Amare fino a perdere se stessi, senza ricompensa: la storia terribile e affascinante di Adele H. la figlia folle di Victor Hugo (traducete i suoi diari gente!)

Posted on novembre 02, 2018, 9:58 am
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Ritrovo, in un cassetto, il vecchio film Adele H. Una storia d’amore, uscito nel 1975. E mi balza agli occhi l’annotazione del regista, François Truffaut: “Non so perché faccio un film come questo. Così triste. Ma l’idea fissa ha in sé qualcosa di vertiginoso e io credo di essere stato preso in questa vertigine”. Adèle è il nome di una donna bellissima, la quinta figlia dello scrittore più famoso di Francia (nata il 28 luglio 1830), Victor Hugo. Di lei lo scrittore parla poco, scarse le notizie della sua vita. Una ricercatrice americana, Frances Vernon-Guille ritrova e pubblica il suo diario, Le journal d’Adèle Hugo – una storia che seduce e conquista Truffaut – ancora oggi inedito in Italia. Si allungava su di lei lo spettro della sorella Lèopoldine, morta annegata durante una gita in barca e, dentro di lei, si consumava un naufragio. Il flagello di un amore impossibile. Si era innamorata infatti di un tenente inglese, Albert Pinson. Per lui aveva perso la testa. Non una fiammata, ma un vero incendio, che non lascia scampo. Per amore aveva lasciato la casa, la protezione del padre, il recinto sicuro delle lettere del suo cognome. H. sta per Hugo e il regista scrive, all’inizio del film – forse per metterci in guardia: “L’histoire di Adèle H. est authentique”. La storia di Adele H. è autentica. La figlia dello scrittore de I miserabili riesce a raggiungere, ad Halifax, in Nuova Scozia, Canada, il suo uomo. Ma Albert di lei non se ne fa nulla. Non la vuole, la tratta con disprezzo, non la desidera più. La bellissima francese cerca, tenta ogni stratagemma, persino il più dannoso sotterfugio. Guarda dalla finestra, spia, il tenente amare un’altra. L’amore si fa soffocante.

Adele H

“L’histoire d’Adèle H.” è un film di François Truffaut con Isabelle Adjani, del 1975

Il diniego dell’inglese è pari e di segno opposto all’offerta, straziante e struggente, di Adèle. Donarsi all’altro, con il sacro e definitivo vincolo del matrimonio, diventa un bisogno irrinunciabile, un’ossessione. Chi, tra noi, non è mai scivolato lungo le pareti scoscese di un amore così? Sia pure solo per qualche giorno, per qualche minuto, o per una vita intera.  Dimenticalo. Dimenticarlo? Il film, sostanzialmente, si regge su questo punto: non si cancella dalla mente, tanto facilmente, il ricordo di un amore impossibile. Dopo che l’amore è vibrato nel nostro corpo, abbiamo vissuto del suo stesso respiro, non è possibile scordare. Anche quando ogni illusione è tragicamente, insistentemente, disattesa, lo struggimento non perde la sua forza. Anzi. Sospiriamo. Ah se lui mi amasse. Siamo noi a perdere la dignità, ad abbandonare il decoro esteriore. Siamo noi Adèle, che, con i nostri nobili aristocratici abiti ridotti a brandelli, vaghiamo per le strade impolverate alla ricerca di una reliquia strappata del nostro vecchio amore. Fino a quando? Fino a quando perdiamo la sua immagine, il suo volto non lo riconosciamo più, quando lui passa per strada. E ci chiama.  Siamo imbambolati, o peggio, rimbambiti. Adèle viene respinta da Albert, “nel nome dell’amore” (un po’ ci suona familiare: “Adèle, questo è amare in modo egoistico. Se si ama qualcuno, lo si lascia libero”). Lei, la bella francese romantica gli dice: “non do il mio corpo senza la mia anima, e la mia anima senza il mio corpo”. Una vecchia storia, molto francese, e già cantata da Chrétien de Troyes: “Qui a le cors, cil a le corps”. Adèle arrivata a vestirsi da uomo, con il cilindro in testa, protesta: “Per te ho calpestato tutto, ho abbandonato tutto”. Del resto, il tutto è anche Victor Hugo, suo padre, che Albert disprezza forse più di quanto disprezzi la figlia.

L’offerta della propria persona all’amato è dunque assai pericolosa, perché può essere perduta, o disprezzata. L’anelito romantico si trasforma in una lotta contro “l’impostura dello stato civile e la truffa dell’identità”. Coronare l’amore impossibile, il fallimento è totale. Lei aveva tagliato via persino il suo cognome, così ingombrante e così romantico, ridotto ad un’iniziale. Aveva scelto di proclamarsi “nata da padre completamente sconosciuto”. Diventa Miss Lewly. “Quella cosa incredibile da farsi per una donna, di camminare sul mare, passare dal vecchio al nuovo mondo per raggiungere il proprio amante, quella cosa io la farò”. Ecco la metafora, il passo dopo è passaggio al mondo della follia. L’idea fissa, l’assunto che la protagonista non rinuncia ad affermare, pur nella disfatta fisica e psichica. La rottura di ogni convenzione sociale, borghese. La passione diventa un farmaco, un veleno, irrinunciabile. Una perdizione vertiginosamente seducente, nel film come nella vita. Fino a questa riga il film, appunto. Ma la pellicola sembra incollarsi perfettamente alla vita della sua magnifica interprete. La bella francese innamorata dell’inglese. Isabelle Adjani.

Nata nel 1955, da un immigrato algerino dell’esercito francese, sua mamma era un’immigrata tedesca della Baviera. La madre, un ostaggio tra le mani di un padre padrone, è costretta a vivere lontana dalla terra materna, nella periferia parigina, tra le banlieu. La piccola ha imparato presto ad abbassare quello sguardo – di una bellezza assassina – di fronte agli uomini, a non cedere alle loro facili lusinghe. Ma poi si innamora anche lei, come il suo personaggio. Impossibile resistergli. L’inglese Daniel Day Lewis la mette incinta – non con uno sguardo, presumo – e poi la scarica. Con un fax, sembra. Perché poi uno bello come lui, come lui figlio di un poeta di genio, Cecil Day-Lewis (poeta inglese di origini irlandesi) molla un’attrice così bella e piena di talento? Fa male l’amore oltre misura, come luce, acceca. L’anno dopo, Daniel Day Lewis si lega, si sposa, con Rebecca Miller, la figlia di Arthur Miller, galeotto il film La seduzione del male. Leggiamo un copione, incrociamo le storie. Il figlio dei due attori, Day-Lewis e Adjani, si chiama Gabriel-Kane Day-Lewis, due trattini alti che fanno sembrare il nome una coppia di persone, un nome da pronunciare tirando su molto fiato. E anche il ragazzo, oggi musicista e modello, 23 anni, con questi rami famigliari, pesanti come radici, non è privo di fascino. Sembra una lavagna piena di scritte, i suoi tatuaggi lo fanno però sembrare più indifeso che dannato. Sa cos’è il dolore, povera stella, e ha già una sua teoria ripresa più volte e in più tatuaggi, come nella sua canzone: Every Scar is a Healing Place. Ogni cicatrice è un segno di guarigione.

Linda Terziroli