“Amo i perdenti perché anch’io sono un eterno outsider”: dialogo con Stenio Solinas

Posted on luglio 11, 2018, 7:09 am
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Due in un colpo solo, la fortuna mi ha sfregiato. Il primo è Wyndham Lewis (1882-1957), tra i grandi, onnivori, eccentrici, assurdi, australi, imprendibili e imperdonabili artisti del Novecento. M’inoltrai in lui tramite il cunicolo di una didascalia spregiudicatamente breve di Mario Praz (“sgradevole, ma robusto, soprattutto polemista”); mi colpì, soprattutto, quella nota di Armando Pajalich, nell’intro di Le scimmie di Dio (Mobydick, Faenza 1998), il romanzo più burrascoso, bulimico, impossibile di Lewis, “Ancora oggi alcuni di quei volumi, rarissimi, vengono tenuti sotto chiave alla British Library e concessi solo dietro kafkiani permessi”. Già. Lewis è uno dei solidi ‘maledetti’, malediceva e mordeva in cagnesco se medesimo dilaniando gli altri, soprattutto, e riferendosi a quei volumi si allude al saggio su Hitler del 1931, ad esempio, o a The Hitler Cult (1939), in cui lo scrittore rientra nel libro precedente – il primo in cui un intellettuale con le palle di platino si confrontava con Adolf, non ancora Adolf –, sbrindellandolo. Lewis, tra i grandi pittori dell’epoca, scrittore furibondo e anti-romantico, anti-tutto, che con Ezra Pound, attraverso la rivista BLAST, nel 1914, s’inventa l’avanguardia artistica in Albione, poi, con The Enemy, la rivista che tutti sogniamo di editare, pubblicata, magistralmente, in assolata solitudine, tra il 1927 e il 1929, rompe con gli amici di sempre, ora guru della letteratura europea, Thomas S. Eliot e James Joyce, per esempio. Di Lewis è implacabile l’idea della letteratura come ‘gesto’, come pugno sul grugno, ecco, come abisso nel censimento labirintico del proprio io, mostro in un vespaio di specchi. Poi c’è l’altro. Stenio Solinas. Che nasce pressappoco quando Lewis passa a miglior vita, è tra i grandi giornalisti italiani – direttore della rivista Elementi, redattore capo a La Notte, poi a L’Europeo, infine inviato per il Giornale – uno dei rari interpreti del ‘giornalismo culturale’, se ancora ha senso la dizione, per cui la notizia è come la sai narrare, per cui lo scoop è infognarsi nel tunnel di biografie irredente, irridenti, irritanti. Sintetizzando, pigliatevi Vagamondo (Edizioni Settecolori 2009; io ho avuto il privilegio di averlo in dono da un tipo che non scherza e non perdona, evviva) e godete: Solinas eccelle nell’arte giornalistica del ‘ritratto’, intrisa, spesso, di conturbanti malinconie (tra i tanti, è memorabile il ‘pezzo’ sulle tracce di Karen Blixen, La fattoria di Karen). Da una articolessa dedicata ad Albert Cossery (L’orgoglioso mendicante), dove Solinas parla della “capacità di godere con poco e appassionarsi a tutto, di assaporare ogni singolo momento e di sapersi bastare” perché “padroni di niente si è signori di sé stessi”, provo a intuire il nitore dell’autoritratto, l’abbecedario etico minimo. Ora, mettendo insieme i fattori, unendo i punti, la folgorazione esistenziale di Wyndham Lewis e la folgore stilistica di Stenio Solinas, viene fuori la biografia narrata Genio ribelle. Arte e vita di Wyndham Lewis, appena edita da Neri Pozza (pp.222, euro 18,00; ne scrissi qui), che è bella da leggere ed è soprattutto necessaria perché “di Wyndham Lewis in italiano esiste poco o niente”. La biografia – genere che di solito fa irritare la bile se manca una penna capace di scavare dov’è la rogna – è micidiale, perché con acutezza entra senza ghirigori in tutti gli enigmi di Lewis, perduto e perdente nella vasca del proprio ego, con una frase che gli fa da esergo, gli tatua le labbra, “c’è un unico nemico, Noi stessi”.

Wyndham Lewis. Cosa c’è di affascinante in lui, per te, ora? Mi pare – mi correggerai – che tu subisca da sempre un certo fascino verso i perduti, gli eccentrici, gli astrusi, gli ‘altri’. Perché?

