“Andare verso il mistero”: un poeta e uno scienziato a confronto, Davide Brullo vs. Carlo Rovelli

Posted on Nov 16, 2018, 7:11 am
14 mins

Quando, nel 1960, Saint-John Perse, il grande poeta del secolo – leggete almeno Anabasi e Esilio – che con il suo vero nome, Alexis Léger, è stato tra i politici più alti e austeri di Francia – ‘braccio’ di Aristide Briand, accompagnò Édouard Daladier alla famigerata Conferenza di Monaco del 1938, e fu il solo a pigliare a male parole, e quasi a manate, Adolf Hitler – passò per Stoccolma a ritirare il Nobel per la letteratura disse una verità sconcertante. “Ogni creazione della mente è anzi tutto ‘poetica’… da quella prima notte in cui due uomini ciechi tentarono la loro via, il primo equipaggiato con gli strumenti della scienza, l’altro con i lampi dell’immaginazione, chi fece ritorno per primo, portando un carico di breve fosforescenza? La risposta non è importante. Il mistero è comune a entrambi. La grande avventura di una mente poetica non è diversa dal progresso drammatico della scienza moderna. Gli astronomi parlano con sorpresa della teoria dell’universo in espansione, ma non si espande con minor forza l’universo morale dell’uomo. Fin dove si spostano le frontiere della scienza, sopra l’arco di queste frontiere, si sentono i segugi del poeta alla caccia”. Questo brano mi pare formidabile a sigillare i rapporti tra arte e scienza, tra poeta e scienziato, entrambi a sondare gli enigmi dell’universo, del cosmo che è dentro e fuori dall’uomo. Spesso il poeta intuisce ciò che non si vede – e lo scienziato, in fondo, feconda l’invisibile. Con Carlo Rovelli, fisico teorico che ha il talento della divulgazione – tra i suoi libri, ricordo La realtà non è come ci appare, Sette brevi lezioni di fisica, L’ordine del tempo – il mio dialogo è iniziato, da barbaro e baro, intorno alla poesia, a Giacomo Leopardi – fu uno scontro, in realtà – è proseguito condividendo l’ammirazione per Rainer Maria Rilke – che Rovelli usa come grimaldello lirico in alcuni libri – e ricordo un suo articolo sul Sole 24 Ore, pubblicato il giorno in cui compivo 36 anni – era l’8 febbraio del 2015 – in cui il fisico si domandava se “c’è relazione fra la scienza di Nabokov e la sua letteratura?”. Nabokov, come si sa, era uno studioso di lepidotteri assai più che dilettante, come Saint-John Perse passò parte della sua vita da Nobel laureato a fare il geologo (proseguendo su questa scia, tra i tanti esempi, Paul Celan collezionava manuali di mineralogia e le sue poesie andrebbero lette consapevoli di questa passione). Ora l’attività da elzevirista sui giornali di Rovelli – che spesso si è attirato antipatie, per questo mi attrae – è raccolta in un libro edito dal Corriere della Sera, che s’intitola Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza. La poesia è esercizio alchemico, estasi sperimentale cavalcando i giaguari, occhi gettati nelle fauci del buco nero. Così, contatto Rovelli per un dialogo dinamico tra il poeta impenitente e il fisico di fama. Lui ci sta. (Davide Brullo)

Carlo RovelliIl fisico opinionista. Come la mettiamo? Esempi nobilissimi ce ne sono (Einstein per dire), ma tu, nello specifico, cosa hai da dire, cosa hai da ribadire?

Solo che credo nella responsabilità civile di ciascuno di noi.  Prima di essere ‘fisico’ sono cittadino come tutti, anzi essere umano come tutti.  Se c’è qualcuno interessato a leggere o a pubblicare quello che a me sembra utile dire alla comunità, sento mia responsabilità parlare e scrivere. Non vedo perché uno scienziato dovrebbe avere meno idee utili di un giornalista. La vera questione, a me sembra, è un’altra: chi è in disaccordo con me, ma è a corto di argomenti, mi rinfaccia che sono uno scienziato e quindi in quanto tale dovrei stare zitto.

