“Trattenne un conato esistenziale”. Sul romanzo di Andrea Scanzi, noto personaggio televisivo

Posted on Agosto 29, 2020, 8:41 am
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«Mi offrono un viaggio sulla macchina del tempo. Ho a disposizione un solo biglietto, posso scegliere se andare nella Braunau am Inn del 1889 e impedire la nascita di Adolf Hitler o nella Arezzo del 1974 e impedire la nascita di Andrea Scanzi. Che fare» (Guido Vitiello su facebook, 25 febbraio 2014)

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Questo fulminante quadretto satirico può essere utile per introdurre il personaggio del pubblicista Andrea Scanzi, definito da Wikipedia “giornalista, attore teatrale, saggista e conduttore televisivo”, in forza a Il Fatto Quotidiano, ultra-noto nei media italiani, dai giornali alle televisioni fino ai social network, dove imperversa quotidianamente. Recentissima la sua sguaiata esternazione lanciata fra Twitter e Instagram sull’ultimo libro: «Conosco colleghi che venderebbero la madre per essere ventesimi (ventesimi: non primi) nella classifica di saggistica della Lettura del Corriere della Sera. Io sono primo da due mesi. Potete immaginare il rosicamento (e le critiche) che ne derivino. Ma chi se ne frega: solo gioia e riconoscenza».

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Ecco l’euforia tipica che esplode a danno degli avversari: un impulso che più di una volta l’ha portato a deragliare in un macchiettismo trash e infantile, indegno di un giornalista di prima fascia, come quando festeggiò la sconfitta di Matteo Renzi al famoso referendum del 2016 inscenando davanti alla webcam di casa un balletto frenetico in cui simulava un orgasmo. Tutti sanno che Andrea Scanzi, oltre che una persona, ama essere un personaggio che ogni giorno si esibisce sul palcoscenico del Paese, assicurandosi che tutti lo guardino – con ammirazione o con riprovazione o con ostilità, l’importante è che si occupino di lui – e impegnandosi per suscitare reazioni, polemiche, indignazione, rabbia, recriminazioni, scontri. Molti lo definiscono più che egocentrico, cucendogli addosso definizioni iperboliche come turbonarcisismo alimentato da iperegolatria, per il suo bisogno quasi irrefrenabile di sentirsi superiore, di esibire disprezzo e imporsi su chiunque in ogni contesto.

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Non intendiamo affatto occuparci dell’aspetto politico della sua attività giornalistica, talmente connotato da essere chiaro a tutti e non richiedere precisazioni. Sia sufficiente la frase apodittica che pronunciò nella trasmissione televisiva de La7 “Otto e mezzo” il 14 giugno 2018: «Se l’elettorato Cinque Stelle comincia a dubitare della superiorità morale della propria classe dirigente, è la fine del movimento Cinque Stelle». Nemmeno vogliamo occuparci dell’immagine estetica che ama curare nelle sue costanti presenze pubbliche e televisive, con i capelli finto-spettinati per sembrare ragazzo, la barba tenuta a sei millimetri fissi per sembrare incolta, i giubbini e le catenine in vista che rasentano il coattismo, lo sguardo spavaldo di chi può mettere in ginocchio chiunque, la malcelata esibizione di machismo da sciupafemmine, da uomo-che-non-deve-chiedere-mai, con lo sguardo che sembra sempre dire io sono il meglio, io sono il meglio, io sono il meglio.

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Tralasciando tutto questo, ciò che porta a occuparci di Andrea Scanzi è la scoperta che nel 2015 ha pubblicato con l’editore Rizzoli un romanzo di cui non si ha memoria, al punto che oggi la voce wikipedia, definendolo “giornalista, attore teatrale, saggista e conduttore televisivo”, tace sulla qualifica di romanziere. Nel domandarci il perché, è arrivata subito la risposta: il suo La vita è un ballo fuori tempo risulta fra i libri acquistabili a metà prezzo nei magazzini remainders, dunque è rimasto in buona parte invenduto. Cosa può non aver funzionato in un’operazione che s’è certamente avvantaggiata del massimo sostegno, della massima visibilità, del robusto martellamento dei media, essendo l’autore uno dei personaggi più in vista del parterre giornalistico italiano?