A me piacciono quelli come me. Mi sono congeniali perché li capisco. Dico come me non sotto il profilo artistico – lì ci sono dei giganti e qui c’è un pigmeo – ma perché i perdenti, gli eccentrici, gli sconfitti loro malgrado, i falliti nonostante tutto, fanno parte del mio orizzonte mentale, sono anch’io quella cosa lì, eternamente un outsider, più attratto dal mantenere fede a se stesso che dall’aver successo fingendomi qualcun altro. Sotto questo profilo Lewis è affascinante perché titanicamente votato all’autodistruzione, ma senza mai ammetterlo, come pensando ad altro, illudendosi che alla fine la ragione sarà dalla sua.

lewisCome hai lavorato per scrivere di Lewis? Cioè: qual è, nello studio, l’aspetto di Lewis che ti ha sorpreso e conquistato?

Mi sono imbattuto in Wyndham Lewis negli anni Settanta, un suo scritto su Pound pubblicato da Scheiwiller, un suo profilo in L’illusione fascista, un saggio di Alastair Hamilton edito da Mursia. Qui c’era una foto di Lewis, la stessa da me scelta per la copertina di Genio ribelle e insomma certe facce, certe estetiche ti fanno già capire che non ne resterai deluso. Naturalmente il pittore è straordinario, sia nel momento vorticista sia poi nel “ritorno all’ordine” figurativo, ma io non sono un critico d’arte e l’aspetto per me più intrigante era questo suo essere un uomo-valigia rinascimentale, polemista, filosofo, romanziere, pamphlettista… Lewis fa parte di quelli che, con una bella immagine, Maurizio Serra ha definito “gli esteti armati” e su cui ha scritto un libro fondamentale, ma ne fa parte in modo disorganico e questo è un ulteriore motivo d’interesse. È un razionalista inglese alle prese con la modernità, ma che non si fida dei sensi, dell’istinto, del primordiale, del simbolico, del mitico, non è uno Jünger, non è un Drieu La Rochelle. È quindi ancora più atipico, più contradittorio di quelli che, suo malgrado, gli saranno poi solitari “compagni di strada”. Se vuoi, ho cercato di spiegare Lewis a lui stesso…

Tra l’altro. Perché casca su di lui una specie di ‘dannazione’? D’altronde, lo dicono in tanti e lo affermano i fatti, Lewis è un paladino del modernismo tanto quanto Joyce, Pound e Eliot. Perché ora è un ‘paria’ delle lettere?

La dannazione ha molti padri, compreso Lewis, uomo impossibile, va da sé… I suoi compatrioti non gli hanno mai perdonato l’aver lasciato l’Inghilterra allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Lo hanno sentito come un tradimento, e per certi versi non avevano torto. Il milieu intellettuale londinese non l’ha mai amato: non lo sentivano “uno di loro”, non ne faceva parte, non c’era empatia. Del resto, se dichiari di essere “il nemico” è il meno che ti possa capitare… Singolarmente, gli ha nuociuto anche l’essere un fascista per caso, suo malgrado, un fascista riluttante… Questo gli ha tolto l’appoggio dei “reprobi” sensibili ai “martiri delle idee”, indipendentemente dal loro valore… Infine, il suo modernismo è solo suo, è un anti-Joyce che accusa Joyce di essere un decadente cesellatore di parole, ma è l’esegesi e l’agiografia joyciana ad aver trionfato nelle università, trasformando quello stile in oggetto di culto. Le avanguardie che vincono non fanno prigionieri e poi diventano accademia. Così è successo per Joyce, mentre il modernismo di Lewis è rimasto un oggetto misterioso: può attrarre e/o sedurre, ma rimane elitario.

I due saggi di Lewis su Hitler. Sono figli della sua consuetudinaria voglia di provocare? Cosa vedeva Lewis nel nazionalsocialismo? Una alternativa al comunismo?

