“Amo Gaber, a 18 anni ho cominciato a suonare nei night club, poi è arrivato Sanremo… ingestibile!”: Cesare Orlando dialoga con Renzo Rubino

Posted on luglio 06, 2018, 8:57 am
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Renzo Rubino è ciò che canta: surreale, trasversale e spiazzante, come la sua musica, che non sai mai come catalogare. Inizia a sedici anni, suonando il pianoforte con lo pseudonimo di Mr. V, muovendosi nella sua Puglia e aprendo addirittura alcune date di Albano Carrisi. Inventa anche uno show che si intitola Pianafrasando, perfetta sintesi di ciò che le sue composizioni sono, cioè un mix di partiture per pianoforte e testi arzigogolati e mai banali. Fa persino il pianista in un night club, con il gruppo TKM. Inizia poi a vincere qualche gara, a farsi notare. Con Bigné partecipa al festival “Musicultura” di Macerata, nel 2011, e il brano risulta il più votato tra gli ascoltatori di Radio 1. Nello stesso anno viene chiamato ad aprire i concerti di Antonella Ruggiero e Brunori Sas, ma il salto avviene con Il postino (amami uomo) una canzone sul coming out che è tutto fuorché prevedibile e grottesca. Il pezzo viene presentato al Festival di Sanremo del 2013, arrivando terzo e vincendo il Premio della Critica Mia Martini. Di lì in poi, attraverso dischi che sono come un percorso di autoanalisi e sperimentazione ai massimi livelli (Poppins e Secondo Rubino), Renzo si costruisce una sua solida e credibile originalità artistica, fino ad arrivare al recente Il gelato dopo il mare, un album straordinario e profondo, trainato dalla struggente Custodire, diario di una dolorosa separazione coniugale, che ha colpito e affondato pubblico e critica di Sanremo, quest’anno. Una canzone che sembra scritta da Renato Zero negli anni ’70, con una melodia che resta addosso come un virus malinconico, ma irresistibile. Lo abbiamo incontrato per parlare di musica, di arte, teatro, Puglia e della sua inconfondibile voglia di non esser mai ripetitivo.

RubinoTu sei un artista molto originale, poni grande attenzione ai testi, c’è molta ricercatezza nei suoni e si sente un profondo studio dietro le tue composizioni. Quali sono le fonti a cui ti sei abbeverato, anche estere?

Non saprei dirti perché non ho mai avuto un metodo di scrittura. Semplicemente mi lascio guidare dalle cose che mi colpiscono, che non sempre derivano necessariamente dalla musica, ma anche da settori esterni.

Ad esempio?

Ad esempio al supermercato, oppure dal benzinaio, la quotidianità insomma. Possono essere ritmi, rumori. Mi piace credere che il processo di scrittura debba essere naturale. Se poi devo pensare a dei riferimenti, magari ci può essere un pezzo di Nick Cave che mi piace particolarmente o anche Benjamin Clementine, ma non necessariamente vado a riprodurlo nelle mie canzoni, come fosse qualcosa di poco spontaneo e quasi programmato. Forse in alcuni casi, inconsapevolmente, ma secondo me la canzone deve essere il più possibile pura.

È per questo che i tuoi non sono solo dei concerti ma anche degli spettacoli di avanguardia, teatro, dialogo con il pubblico e improvvisazione. All’Auditorium di Roma (lo scorso 21 maggio, ndr) erano molto presenti questi elementi.

Sì, tra l’altro mi avrebbe fatto piacere farti vedere Milano, dopo, perché Roma è stata un po’ la data zero e nel frattempo lo spettacolo è stato ripulito di alcune cose. È uno show in cui non si capisce bene cosa stia succedendo e quale piega prenderà la serata. Io, all’inizio, a 18 anni, te lo dico tranquillamente, avrei voluto fare l’attore. Facevo teatro.

Beh, questo si intuisce…

Mi sarebbe piaciuto lavorare anche alla regia. Poi però la musica mi ha portato a fare entrambe le cose. Quindi, oggi, quando penso di fare uno spettacolo, per me non è mai un semplice concerto, ma l’espressione di me stesso in tutte le forme possibili. Anche la cartina di una caramella può diventare il suono di una canzone.

