“Tutti abbiamo un lembo scheggiato. Il cuore deve essere vuoto per vedere”: su “Frattura” di Andrés Neuman

Posted on Agosto 27, 2019, 9:12 am
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Incontro Andrés Neuman per un caso fortunato in una giornata di pioggia a marzo dell’anno scorso a Bologna. Presentava Vite istantanee e Le cose che non facciamo. La prima cosa che mi ha colpito di lui come uomo è stata l’apertura al prossimo, l’attitudine a non usare lo schermo del traduttore, cercava di capire e rispondere nel suo italiano migliore. Abbiamo parlato poi passeggiando di come in Le cose che non facciamo i micro racconti abbiano delle caratteristiche tipiche della poesia, l’apertura appunto. Neuman ci tiene a lasciar respirare i racconti, renderli una casa con la porta aperta, dove si può rientrare tutte le volte che si vuole. Curiosa quindi mi avvicino a questa Frattura di Neuman (Einaudi, 2019), sperando che anche qui tenga tutte le porte aperte.

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E Neuman mantiene la promessa. Frattura è un romanzo che entra con delicatezza nello spazio vuoto tra i lembi scheggiati e ruvidi di un vaso rotto, quel vaso che abitiamo e che chiamiamo corpo. Watanabe Yoshie è un pensionato giapponese, sopravvissuto da bambino in uno strano miracolo oscuro a entrambe le bombe atomiche, unico superstite dell’intera famiglia, annientata dalla potenza invisibile delle radiazioni. Un uomo, Watanabe, che si fa conoscere da un narratore esterno che lo segue dall’alto sopra la sua testa e dai racconti confidenziali delle donne che lo hanno amato. Ognuna emerge da questo vuoto della frattura portandoci un pezzo di Watanabe, siamo noi lettori che dobbiamo ricostruire il vaso, cercare l’oro per sanare la crepa. Una donna amata per ogni paese che ha vissuto; ognuna di loro porta a Yoshie non solo una forma di amore diversa dalla precedente ma anche la possibilità di diventare un uomo frammentato, un frammento di sé stesso. Cambiando paese per lavoro e per scelta, quasi per ossessione mai però ammessa, Watanabe può continuamente fuggire dallo iato nella crepa, mettere una distanza siderale tra il trauma, di cui porta cicatrici mute, e una vita che continua in un corpo che pare non aver mai subito danni per le radiazioni. Il vero trauma quindi è il vuoto, il vuoto che si è fatto a Hiroshima e Nagasaki, il vuoto radioattivo che ha spazzato via tutto, le persone semplicemente hanno smesso di esistere. Dopo la tragedia se una persona non veniva cercata da un vivo allora non era mai esistita. Alla fine Watanabe ci ricorda che niente rimane, che smettiamo di essere, ecco perché molte persone sentono il bisogno di fare figli, dare a qualcuno il ricordo di noi, consegnare la memoria, provare a esistere ancora un po’. Watanabe non ha figli e non si sposa mai, ha amori bellissimi e diversi, attraversa la vita cercando tutto sommato di non lasciare grandi tracce, ritornare quindi al vuoto.

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Questo romanzo mi ha ricordato la sindrome del cuore vuoto in medicina cinese: un cuore vuoto non è un cuore non pieno, è un cuore che si è svuotato e ha tutte le possibilità di aprirsi e di accogliere. Il cuore deve essere vuoto per vedere, è la condizione necessaria per non trattenere le cose, non si attacca alle emozioni, le vive e le lascia fluire. Il cuore quindi come uno specchio, risponde al riflesso quando arriva, non trattiene le ombre, non si ruba le luci e i colori.

Ed è da questa precisa condizione che Watanabe affronta un ultimo viaggio in un altro deserto radioattivo: Fukushima. Yoshie si sposta nelle dune molli della terra invasa dalle onde, da solo è alla ricerca di qualcosa e non sa neanche lui cosa, lascia semplicemente che gli eventi lo accolgano. In questo suo tentativo di arrivare sempre più vicino al nucleo radioattivo più intenso Yoshie cerca di sperimentare quanto il suo corpo sia ancora inattaccabile. Riemerge però quella tensione a rendersi frammento di sé stesso, con chiunque parla non fornisce mai la vera identità completa, è un gioco però, si diverte a liberare i pezzi, a esistere in forma assoluta in un presente che porta il peso del silenzio come “scomparsa simultanea, enfasi dell’assenza”.

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L’emblema di questa sacralità del vuoto sta nella descrizione di un cane che il giornalista Pinedo, personaggio di collegamento, vede a Buenos Aires: “Al di là del ponte, un cane mordicchia una bottiglia di plastica. Quando lo vede avvicinarsi a passo svelto, solleva il muso e lo guarda minaccioso. Come per avvertirlo: Che non ti venga in mente di togliermi il mio vuoto”.

Clery Celeste

*In copertina: Andrés Neuman in una fotografia di Rodrigo Valero