Il primo nacque da un viaggio-reportage commissionatogli, uno scritto d’occasione, dunque. C’era, certo, la voglia di provocare, ma Hitler non era ancora Hitler ed è più il titolo ad aver dannato Lewis che il contenuto. E infatti nessuno cita il secondo, demolitorio e non più simpatetico. Come altri scrittori, Lewis cercò una risposta alla modernità che non scadesse nella mera conservazione da un lato, nella pura esaltazione del progresso dall’altro, il cosiddetto modernismo reazionario o rivoluzione conservatrice che è un classico dell’epoca e che non si annulla né si riduce alla sua, come dire, “applicazione” politica, fascismo e nazionalsocialismo, per intenderci. È un sentimento che nasce dalla consapevolezza che è finito il mondo di ieri, ma quello che si prefigura non ne è la continuazione sotto altre forme, ma la sua negazione e invece bisogna salvare ciò che merita di essere salvato perché riguarda la nostra umanità, il perché dello stare al mondo. L’anti-modernità è un filo rosso che si dipana dalla Rivoluzione francese a arriva fino ai giorni nostri… Noi siamo purtroppo abituati a raccontare la storia sapendo come andrà a finire e così ci stupiamo e ci indigniamo che chi all’epoca la viveva non fosse consapevole di ciò che poi sarebbe successo: “Ma come, non capisce che, non si accorge che dopo…”. Lewis è un artista puro, convinto che il proprio genio gli faccia capire le cose meglio degli altri, meglio della massa. Finisce stritolato dalla storia proprio nel suo illudersi di illuminarla e così dominarla.

Etica ed estetica si legano in Lewis in modo contraddittorio, esagitato, forse. Che rapporto deve esserci, a tuo avviso, tra l’uomo e la sua opera?

Etica e estetica, uomo e opera? Ci vorrebbe un libro per rispondere. Direi che “Io è un altro”, sto con Rimbaud, insomma, non con Saint-Beuve, il romanzo è finzione, ovvero creazione, non autobiografia, siamo fatti di io plurali, tante vite che premono per vivere e una sola che ci è data da vivere. Nessuno è mai contento di ciò che è e incessantemente si lavora per essere quel qualcos’altro che ci si è scelti per modello, un lavoro fatto di illusioni e di delusioni, di speranze spesso frustrate e subito di nuovo alimentate. Si indossano maschere che ci migliorano e che alla fine corrispondono meglio alla nostra natura perché illuminano ciò che vorremmo essere, ciò che potremmo essere se le circostanze, il caso non congiurassero contro, tarpandoci le ali del sogno. Nel voler essere c’è un’idea di grandezza che il lasciarsi vivere non contempla. È per questo che c’è un’etica dell’estetica, una primazia della bellezza, per dirla con Brodskij…Tornando a Lewis, c’è una sua frase significativa: “L’inferno, per un artista non esiste”. Avrà pure avuto una vita di merda, ma in quanto artista è stato felice.

Allargo il campo con una domanda banale. Di quale autore ti ha dato più gusto scrivere? Di chi vorresti scrivere?

Chateaubriand. Lì c’è tutto, grandezza e miseria comprese. Nessuno come lui è stato così presente al suo tempo eppure così inadatto, irrimediabilmente in anticipo e terribilmente in ritardo, rivoluzionario nello stile, ma conservatore nei costumi, reazionario per indole, ma progressista nello spirito, appassionato di politica, ma incapace di essere al servizio di altro che non fosse se stesso. Nelle epoche di transizione, chi non si adegua è apparentemente uno sconfitto, ma, come Chateaubriand insegna, “l’orgoglio della vittoria mi è insopportabile”. Progetti? Mi piacerebbe raccontare Saint Just, “l’angelo della morte”, l’esteta della Rivoluzione. Mi piacerebbe raccontare Montherlant, le sue “maschere”, la sua sensualità. Come diceva il cinese della Condizione umana, “on fait toujours la même chose”…

solinas

Stenio Solinas: tra i suoi libri, “Compagni di solitudine” (1999), “Vagamondo” (2009) e “Il corsaro nero. Henry de Monfreid, l’ultimo avventuriero” (2015)

Da giornalista di platino: cos’è oggi il giornalismo? Esiste ancora o è sommerso dal blabla e dalle comparsate tivù? Esisterà ancora?