Secondo te, la tua musica è un prodotto esportabile o si tratta di un “prodotto” tipicamente italiano, parlando in termini freddamente discografici e commerciali?

Io non voglio essere presuntuoso, ma alcuni mercati, come quello francese o quello americano, possono essere in grado di apprezzare le mie canzoni, anche perché sono più allenati a un concetto di melodia e di opera tipicamente italiane. Io sono un fan di Morricone e Guccini e nelle mie canzoni questo aspetto è molto presente. Perciò, in alcuni contesti all’estero, la mia musica può funzionare.

Alla fine, mi hai detto quali sono le tue fonti. Come collochi la tua provenienza geografica nel tuo universo artistico? Secondo me è presente in modo massiccio. La Puglia è ovunque, è un legame ancestrale.

Sì, poi negli ultimi anni ancora di più, da quando sono tornato a vivere giù. Le persone con cui lavoro sono quasi tutte pugliesi. C’è anche un veneto che ha deciso di vivere in Puglia che per me è diventata una base operativa importante, infatti anche il tour abbiamo deciso di prepararlo lì. Tanti me lo sconsigliavano: “Batti il ferro quando è caldo, ma che torni a fare?”, mi dicevano, e invece sono riuscito a scrivere un disco a cui sono molto affezionato e a ritrovare i miei spazi. Questa è una terra che non potrò mai abbandonare per davvero, è una dimensione che mi permette di scrivere. Quando sono a Martina Franca sono maggiormente me stesso.

Mi sono molto documentato su di te. Tra le cose pregevoli che ho trovato sul web c’è uno splendido duetto jazz con la cantante Simona Molinari, Non arrossire di Gaber. Ecco, come ti poni verso di lui? Io nella tua musica ritrovo molto della sua.

Innanzitutto, mia madre in casa mi faceva ascoltare Gaber, ma anche James Brown. Lei vide un concerto di Gaber, mentre era incinta di me. Io sono un fan di Giorgio, attraverso le sue canzoni mi sono ritrovato. Era uno dei pochissimi che riusciva a coniugare ironia e delicatezza, due qualità che nella musica vanno un po’ scomparendo.

Molto bella anche la tua cover di Modugno (Milioni di scintille) con la tromba di Fabrizio Bosso.

Fabrizio è un amico, ci conosciamo da anni, dal mio primo Ep. Lui ha ascoltato il pezzo e ha suonato gratis, solo per stima. Se tu ascolti la versione originale di Modugno è molto diversa, è addirittura un pezzo samba. Molto spesso ci sono canzoni che sono vestite male. Perciò io avevo voglia di farlo, perché sapevo che quel pezzo aveva grandi potenzialità, spogliandolo e portando alla luce qualcosa di meno famoso.

Quello che amo molto nelle tue canzoni è il fatto che siano estremamente versatili e questo al giorno d’oggi è davvero raro. Riesci a proporre tutti i generi musicali e, da un lato, ciò denota una notevole preparazione tecnica, oltre che emozionale, da parte tua. Dall’altro, testimonia il fatto che tu non ti voglia legare a un clichè predefinito. Penso a pezzi arzigogolati come Margarita o alle cavalcate sonore di Giungla, che non si capisce mai come si evolva e come si concluda. È un pezzo geniale, in continuo cambiamento.

Si può essere finiti o infiniti. Pensa alle note del pianoforte: sono quelle lì, eppure hanno soluzioni infinite. Scrivere canzoni con lo stesso stile lo trovo poco divertente. Io sono sicuro che il prossimo disco sarà molto diverso da Il gelato dopo il mare, perché ho perennemente bisogno di sperimentare e di leggere altri lati di me. Altrimenti, la musica sarebbe solo un mestiere, un lavoro. Scavare dentro sé stessi e trovare degli angoli sconosciuti, poterli donare affinché nasca dell’empatia e ci si possa mescolare. Questo è quel che voglio fare. La libertà in musica è questa.

Invece Colazione di quale tipo di coppia parla?

