“Con quello che pubblicano, si capisce perché a uno passi la voglia di leggere: faremo rinascere le librerie indipendenti”. Il progetto culturale di Andrea Mascetti, l’avvocato che legge Milarepa, Hesse, Dostoevskij

Posted on Settembre 11, 2019, 8:29 am
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Nel cuore di Milano, risuona Herman Hesse – in forma concreta e volitiva è lui a raccontarmi i punti salienti e ‘attuali’ (ovvero: perennemente inattuali al fluire della Storia) di “Demian”, pubblicato esattamente un secolo fa. Poco prima, per messaggio – i cellulari hanno inevitabili vantaggi se li domini con il cervello senza farti soggiogare dalla lascivia del ‘fare’ – discutiamo della propensione verso l’occulto, lo spiritismo, il ‘meraviglioso’ di William Butler Yeats. Andrea Mascetti è avvocato assai solido, con uno studio nel cuore di Milano, appunto, e a Varese. Di inossidabile eleganza, pare sempre pronto allo scatto, parla forbito e ha lo sguardo ferino, affronta complicatissime carte ma può, all’improvviso, darsi a sfidare un ghiacciaio. Abita in metropoli, ma ama la solitudine montana. Quando scopro, nel giugno scorso, che in Fondazione Cariplo l’avvocato Mascetti è il coordinatore della commissione “Arte e Cultura” mi sorprendo. Uno che legge, che ha testa adatta al pensare e all’agire, spesso controcorrente, in un ruolo istituzionale così importante, ambito. In una delle prime dichiarazioni, rilasciate qualche giorno fa, Mascetti cita, tra le ‘linee guida’ che definiscono il suo progetto – direi: sentieri nel deserto del contemporaneo – “la rinascita delle librerie indipendenti”, la “formazione culturale dei giovani”, un elogio esplicito ai “piccoli editori, di libri rari o creati in modo artigianale”. Mascetti è allo stesso tempo pragmatico e lucidamente antimoderno. Lo contatto. Mi concede una intervista controcorrente, avventata? Ci sta. Eccoci. (d.b.)

Ho letto di un suo impegno a tutelare, anzi, direi, a salvare le librerie indipendenti. Ci vedo una idea culturale precisa, svincolata dall’incatenamento delle grandi catene. Sbaglio?

L’idea è quella di uscire dalle strade obbligate, o meglio da quelle già indicate da altri. Oggi nelle città si vedono due catene di librerie, forse tre, sempre le stesse. I piccoli editori indipendenti arrancano, salvo alcuni che resistono con piglio e originalità. Le librerie dedicate a temi specifici o, più semplicemente, a propri gusti stravaganti, sono quasi estinte; e con loro quel bel tipo umano che ricercava con passione luoghi inconsueti e seduzioni esotiche. Sorte ancor più crudele è toccata alle librerie antiquarie, un tempo luoghi votivi di tante donne e uomini colti ed appassionati, ricercatori entusiasti di tesori nascosti tra mille scaffali. In tutto questo panorama i lettori decrescono di anno in anno, come in una spirale infernale. Siamo forse giunti al trionfo del generalismo: sapere poco di tutto e nulla di ciò che veramente vale. Il modello Wikipedia è giunto alla sua ennesima potenza. E così anche la lettura è stata divorata dal Leviatano. Per leggere occorrono infatti tempo, quiete, noia fors’anche: tutte cose che nel frenetico mondo dei cellulari non sono più consentite. E l’Italia, questa creatura bizzarra, pare abbia pagato a più caro prezzo il mutamento dei tempi, con una riduzione drammatica della lettura, soprattutto tra i più giovani. Ad onore del vero, con quello che pubblicano, si capisce perché ad uno passi la voglia di leggere. Personalmente faccio molta fatica a trovare cose interessanti in libreria, soprattutto presso le grandi edizioni. O ripubblicano classici, o cadono in cose illeggibili e pacchiane. Con l’eccezione di Adelphi e di alcuni pochi altri intraprendenti editori.