Ho fatto il giornalista perché non sapevo fare altro e/o non volevo fare altro. Mi piaceva scrivere, questo sì, ma più attratto dalle idee, dalla battaglia delle idee, che non dalla poesia o dal romanzo. Mi piaceva leggere, naturalmente, il piacere più solitario e più appagante che esista, ma quando hai letto Il rosso e il nero o Le illusioni perdute, sai che non c’è partita, cose così non le scriverai mai e io ho sempre avuto la sindrome dell’assoluto da un lato, la consapevolezza di non poterlo raggiungere dall’altro. Aut Caesar aut nullus, insomma, con il secondo termine a farla purtroppo da padrone… Tornando al giornalismo, ho fatto in tempo a prendere la coda di un mestiere ancora aristocratico, pochi, ben pagati, però destinato sempre più a proletarizzarsi e che ormai è divenuto questa cosa senza sapore e maleodorante che abbiamo sotto gli occhi. Professionalmente mi ha salvato appartenere a una generazione che aveva dei punti di riferimento viventi, o morti da poco eppure ancora presenti. Dove lo trovi, di questi tempi, un Buzzati, un Piovene, un Vittorio G. Rossi, un Virginio Lilli, un Ansaldo, un Malaparte, un Longanesi… Se Goffredo Parise risuscitasse e mandasse una sua prosa in stile Sillabario a un quotidiano, non gliela pubblicherebbero: troppo lungo, non c’è la notizia, dov’è l’attualità, perché non manda invece qualcosa sul Grande fratello, la Grande sorella, la sora Lella, la panzanella… Esisterà ancora? Non essendo il mago Otelma non ho risposta. So però che la natura ha paura del vuoto e quindi ci sarà sempre qualcosa che, prendendone il posto, gli rassomigli. Mi piace immaginare un giornalismo più elitario, graficamente ben impaginato, ben pensato e ben scritto. È un mestiere che se si salverà lo farà scommettendo sulla qualità, “la salvezza è nell’arte” scriveva Paul Morand. Da ciò si capisce anche che per me il giornalismo non è la notizia, lo scoop, l’obiettività, il lettore nostro unico padrone eccetera, tutta la retorica di un mestiere cinicamente bugiardo. È la scrittura, l’arte del raccontare, il vero romanzo ancora possibile del XXI secolo.

L’incontro che ti ha cambiato la vita, se c’è stato. E il libro assoluto, se c’è. 

La mia è un’esistenza banale, ma non basterebbe un incontro per cambiarla: è una questione di volontà, che mi manca. Pigrizia intellettuale, diciamo così. Devo molto però a tre persone, incontrate da ragazzo e che mi sono state da stimolo a migliorare: Enzo Erra, Piero Buscaroli, Sigfrido Bartolini. Da loro ho appreso una lezione di dignità, di carattere e di stile e gliene sono ancora grato. E poi c’è stato mio padre… Quanto al “libro assoluto” è una domanda superiore alle mie forze. Che cosa vuol dire? Il più bello, il più coinvolgente, il più rivelatore, il più crudele… Come vedi, è un’infilata di porte che si aprono su un labirinto da cui poi non si esce… Posso solo dirti di un libro che a distanza di anni rileggo e sempre con lo stesso piacere, e pazienza se non fa parte della categoria degli assoluti letterari. È Il visconte di Bragelonne, di Dumas. C’è la fedeltà alle amicizie, la fedeltà a se stessi, i suoi protagonisti muoiono tutti, è un libro soffuso di una grazia malinconica, perché tutti muoiono bene avendo bene vissuto.

Cosa ha significato lavorare per Giovanni Volpe?