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Così inizia la presentazione editoriale: “Per Stevie le cose non potrebbero andare peggio. In redazione, dove ogni mattina la scure di Zagor gli ricorda lo squallore filogovernativo del suo tronfio direttore; a casa, dove ad accoglierlo c’è solo la labrador Clarabelle, ghiotta di crocchette all’alchermes; e persino al bar, perché la ragazza bellissima e misteriosa che gli prepara il caffè, Layla, ormai da sei anni lo tormenta con la sua indifferenza”. Stevie vive col nonno in una casa che amano chiamare “palazzo Vaughan”; il nonno, tuttavia, si chiama Obdulio Vaiana, e la cosa sembra quanto meno bizzarra. Nelle prime pagine si legge: “Obdulio Vaiana sbuffò con vigore, espellendo decenni di Marlboro orgogliosamente fumate con buona pace di chi gli aveva sempre consigliato il contrario. Lui, a ottantasette anni, ci era arrivato. Si diede il tempo di riprendere fiato, o quel che ne rimaneva, e affrontò la quinta rampa di scale. Si massaggiò la gamba, regalandosi un crepitio di artrite, e si chiese perché Sandro non avesse mai neanche ipotizzato la presenza di un ascensore. In fondo quel palazzo a tre piani era suo. Suo e di suo nipote. Suo, di suo nipote Stevie e di Clarabelle”.

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Dunque, cerchiamo di capirci qualcosa. Innanzitutto, visto che questo protagonista – ovvio alter ego – si chiama Stevie (in onore di Stevie Ray Vaughan, dotta citazione musicale), forse all’autore non dispiacerebbe essere chiamato Scanzie: la frequenza con cui indossa giubbotti neri alla Fonzie sembra confermarlo. Il protagonista Stevie, ovviamente, lavora in un giornale: “Scriveva di calcio su «La Patria», l’unico quotidiano di Lupinia. Oltretutto era lunedì, e di lunedì la squadra locale, la Dinamo Brodo, non si allenava. Il giorno prima, in trasferta, aveva perso 7-0 con la Cicerchia Regna. Stevie aveva scritto il resoconto e le pagelle, stando bene attento a non dare insufficienze per non scontentare il direttore, casualmente presidente della Dinamo Brodo, nonché suocero dell’allenatore e padre del portiere”.

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Che ridere, che umorismo: un talentaccio, questo Scanzie. “I suoi migliori amici sono un playboy cinico e misogino, un tennista fallito, un cassiere di night vessato dalla moglie e una cavia di prodotti drenanti; e poi c’è Violet dagli occhi tristi, la sua ex, che in qualche modo ce l’ha fatta mentre lui è rimasto in panchina”, dice la presentazione editoriale. Che alla fine raggiunge il climax: “Un romanzo amaro e poetico, con qualche vino e tanto blues, costruito sull’intreccio di voci e storie che fanno da sfondo alla rivolta tutta privata di un eroe molto moderno mentre fuori la realtà morde, e fa male, sotto il velo consolatorio della commedia. La satira esilarante di un Paese inventato, le cui vicende sono fin troppo riconoscibili”.

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Qualche vino? Che può significare? Ma non perdiamo tempo e proseguiamo. Le vicende “fin troppo riconoscibili” sono presto dette: lungo la narrazione sono inserite piccole digressioni, staccate dal contesto e addirittura stampate in un carattere diverso, che ridicolizzano alcuni personaggi politici dell’epoca in un modo tanto becero e improbabile da non far capire nemmeno di cosa si stia parlando. Matteo Renzi è il premier Tullio Stelvio Bacarozzi e l’odiatissima Maria Elena Boschi è il ministro Elena Pia Bozzo: inserti che vorrebbero essere esilaranti, ma lasciano davvero interdetti per lo scollamento, l’insensatezza e la scoordinazione.

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La storia inizia col protagonista Stevie-Scanzie che si sveglia nel suo letto dopo troppi drink, e scopre di essere in compagnia di una donna di cui non ricorda nulla, nemmeno il nome: situazione tipica del femminiere incallito e irrecuperabile, che deve trombare senza sosta per alimentare il proprio ego. La prosa scanziana è talmente spigolosa da far quasi rimpiangere i walteromanzi veltroniani.

