Un amarcord ritagliato nel Sud Italia. Sulla poesia di Andrea Galgano

Posted on Gennaio 02, 2020, 11:30 am
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Andrea Galgano è un vero poeta: quotidiano, esistenziale, dal ricco spartito linguistico. Nato e cresciuto a Potenza, collabora con il periodico “Città del Monte” e per le pagine culturali del quotidiano “Roma”. È docente di letteratura e scrittura creativa presso la Scuola di Psicoterapia Erich Fromm di Prato-Padova. Come fosse una lucciola che illumina i pori dove crescono i canneti acquitrinosi o il “bacio di madrepore”, quei coralli emersi dai terreni che lastricano il silenzio lasciandolo intatto nel sogno simile a quello di Federico Fellini, in un amarcord ritagliato nel sud Italia, Galgano compie il gesto di una resilienza che sfoglia la cartina topografica in cui vivono non solo i luoghi di una patria poetica come Praia a Mare con la sua “spiaggia tulipano”, ma la stessa tradizione lucana di Leonardo Sinisgalli, Albino Pierro e Beppe Salvia, che hanno cantato lembi geografici marginali, sottolinea Davide Rondoni nella prefazione a Non vogliono morire questi canneti (Capire Edizioni 2019). “Ho cercato l’incavo dei palmi / la pietra ai vicoli delle ginestre // la stella delle tarsie / era loggia di congedo / ai bordi delle case”. Il ritmo cadenzato dei versi è come il velluto delle sedie che Andrea Galgano rammenta, o una piana “stinta di bianco” che si allunga e si restringe sui poggi, sulle crepe, sul “cielo minerale”. Ci fa sempre piacere scoprire un poeta che stringe ancora la mano, idealmente, ad una scelta anti-novecentesca passata malamente in seconda linea, situata tra l’Ermetismo e l’Avanguardia, che potremmo definire una poetica domestica e dal tono suadente. In questo caso c’è aderenza tra un’atmosfera alleviata da un benefico vento (lo scirocco) che batte sulle “pietre meticce”, tra un’aria cristallina e pungente che nomina la vastità degli alberi, delle pinete, tra la bellezza dei cedri, dei gigli, e gli amori estivi ricreati stagione dopo stagione tra i chiostri e i bar dei borghi in serie.

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“La quercia / abita la gemma terrazza degli steli / sulle finali del faro // sono piccole sabbie e carrubi / i tuoi mari nastri / e il coro di rocce del Cerreta / sulla corda dei nettari”. Andrea Galgano guarda l’orizzonte e i contrafforti, il novilunio e i lampi, visita la “laguna dei ricordi” del suo universo. La trama intertestuale ha una scansione sintattica e fortemente umanistica, una stratigrafia degli ambienti e una leggerezza che echeggiano nella vastità sempre presente, attenzionata. Il poeta abita un’anima mutevole sotto gli astri invisibili: anima che si infrange sulle “penisole azzurre”, sulle donne abbracciate nei cortili e nelle piazze.

Andrea Galgano ha scritto “Non vogliono morire questi canneti” (Capire Edizioni 2019)

E ancora viali e colli, un fotogramma e un sentimento, un rimando di colori duttili che si sciolgono e si ricompongono, che si fanno insegna impressionista. In un esito straniante e al tempo stesso ricomposto in un’unità d’insieme, Andrea Galgano modella continuamente figure e visioni, una radice amorosa che accomuna gli abitanti mai nominati che si aggirano nelle scalinate, “aggrappati alle luci / della stazioni”, nei sottofondi delle scale, nelle darsene, nelle spiagge assolate. La natura è mobile, virtuosa quanto prospettica, valicabile. I notturni esplodono in una musica “prima di ogni amore alle stelle”: un contrappunto raffigurato da una felicità affidata all’occhio e all’orecchio. Parola e immagine stabiliscono un connubio per cui l’espressione orale trasmette all’esterno un significato verificabile in quei mitici canneti da vedere e da sentire nel fruscio palpitante.

Alessandro Moscè

*In copertina: una fotografia dal set di “Amarcord” (1973)