Mentre la primavera avanza, e attendiamo con estenuato vigore un nuovo inizio che porti un briciolo di speranza all’esistenza provata e rarefatta da una fin troppo sconosciuta solitudine, m’imbatto in Amelia Rosselli, quasi fosse, il suo ricordo, un’occasione da prendere al volo. Della sua poetica conosco ben poco (prima o poi dovrò rimediare); ciò nonostante, alcuni suoi versi m’inchiodano a riflettere sul come lo sguardo può ancora stupirsi, trafitto da parole che ritenevo sconosciute e che, invece, danno giustizia ad ogni minimo abbandono.

Perciò sono versi come questi, all’apparenza ingrati e sfiduciati, a far rinascere in me il barlume del conforto, come la ricerca di un senso, proprio quando la sera cala, insieme alla stanchezza, sugli occhi affaticati dal lavoro, dalle commissioni, dal preparare da mangiare per poi lavare i piatti, o metterli in lavastoviglie. Sono i versi della vita, abbacinati, che nutrono il cuore, rinvigorendolo; corroborando, in quel minimo istante chiamato amore, tutto quello che ancora non sappiamo di noi stessi.

M’immagino quindi Amelia librarsi come una libellula tra una stanza e l’altra della mia casa, sopra un cielo fatto d’intonaco stanco, dove le nuvole attendono con un batter di ciglia la loro vigorosa entrata in scena. Ma sopra tutto questo vaniloquio, sarà il battere forte sui tasti a tenermi desto ancora per un poco, prima di lasciarmi totalmente abbandonare, con le membra stanche, sul divano, ascoltando musica a più non posso. Mi aspetto addirittura che la poetessa bussi alla mia porta, rimproverandomi sul pianerottolo, per il volume troppo alto che dà ritmo ad ogni assenza. Allora poco importa se la musica questa notte sarà buona o cattiva; se alternerò un’operetta a del rock sincero. Non avrà importanza se l’arrivo di primavera porterà del languore, che sornione s’impossessa delle mie forze, nutrendo attimi di sconfitta, nei quali vorrei ‒ ma non voglio! ‒ gettare la spugna. 

Del resto la poesia è tutto ciò che ho: un imbattermi continuo, a falcate lunghe e ben distese, con parole sempre nuove. Giro dunque come un trottola per la stanza, irrequieto. Pur stanco, non mi placo. Stringo nella mano il libro di Amelia, lo sfoglio, lo scorro tra le dita. È la mia unica occasione del momento di dire a più non posso quanto io sia vivo, nonostante il tradimento degli anni s’avvinghi alle caviglie, gonfiando un piede. Eppur non mi arrendo. Voglio che sia la poesia ad abbracciarmi anche stanotte, vigorosa. Sentirla addosso come una belva, pronta a graffiare e a mordere la sua preda. Non chiedo di meglio a quest’intrusa, che dal pianerottolo si è introdotta in casa, portando scompiglio tra i miei libri. Ne apre uno, e legge quasi di soppiatto:

Ma il mio pianto, o piuttosto una stanchezza

che non può riportarsi nel rifugio

strapazza le foglie, che ieri

mi sembravano voglie, tenerezze anche

ed ora sperdono la mia brama.

Così m’accorgo che quella libellula straniera, nello scrivere sulla primavera, mi ha strappato di mano il suo libro, e invoca a più non posso, arrogandosi il diritto, l’esperienza di una vita che ha preceduto di gran lunga i miei timori. Ed io non voglio altro che tacere ed ascoltarla, esterrefatto. Sbalordito, ancora “Di vivere avrei bisogno, di decantare / anche queste spiagge, o monti, o rivoletti / ma non so come”…

Giorgio Anelli

*In copertina: Amelia Rosselli in un ritratto di Dino Ignani