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“Soltanto a quel punto Stevie capì. E quello che capì non lo rassicurò. 1) «Il cane» non era un invito a riflettere sull’evoluzione della specie canina e sul suo ruolo nella società, ma un più prosaico riferimento a Clarabelle; 2) Clarabelle, cioè «il cane», non stava sbattendo sulla porta come un ariete, ma semplicemente tergicristallizzando la coda nel tentativo di attirare l’attenzione del padrone di casa; 3) la coda, sbattendo contro la porta del bagno, generava un effetto «assolo di batteria dei Led Zeppelin» che aveva appunto svegliato la voce; 4) la voce apparteneva a una donna. Stevie non ricordava benissimo chi fosse, né come l’avesse conosciuta, ma evidentemente ci aveva appena dormito”.

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Grande, lo Scanzie: che prova di machismo. A questo punto Stevie va in bagno e scimmiotta pari pari il famoso Fabio Volo che urina per terra e ‘fa la scarpetta’ con la carta igienica: “Pisciò tentando di centrare il water, riuscendoci in parte. Provò imbarazzo per se stesso e ripulì come poté”. Proviamo imbarazzo anche noi, pensando a quante volte deve essergli successo. Ma a un certo punto, ecco l’inserto politico in carattere arial: “Con il sorriso sulle labbra, giusto mentre Stevie ascoltava John Hiatt e Clarabelle si chiedeva quando diavolo le avrebbero dato da mangiare, il governo presieduto dal giovane Tullio Stelvio Bacarozzi depenalizzò centotrentaquattro reati. La decisione, votata all’unanimità anche da dissidenti e opposizione, fu motivata dall’urgenza di combattere la criminalità dilagante. Il Premier disse che, per contrastare le forze del male, bastava cancellare il concetto di male. La stampa, tutta, ne plaudì l’ardire da statista visionario e certo illuminato”.

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Che dire? Dobbiamo prenderne atto, pur non capendoci nulla. Poi arriva il nonno – che, udite udite, fa l’hacker – a sbirciare nella stanza: “Esercitò un’impercettibile pressione sulla porta, come sempre socchiusa, quel tanto che bastava perché la sua silhouette curva ma ancora severa ci si incuneasse dentro. Da sotto, ora ne era certo, arrivava una musica: Stevie aveva davvero trapanato con qualcuna, e adesso mandava il suo codice Morse al nonno e alla banda. Si trattava solo di interpretarlo”.

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Magnifico: Stevie-Scanzie ha trapanato con qualcuna, che ovviamente è sempre diversa. L’ha schidionata, com’è nella filosofia machista che permea la storia fin dall’inizio: “«Però almeno lui ha trapanato». «Sempre elegante, Vaiana». «Nel sesso non c’è eleganza. O si trapana, o non si trapana. L’uomo si divide in due macrocategorie: quelli che possono trapanare e quelli che non più. Stevie fa ancora parte dei primi, o così è lecito sperare per lui. Noi siamo ampiamente oltre la glaciazione. E non ci salverebbe neanche un plotone di Cialis in servizio permanente»”.

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Ma sono gli attacchi a Maria Elena Boschi – inseriti a casaccio in carattere arial – a essere insensati, demenziali, terribilmente imbarazzanti: “Elena Pia Bozzo, ministro delle Riforme Buone, si guardò allo specchio e sorrise. Lo specchio riflesse con un entusiasmo reputato non sufficiente dai Probiviri dell’ottimismo. Lo specchio fu condannato a morte”.