Ho conosciuto Giovanni Volpe all’inizio dei Settanta. Mi ero laureato con una tesi su Prezzolini, valutata malissimo e discussa avendo la polizia a difesa dell’Aula Magna. Ero il rappresentante del Fuan, eletto, a Lettere, erano anni così… “Prezzolini? È uno che ha fatto tanti danni” aveva sospirato Giuliano Manacorda, il titolare di cattedra a cui l’avevo chiesta: “Perché non si dedica a Rocco Scotellaro, il poeta dell’Uva puttanella?”… Manacorda scriveva per L’Unità e pubblicava per gli Editori riuniti: più tardi lo ritrovai collaboratore del Tempo, il quotidiano romano considerato di destra per eccellenza, sempre però democristiano al momento del voto. Anche qui, erano anni così… Volpe era un editore dilettante, nel senso che pubblicava libri per il proprio piacere, non per fare i soldi. Era anche un cosiddetto “editore di area”, liberal-conservatrice, monarchica, nazional-fascista, quest’ultima componente per via paterna, lo storico Gioacchino Volpe. Di professione faceva l’ingegnere. Per farla breve, frequentando la sua casa editrice fin dai tempi del Fuan (avevamo un centro librario, ci dava i titoli del suo catalogo, ultra scontati, in conto deposito) gli proposi quella tesi ritoccata in forma di libro e lui la pubblicò. Fu il mio primo editore, avevo 24 anni. Con lui ne feci poi un secondo, Alla conquista dello Stato, un’antologia della stampa fascista dal 1919 al 1925, che per l’epoca, uscì nel 1978, era pionieristica per il taglio storico-scientifico rispetto allo “stupidario” fascista allora di moda. Seicento pagine, più di cento articoli selezionati, una trentina di testate, nomi come Maccari, Malaparte ancora Suckert, Bottai, Spirito, Volt, Pellizzi, Marinetti, Costamagna… In ultimo, ma non per ultimo, sono stato per Volpe il redattore capo del bimestrale Intervento, quando la sua direzione venne affidata a Enzo Erra. Qui bisogna fare un inciso. In quegli anni Volpe aveva cominciato a organizzare dei seminari estivi per, come gli piaceva dire, “giovani meritevoli e talentuosi” Si tenevano a Milano Marittima. Fra chi scriveva nelle riviste “di destra” dell’epoca, di nome ci si conosceva un po’ tutti, l’ambiente era asfittico, le firme poche e più o meno sempre le stesse. Così a Milano Marittima ritrovavi chi avevi già letto, coetanei, eravamo tutti nati più o meno nei Cinquanta, già conosciuti a un convegno, a una conferenza in giro per l’Italia. Gennaro Malgieri, per dirne uno, che allora studiava a Pisa, Marco Tarchi, per dirne un altro, che allora studiava a Firenze, e poi Maurizio Cabona, che stava a Genova, Giuseppe del Ninno, romano come me… Con questi, e qualche altro, demmo poi vita a quella che sarebbe stata definita la “Nuova Destra” e Intervento, rilanciato intanto da Volpe, con una nuova direzione, il già citato Erra, che riscattasse quella precedente, da Volpe stesso ritenuta ideologicamente troppo “tiepida”, fu vista da lui come un modo di svecchiare l’ambiente e dal sottoscritto come uno strumento in più per veicolare il progetto metapolitico che si stava mettendo insieme. Durò poco: a Volpe piacevano i giovani, ma aveva un debole maggiore per gli accademici, i cattedratici…Era un solista, un po’ compiaciuto della propria liberalità economica, per nulla disposto a far crescere un’idea di destra diversa dalla sua. Figuriamoci un superamento della destra e della sinistra del tipo di quello propugnato da noi ventenni di allora. Ci furono polemiche giornalistiche, dimissioni, i rapporti si raffreddarono, si chiuse un ciclo. Nel’78 io e i nomi prima ricordati fondammo la nostra rivista, Elementi. Volpe era un uomo per bene, nobilmente nostalgico, ottocentesco anche nel fisico.

Che cos’è la destra e dov’è la destra, oggi, in cosa si rispecchia? Salvini ne è davvero un emblema? E poi, t’importa oggi la politica?

Vent’anni fa ho scritto un pamphlet che si intitolava Per farla finita con la destra. Ho già dato in materia, insomma… Comunque, schematizzando e banalizzando al massimo, in Italia una destra non c’è mai stata e l’Italia, come nazione intendo, è nata a sinistra, il Risorgimento che si fa contro le destre di trono e d’altare, reazionarie e conservatrici, che costellavano Lo Stivale. Non siamo la Francia, e nemmeno la Spagna o l’Inghilterra. Il “conservatorismo impossibile” italiano nasce da qui, e dal non aver capito che da noi i moderati non si identificano con i conservatori, ma fanno parte di quell’unico polo modernizzatore in cui riformismo e radicalismo si sono alternati sia dopo l’Unità, sia nel secondo dopoguerra. Il “buco nero” italiano resta il fascismo, e il non averci mai voluto fare i conti ancora e nemmeno settant’anni dopo la sua fine. Oggi, per quanto confusamente, mi sembra tuttavia che la politica italiana stia uscendo dalle secche novecentesche di dicotomie di fatto usurate e lo scontro in atto è fra i perdenti della mondializzazione, che però non si rassegano a dichiararsi sconfitti, e i vincenti, i globalisti di un mondo senza confini identità e radici, eternamente proiettati verso un futuro taumaturgico proprio perché salvifico a prescindere… E quindi, certo, la politica mi importa ancora, ma ormai ho un’età che mi fa dire, come il mutante di Blade Runner, “ho visto cose che voi umani…”. Ho visto Misasi, Rumor, Flaminio Piccoli… Erano politici mediocri, ma facendo un paragone con l’attualità, me li ritrovo giganti. Li disprezzavo allora, l’idea di poterli oggi rimpiangere mi deprime. C’è qualcosa che non quadra, o qualcosa che mi sfugge…