“Allora sarai un membro accettato e rispettabile della loro comunità”: riflessioni intorno ad Andrea Soldi, morto durante il tentativo di un trattamento sanitario obbligatorio

Posted on Giugno 16, 2018, 8:46 am
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Da giorni rifletto sulla pagina bianca in merito alla scomparsa di Andrea Soldi, morto a Torino il cinque di agosto del duemilaquindici nel corso di un tentativo di trattamento sanitario obbligatorio. Immagino prospettive utili a una riflessione sobria, un registro accessibile, potenziali lettori.

Ad ancorarmi al nulla l’impossibilità d’approntare ragionamenti sui massimi sistemi o riflessioni argute e originali senza colare sul selciato ogni stilla d’onestà intellettuale. La sentenza che condanna lo psichiatra e i quattro vigili imputati è stata emessa il trenta maggio scorso. Venti mesi di carcere e robuste sanzioni. Abbracciare il sensazionalismo ed ergere Andrea Soldi a icona ed emblema, non renderebbe un buon servigio alla vittima e in generale alla teoria degli emarginati e degli stigmatizzati psichiatrici.

Le cause che rendono impossibile il censimento degli abitanti del ghetto psichiatrico sono molteplici e variano dalla sofisticazione della comunicazione, che vede utilizzati termini scientificamente desueti nelle rendicontazioni all’opinione pubblica, all’assenza di un paradigma univoco e di teorie verificate sulla base dei quali produrre quadri clinici, all’innegabile ruolo di repressione del dissenso operato dall’istituzione psichiatrica. Non siamo a negare il disagio mentale e la necessità d’aiuto implicita nelle esistenze di molti esseri umani disastrati dalla propria storia o da fattori ambientali oggettivamente disumani. Non manchiamo però di sottolineare come il marchio della follia rappresenti fin dagli albori della propria sistematizzazione lo strumento principe utilizzato per garrotare quei dissidenti la cui eliminazione fisica non sortirebbe altro effetto che la produzione d’un esempio di eroico martirio.

Se la formazione ci consentirebbe una lunga argomentazione in merito al significato degli stati alterati di coscienza comunemente denominati pazzia e una indagine storica e antropologica del paradigma scientifico da cui tale definizione trae spunto e prolifera nell’oggi, riteniamo che sebbene interessante, tale dissertazione risulterebbe dispersiva e sicuramente non esaustiva e poco accessibile. Assumendoci il rischio e il piacere dell’espressione allusiva e incompleta propria dell’aforisma, ci limiteremo ad asserire che il dogma è la chiave di volta del manicomio.

Sposare la causa della lotta all’istituzione psichiatrica è moto spontaneo di quanti, liberi in spirito, vengano a scontrarsi coi metodi coercitivi e assolutizzanti dei detentori del potere e della verità. L’affacciarsi oltre la cortina delle certezze propinate con entusiastico e inconsapevole servilismo dalle greggi degli allevatori di stato, fin dalla prima infanzia, comporta rischi capitali.

Perseguire quella che Arthur Rimbaud, nella Lettre du Voyant, definisce eternamente una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi richiede vocazione di sciamano e, nel garantire indefinibile appagamento, non sottrae alle severe contromisure della moltitudine.

Zeitgeist si nutre soprattutto del sangue sacrificale della sorte malevola della rarità. Ma gli uomini sono voluti tali da non percepire la necessità di incolonnare lotte e rivendicazioni

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano

Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Vedo distintamente il nucleo. So del veleno di cui si nutre mia madre. Non posso dimenticare i morti. Conosco il furto e la menzogna. La lingua si scioglie sperticata e l’invettiva d’amore scortica l’accettazione. Non mi trovo nel luogo adatto, raggiungere la prima linea e di lì varare dissidenza. Cosmo disidratato irrora l’anelito all’attimo. Natura disinnesca metamorfosi religiosa. I vincoli racchiudono ogni prassi determinata, ripensano l’accettato e l’estrovertono in frange scomposte. Lungo il dorso s’affaccia lo stetoscopio preciso, a integrazione e nutrimento dell’incommensurabile calcolatore.

Appaiono sugli spalti manifesti che inneggiano alla creazione e cori dissonanti affossano la ragione.

La rivoluzione in corso è l’unica plausibile, il vettore diretto come treno Au temps d’harmonie.

Umanità rivelata.

Compone il centodiciotto. Due barellieri o i tuoi fratelli, uno per braccio come sbronzi. Guardie robuste, infermieri, uno ogni venti chili di peso corporeo se la forza è ben distribuita. Mani addosso, strette, strepiti.

Le figlie dell’ignoranza più ottuse: domande sbrodolate dalla bocca figlia della bocca d’uno psichiatra.

Non possiede strumenti utili ad accettare di non essere in grado di seguire la direzione che indichi con la falange ricolma di frustrazione. Ma ha la pretesa e il potere di chiuderti in una stanza che pur senza averne più il nome è un manicomio. Può ordinare che le cinghie t’inchiodino al letto, può negarti il pasto. Sicuramente spenderà la propria pigrizia e l’assenza d’interesse per gonfiarti d’antipsicotici di prima generazione tossici come uranio impoverito.

Tornerai mansueto e impiegherai mesi o anni a ritrovare il sasso alpino da cui per qualche giorno avevi dominato l’universo. La gioia grata e tutto l’amore ridotto nel nulla saranno calcificati nella crosta della depressione. Questa ti suggerirà la strada del mucchietto letale di morfina.

Allora sarai un membro accettato e rispettabile della loro comunità.

Ecco il motivo per cui lotti disperatamente, fino a esaurire la forza, per non essere deportato nei loro campi, e al tempo stesso quello per cui non rinunciano e vengono in squadre a pressarti forte il braccio sulla gola, talvolta fino ad ammazzarti.

Luca Perrone