Sarebbe facile rispondere che potrebbero essere i miei nonni. Ma, in questo caso, l’ho scritta a casa di due miei amici. Questa è una cosa di cui scrivo spesso, mi affascina quel tipo di amore che resiste nel tempo e di loro mi colpiva il fatto che, nonostante spesso bisticciassero, fossero davvero innamorati.

Mi dici qualcosa sul modo disincantato e ironico con cui parli di sessualità nei tuoi pezzi?

Io a 18 anni ho cominciato la mia carriera suonando nei night club, tutte le notti. Il sesso veniva interpretato in un modo originale e divertente. Per esempio, i clienti si innamoravano delle signorine, ma per davvero. Le signorine erano addestrate a farli innamorare e loro si rovinavano anche dal punto di vista economico. Una volta uno di questi clienti è entrato nel night con un Pinguino De Longhi: voleva regalarlo a una delle ragazze che lavoravano lì, perché una volta gli aveva raccontato di non avere il condizionatore a casa e di soffrire molto il caldo. Una roba surreale, incredibile. Il sesso si trasforma in amore, in menzogna, in illusione e questo è sempre divertente raccontarlo.
Come hai usato il mezzo Sanremo finora, nella tua carriera?

Mi è servito per dare dei piccoli segnali di chi fossi e mi ha permesso di fare questo che non è propriamente un lavoro. Sanremo è difficile da gestire e da vivere. Ogni volta che lo faccio dico che sarà l’ultima. La stampa fa il suo mestiere, tutto è così veloce. Quelli che non sono stati carini con me, poi, comunque, si sono ricreduti. In questa velocità pazzesca è difficile imporsi. Ho usato il Festival anche per combattere le mie paure e rituffarmi in questo mare di caos, dopo tre anni di relax in Puglia. Volevo capire se davvero era questo ciò che volevo fare.

Custodire per me è una delle più belle canzoni della musica italiana di sempre. E non esagero. La trovo profondissima, piena di complessità. Secondo te, il disco in sé si può definire un lavoro pop?

Non so cosa sia il pop. Però so che definire me stesso è difficile. Se tu non avessi visto un mio concerto avresti avuto un’altra idea di me. È un mondo che non è pop: è la mia musica, a volte pop a volte no. Ma, d’altronde, pensa ai Queen. Apparentemente erano pop. Ma se ascolti Bohemian Rhapsody è una follia, è diventata popolare. Nick Cave è molto diverso. Non bisognerebbe limitarsi alle definizioni.

Ti piace l’Italia di oggi?

Mi piace e a volte è complicato viverci, per tanti punti di vista che un’intervista intera non basterebbe a raccontare. Sono innamorato della mia terra ma c’è anche odio, riesce a farmi arrabbiare e a farmi vivere paure enormi.

“Ti amo da star bene”, canti in Il segno della croce. Che vuol dire?

È stata scritta in Puglia, nel mio periodo di pausa. Mentre tutto intorno a me era complicato e frettoloso, ho pensato che il gesto del segno della croce fosse un gesto che molti fanno per chiudersi. Mentre l’amore è ciò che ci fa star bene, che ci apre. La dottrina spesso ci porta a mentire a noi stessi. Eppure, la cosa ancora oggi più rivoluzionaria è l’amore.

Lulù e Custodire sono dedicate ai tuoi nonni. Sono figure molto importanti per te?

Sì, mio nonno aveva l’Alzheimer, una cosa che mi ha segnato e cambiato. Custodire parla di separazione, di distacco e dell’impatto che tutto ciò ha su chi lo subisce indirettamente.

Cesare Orlando

(Il segno della croce di Renzo Rubino lo ascoltate qui)

*

I disegni del mio nome
santi patroni, zucchero filante,
il gelato dopo il mare, un altro bicchiere
non sono niente
se lontani dal buonumore
lontani da un gesto d’amore
lontani da me,
che ero nascosto da te
che sei la bella copia di noi due,
sei il successo che non c’è
puoi usare la mia spalla come cuscino
e ridere veramente, ridere a crepapelle
ridere e vivere più che mai
ridere di noi è l’arma più grande che ho
è lo schiaffo più forte che dai…

Renzo Rubino