Esempio. Ricordo un tuo commento sul “Mein Kampf” in allegato a il Giornale. Partivi da un pregiudizio (orrore, orrore), hai cercato di capire, sei giunto alla conclusione che è bene leggere Hitler per capire che la paura è ciò che agita la Storia, i popoli. Mi pare emblematico del tuo modo di approcciarti alle cose: il pregiudizio è inevitabile, il dubbio verso le proprie convinzioni è necessario, per giudicare un fatto in modo nudo e non sporadico: è così?

Esatto. I pregiudizi non sono malvagi e sono necessari; quando pensiamo lo facciamo sempre sulla base di mille giudizi che abbiamo assorbito dal mondo. Non si può pensare senza di essi.  Ma possiamo porci domande, andare a vedere, ascoltare, dialogare, leggere, e cambiare idea. Ricordi bene il mio articoletto su Mein Kampf, ma c’è una sfumatura diversa fra quello che scrivevo e come lo ricordi: io non concludevo che “la paura è ciò che agita la Storia, i popoli”. La Storia è stata agitata anche da grandissimi eventi che non sono stati motivati dalla paura, ma, al contrario, da voglia di cambiare e da uno sconfinato coraggio: per esempio la Rivoluzione Francese o quella Russa, la diffusione del Cristianesimo, o quella dell’Islam, o, più in piccolo, il Risorgimento Italiano. Quello che osservavo è che è l’atteggiamento politico e mentale della Destra, che (a chi è a sinistra) sembra motivato da aggressività o egoismo, è invece spesso motivato dalla paura. Questo è quanto mi sembra emerga bene dal libro teorico di Hitler. Quello che lui scrive: attenti, ci distruggono, ci invadono…

 Intendo, che attenzione ti anima nell’occuparti dei fatti di questo mondo?

L’esempio di Mein Kampf mi sembra pertinente, anche se è un esempio estremo. In quegli anni l’Europa ha fatto scelte evidentemente disastrose: ne sono seguiti la perdita della centralità europea, il continente devastato e 70 milioni di morti. Sarebbe stato molto meglio se più cittadini ragionevoli avessero sentito il senso di responsabilità e avessero parlato e scritto, cercando di convincere gli altri che si stava sbagliando strada, invece di stare zitti, magari per paura di sentirsi dire che bisogna lasciar parlare solo opinionisti di professione….

D’altronde, tu parti – mi riferisco alla giovinezza bolognese – confrontandoti con questo mondo, scontrandoti con il mondo. Qual è la tua visione ‘politica’, in senso assoluto, di cosa dovrebbe occuparsi una buona politica?

Di correggere i troppi mali del mondo. Di portarci verso un mondo migliore. Quantomeno di evitare il peggio. Il peggio oggi – a me sembra – sono le esagerate disparità sociali che non fanno che crescere, le guerre che dilagano producendo sofferenze inumane e se continuiamo a soffiare sul fuoco arriveranno anche da noi, le armi atomiche che sono un rischio molto reale di catastrofe, e il riscaldamento climatico che oramai prima o poi arriverà.

Si scrive per polemizzare o per accarezzare le certezze dei propri lettori?

Non serve né polemizzare né accarezzare le certezze dei lettori, ovviamente. Serve cercare di offrire prospettive che un lettore non aveva ancora incontrato, o magari non aveva messo a fuoco. Serve parlare a chi pensa e agisce diversamente da noi per offrirgli spunti per ripensare. E a chi pensa in modo più simile a noi per cercare di offrire parole utili e, qualche volta, coraggio. Non è lo stesso quando leggiamo? Cerchiamo idee nuove, non ci interessano conferme o polemiche sterili.