In particolare, lei parla di una ‘emergenza lettura’. Io aggiungerei, malignamente, che c’è anche una ‘emergenza letteratura’, ma non è questo il punto. Perché, fuori di retorica, ritiene la lettura così importante?

Perché leggere è come “sperimentare”, se stessi e il vasto mondo; è uno dei pochi strumenti di libertà che ci permettono di comprendere la complessità dell’esistere e le mille sfaccettature di questa nostra condizione umana. Togliere questo mezzo di confronto è come togliere i giochi ai fanciulli: si impedisce loro di crescere in armonia. Il mondo precedente all’invenzione della stampa aveva l’esperienza della terra e una tradizione millenaria che istruiva e formava. L’uomo che invece noi abbiamo conosciuto ebbe la lettura e la scuola: entrambe queste sono cadute in condizioni dolorose, mi pare.

Da lettore ‘forte’ mi dica che libro ha sul comodino.

Ho sempre con me I centomila canti di Milarepa e Irradiazioni di Ernst Jünger. In questi giorni ho finito di rileggere Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, e ora sono immerso in un testo di Orlando Figes di Einaudi, La danza di Nataša. Storia della cultura russa (XVIII-XX secolo) che così si riassume: “dagli splendori della Pietroburgo settecentesca all’epoca terribile del sistema staliniano, dall’arte popolare ai magici rituali degli sciamani asiatici, dalla poesia di Puškin alla musica di Musorgskij; un grandioso affresco della storia e della cultura russa, ricca di vicende straordinarie e di personaggi indimenticabili, artisti ed aristocratici, rivoluzionari ed esuli, religiosi, libertini e contadini senza nome”.

Che rapporti devono intercorrere a suo avviso tra politica e cultura. Mi verrebbe da dire: esiste ancora una ‘cultura politica’?

Ci fu un tempo in cui la Cultura era uno strumento mirabile della Politica. Ed infatti le due cose dovrebbero andare a braccetto; meglio, una dovrebbe essere lo specchio dell’altra. Tutte le grandi ideologie costruirono strepitose macchine per diffondere la propria cultura, ovviamente per suggestionare politicamente a proprio favore le masse. Ma oggi tutto questo non esiste più. In nessuno schieramento, sia chiaro. I politici dei giorni nostri considerano i temi culturali orpelli inadeguati ai tempi e alle necessità, anche elettorali, della odierna fase politica. Quando Spengler usava il termine Kultur ne aveva una idea tutta politica. Oggi la situazione è enormemente diversa, e non mi pare che si tratti neanche più di mera Zivilisation.

Penso che uno dei nodi centrali del sistema culturale sia la scuola. Eppure, le accademie ingrigiscono e le scuole arrancano. Intende agire anche in questo settore? In ogni caso, qual è il suo pensiero sul punto?

Non ho evidentemente alcuno strumento per agire su queste vicende che hanno profili spaventosamente grandi e complessi. La scuola è lo specchio del nostro mondo. Non ci sono più pedagogie alte. Una idea totale dell’uomo, come forse ebbe ancora Steiner, non potrebbe avere alcuna fortuna nel nostro mondo, dove le scuole sono mere istituzioni burocratiche finalizzate a perpetuare, salvo rarissime eccezioni, il banale e il brutto.

Infine: la lettura è un gesto individuale, la cultura è una ricerca propria, privata. Come si salda questa solitudine, questo eremitaggio dell’intelletto con una azione culturale ‘per tutti’? Direi anche: come si concilia la ricerca intellettuale con l’essere ‘buoni cittadini’?

Come la preghiera e la meditazione operano per vie non conosciute ai più, anche la lettura o la discussione appassionata generano effetti sottili i cui esiti non possono esserci noti. Quando regalo un libro o, meglio ancora, quando vedo un giovane che si dedica ad una militanza culturale, magari allestendo un tavolo di libri che lui ritiene tanto speciali da essere diffusi, ecco, lì vedo e nutro una speranza. Quel giovane, pur non avendolo forse mai letto, fa sua la famosa battuta di Jünger per cui “libri e proiettili hanno i loro destini”.