglioni, con maschera, avventura sciamanica e risotto in pentola: mirabile.

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Credo che per capire il carisma dialettale di Zanzotto occorra leggere quello che scrive di Hölderlin nel ‘Meridiano’ che ne raccoglie Tutte le liriche, a cura di Luigi Reitani. Nel testo, Con Hölderlin, una leggenda, Zanzotto racconta il suo incontro, precoce, con il grande poeta tedesco (“è avvenuto nel momento in cui stavo entrando all’università, avevo diciassette anni e iniziavo le frequenze a Padova, continuando però a vivere nel mio paese”), lo stordimento linguistico (“L’incontro con Hölderlin è stato tanto intenso quanto quello con Rimbaud, e i due incontri sono avvenuti quasi contemporaneamente”). Zanzotto parte da una infanzia dialettale, coltiva un super-italiano, è affascinato dal genio tedesco e da quello francese, due poeti che forzano il linguaggio fino a estremità che turba. E lega questi incontri sulla zolla della poesia alla vicenda familiare: “la mia infanzia è stata ricca di emozioni anche se non felice, ricca di stimoli di ogni genere, anche culturali, e (a proposito delle lingue) essendo sempre stata la nostra una zona di emigrazione, soprattutto francese e tedesco echeggiavano facilmente”. Il dialetto natio si mescola a frizioni linguistiche altre: “mi venivano frammenti di tedesco minimo dalla nonna paterna che era stata, a Vienna, cameriera di una Prinzessin austriaca… mio padre Giovanni lavorò all’estero, soprattutto in Francia; ma nella prima fase era stato anche lui emigrante in Austria, cioè a Trieste. E già il nonno Andrea e suo fratello continuavano una tradizione secolare di migrazione in Cacania e più in su”. Lingua, dunque, dove il dialetto tuba con il francese e il tedesco e l’italiano si sfa in un gracchiare di indicibili.

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Già Pier Paolo Pasolini – 1952, Guanda, Poesia dialettale del Novecento – dà dignità lirica alla poesia in dialetto, infine rinnovandola. Oggi, la poesia d’espressione dialettale, quando è grande, ha altezza indiscussa e parità d’attenzione a quella in lingua. Ma non è qui il punto. Mi pare che a Zanzotto non importi rinverdire la lingua che fu con qualche stoccata ‘modernista’ – non c’è atto nostalgico, cioè, di rimozione, ma tragedia, semmai. Mi sembra, cioè, che con barbarica gioia Zanzotto costruisca una lingua come si intaglia un pezzo di legno, tra lama, preghiera e bestemmia. E la getti al futuro, alla canaglia di quelli che verranno, come una pantera che scodinzola. Parlatemi voi, dice, per tenere acceso il fuoco dei parlanti – per esumare il candore da ciò che è incenerito. Una lingua per i deserti – a ritrovare il proteo di una promessa. (d.b.)

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Vecchio dialetto che hai nel tuo sapore
un gocciolo del latte di Eva,
vecchio dialetto che non so più,
che mi ti sei estenuato
giorno per giorno nella bocca (e non mi basti);
che sei cambiato con la mia faccia
con la mia pelle anno per anno;
parlare povero, da poveri, ma schietto
ma fitto, ma denso come una manciata
di fieno appena tagliato dalla falce (perché non basti?) –
nonni e babbi sono andati, loro che ti conoscevano,
nonne e mamme sono andate, loro che ti inventavano
nuovo petèl per ogni figlio in fasce
tra gli stenti, le grida di parto, la fame, le nausee.
Girare mi dà fastidio, in mezzo a queste macerie
di te, di me. Dal dente accanito del tempo
avanzi non restano nel piatto, e meno
di tutto i cimiteri: devo dirti cimitero?
È vero che non può esserci più ormai
nessun parlare di néne-nonne-mamme? Che fa male
ai bambini il petèl e gran maestri lo sconsigliano?
È vero che scriverti,
vecchio parlare, è troppo faticoso, è un male
anche per me, come prendere a rovescio,
per obliquo, far slogare i tendini delle mani?

Ma intanto qui attorno, girando per i mercati
o meglio andando per campi e clivi e balze
là dove il gallo di cristallo canta sempre tre volte,
da giuste bocche ti si sente. Io ho perduto la traccia,
sono andato troppo lontano pur rimanendo qui
avvitato, imbullonato, diventato quasi un ceppo di piombo,
e la poesia non è in nessuna lingua
in nessun luogo – forse – o è il rugghiare del fuoco
che fa scricchiolare tutte le fondamenta
dentro la grande laguna, dentro la grande lacuna –
è il pieno e il vuoto della testa-terra
che tace, o ammicca e fiuta un passo più oltre
di quel che mai potremmo dirci, far nostro.
Ma tu, vecchio parlare, persisti. E seppur gli uomini
ti dimenticheranno senza accorgersene,
ci saranno uccelli –
due tre uccelli soltanto magari
dagli spari e dal massacro volati via –
domani sull’ultimo ramo là in fondo
in fondo a siepi e prati,
uccelli che ti hanno appreso da tanto tempo,
ti parleranno dentro il sole, nell’ombra.

Andrea Zanzotto

*Si riproduce in lingua italiana parte del “Filò” di Andrea Zanzotto, riprodotto in, Andrea Zanzotto, “In nessuna lingua in nessun luogo. Le poesie in dialetto 1938-2009” (Quodlibet, 2019); una edizione del “Filò. Per il Casanova di Fellini” è stata pubblicata, con prefazione di Giuliano Scabia, da Einaudi nel 2012

**In copertina: Andrea Zanzotto visto da Vincenzo Cottinelli