Mi preme indagare, come sai, i rapporti tra poesia e scienza: nel suo discorso di accettazione al Nobel, Saint-John Perse (poeta magnifico e geologo per diletto) diceva che poeta e scienziato, in fondo, guardano le cose con la stessa sintonia di curiosità, pur adottando metodi diversi di analisi delle cose: è così?

Si, ne sono convinto. In fondo a ben guardare è la stessa cosa: il mondo è pieno di mistero, di emozioni di cui non riusciamo a parlare, di fenomeni complessi che non sappiamo spiegare, di galassie lontane in cui non sappiamo cosa ci sia. Poeti e scienziati esplorano pezzetti del mistero e creano linguaggi per cercare di afferrarne dei pezzi. Poi i mezzi sono quanto di più diverso ovviamente, e soprattutto è diverso il modo di verificare l’efficacia di quanto si costruisce. Un poeta è efficace quando le sue parole ci toccano, ci emozionano, ci parlano. Uno scienziato è efficace quando le sue teorie permettono di prevedere il futuro, di costruire cose che prima non c’erano, eccetera. Ma la spinta è la stessa: andare verso il mistero.

Spesso nei tuoi studi rimandi alla poesia, alla letteratura. Che autori (a parte Leopardi!) ti hanno formato, che libro ti ha ‘cambiato la vita’?

I miei gusti sono fra i più banali che si possa immaginare: mi sono fatto emozionare ed influenzare soprattutto dai grandi classici, di tutte le epoche e di tutte le latitudini: da Omero a Dostoevskij, da Shakespeare a Dante, da Lucrezio a Murasaki. A parte i super classici, mi sono particolarmente innamorato di Joseph Conrad. E di Vladimir Nabokov a cui ho dedicato l’articolo incluso nel libro che ha ispirato la copertina.

Domanda di cronaca becera: ma… quell’oggetto non bene identificato a forma ‘di sigaro’ che vaga nel cosmo, è una navicella spaziale? Abbiamo scoperto dove abitano gli alieni e non ce lo dicono?

Oh sì, certo: c’è un’associazione segretissima di scienziati, politici e milionari che non rivela nulla ma è in contatto con gli alieni e ne sta assorbendo grandi poteri.  Ne faccio parte. Controlliamo il mondo. Ci troviamo di nascosto ogni tre mesi in una grande caverna nera. Siamo tutti ebrei. E un po’ comunisti. E ovviamente omosessuali.

Sottolinei spesso il valore del dialogo e della tolleranza. Di base, siamo tutti d’accordo. Ma, la scienza di per sé è intollerante. O meglio, si tollera soltanto l’ipotesi che meglio spiega un fenomeno. Insomma, non c’è sempre spazio per tutti. Intento: io, da ateo, posso anche dialogare con un prete; resta il fatto che nessuno dei due si avvicinerà all’altro o si convertirà alle idee dell’altro; ci siamo conosciuti, ma abbiamo speso parole all’aria. Spiegami cosa intendi con cultura come “dialogo interminabile che ci arricchisce”. 

Sei così sicuro che i dialoghi fra credenti e atei non portino da nessuna parte? Se così fosse, come avviene che tante persone nate in ambiente religioso se ne allontanano, e altri invece si convertono ed entrano in una religione, o cambiano religione? Come avviene questo se non per gli incontri, le conversazioni, le letture che facciamo? Quello che io penso o tu pensi è emerso da anni di scambi e letture. Non esiste altro che il dialogo. Il dialogo infinito che è la nostra vita intellettuale e spirituale. Continuiamo a cambiare, talvolta impercettibilmente, continuiamo a imparare, anche se spesso ci sembra che parlare sia inutile e ognuno resti sulle sue.

Ora, dove ti porta la tua ricerca? 

Di questi tempi il mio cruccio è capire come finisce la vita di un buco nero. Mi sono convinto che si trasforma in un buco bianco con un salto quantico. Mi piacerebbe riuscire a capire se alcuni dei tanti misteriosi segnali che gli astronomi osservano non possa essere un effetto di queste transizioni… chissà se ci riuscirò…