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Lo specchio riflesse? Abbiamo capito bene? Sì, riflesse: una coniugazione che non esiste, e che forse Stevie-Scanzie neanche immagina cosa sia. E l’editore Rizzoli – ormai fuso con Mondadori, al costante inseguimento del mercato e depauperato di risorse e competenze interne – sembra non avere più redattori capaci di lavorare in modo decente. Appena il tempo di riprendersi dallo choc, che dopo altri passaggi imbarazzanti (“Miriam se n’era già andata, senza neanche aspettare una risposta. A Stevie capitava sempre più spesso. Parlava e all’inizio non era solo, però poi sì”) arriva un altro attacco all’ex-ministro: Elena Pia Bozzo si fece portare un altro specchio. Ci guardò dentro. Vide fianchi larghi, gengive enormi e un’ambizione stanca. Indispettita, telefonò a Paride Rozzi, lodatissimo ministro della Guerra, e chiese in prestito un drone. Rozzi, da sempre sensibile al fascino di donne e gengive, acconsentì. Il ministro Bozzo prese possesso del drone. Il drone si chiamava Eclipse. Il drone puntò allo specchio. Quando colpendolo lo mandò in mille pezzi, Eclipse si sentì felice. Anche il ministro Bozzo, però lei un po’ meno”.

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Vi assicuriamo che è difficile proseguire. Andrea Scanzi odia a tal punto una donna politica che la ficca in un romanzo piazzandole i fianchi larghi e le gengive enormi – mentre in altre sedi, dichiarandosi un “esperto di piedi femminili”, glieli definisce fra i più brutti perché “cicciotti”. E la prosa di questo pasticcio, che si ha la sfrontatezza di chiamare romanzo, diventa talmente balorda che ci si domanda seriamente se in Rizzoli ci siano ancora editor o correttori all’altezza. La costruzione della frase “Anche il ministro Bozzo, però lei un po’ meno” risulta inaccettabile per chiunque sappia fare editoria. Ma passando alla costruzione pratica del romanzo, il ricorso continuo alle citazioni fighe non fa che scimmiottare i terribili walteromanzi veltroniani: “Si vestì di tutto punto e indossò il suo cappello da sicario preferito: «È uguale a quello di Lee Van Cleef ne Il buono, il brutto e il cattivo» si ripeteva orgoglioso”. A cui si aggiungono le trite analogie alla Enrico Vanzina: “Agile come Fred Astaire, Sandro guizzava da un reparto all’altro”. Va da sé che la prima recensione, apparsa su Il Fatto Quotidiano a firma di Antonio Padellaro, il suo direttore, iniziava così: “Ho sempre pensato che avesse ragione Italo Calvino nel sostenere che, anzitutto nella letteratura, la salvezza vada cercata nell’ironia e nel sorriso”.

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Non sappiamo che altro dire. Qui non si sorride per niente, l’insieme risulta così scoordinato, scriteriato, pretestuoso, dilettantesco, inefficace, vergognosamente insensato da renderne difficile una qualunque disamina. Un romanzo schifato anche dai lettori, che non sempre riescono a bere qualunque cosa. Dunque, ci limitiamo a riportarne qualche riga, perché ci siamo dilungati anche troppo.

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“Dal calcolo dei dischi ascoltati, dovevano essere più o meno le venti. Le sue orecchie avevano appena beneficiato di Dave Alvin e Rolling Stones, Stevie Ray Vaughan e Allman Brothers band, Eric Clapton e Daniel Lanois”.

“«La speranza non muore».

Stevie trattenne un conato esistenziale.

«Uhm. Buono, ma non abbastanza. Zegatti, prova tu».

Zegatti non esisteva. Il ragazzo, un altro stagista, si chiamava Seganti. Apparteneva alla specie in via d’estinzione degli idealisti. Abbassò lo sguardo e disse: «La speranza è una trappola».

Stevie sobbalzò, anche se fece di tutto per dissimulare lo stupore. Un tempo era stata una delle sue frasi preferite. Una frase di Mario Monicelli”.

“Tutti annuirono. J.J. Cernia si spostò il ciuffo con la mano destra, che lambì un po’ di pece e si colorò di nero petrolio. Stevie, osservando la scena, ebbe il primo conato. «Se io fossi un uomo banale, vi direi di titolare: La speranza non è pura baldanza».

Stevie ebbe il secondo conato.

«Se fossi inutilmente originale e un po’ volgare, vi direi di titolare: La speranza non riempie la panza, ah ah ah»”.

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E terminiamo qui, per non rischiare che i conati arrivino a noi.

Paolo Ferrucci

*In copertina: Andrea Scanzi in una fotografia di Giancarlo Restuccia