“L’Egitto giace in attesa, nascosto, sottoterra….”. Ma quanto è bravo Algernon Blackwood, pioniere dell’horror, amato da H.P. Lovecraft

Posted on Dicembre 06, 2019, 10:28 am
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L’Egitto è davvero un luogo particolare: pare che gli egiziani non vi abitino per davvero, ma vi scorrano sopra, come semplici comparse. Abitanti truffaldini e chiacchieroni che all’aeroporto ti strappano di mano il bagaglio e se lo caricano in spalla per qualche euro; abitanti che ti regalano cose e poi ti chiedono dei soldi in cambio. Turisti che contrattano e credono d’aver fatto l’affare della loro vita. Sono tutte caricature, pupazzi che si muovono in uno scenario con cui hanno poco o niente a che fare. Potranno costruire palazzi e autostrade, o quartieri abusivi che si stendono per chilometri e chilometri, oltre la riga dell’orizzonte. Ma non è colpa loro: l’Egitto è stato qualcosa di così grande che è impossibile non sfigurare una volta messi a confronto. Ancora oggi, a distanza di nove anni, ripenso alla mia “escursione” sul Nilo con un sentimento di misteriosa fascinazione; perché dietro alle urla degli straccivendoli, oltre l’aria condizionata e le camionette stracariche di soldatini, c’è esattamente l’Egitto di più di duemila anni fa. A distanza di nove anni, è stato bello tornarci sulle spalle di Algernon Blackwood.

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Blackwood è scrittore poco conosciuto in Italia, come tanti scrittori “weird” ancora relegato tra i cosiddetti intrattenitori, più che tra i veri e propri letterati. Considerato il degno erede di Edgar Allan Poe, lodato da H. P. Lovecraft e padre di “buona parte del nostro attuale immaginario nero, dal cinema al fumetto, alla televisione” (Flavio Santi, nell’introduzione a John Silence e altri incubi, Utet), nel 1914 pubblicò il racconto Discesa in Egitto, oggi finalmente nelle nostre mani grazie alle Edizioni Hypnos e alla dedizione di Andrea Vaccaro.

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Personalmente non credo che Blackwood sia mai stato in Egitto, perché non ne aveva affatto bisogno. L’Egitto esercita il suo fascino anche da molto lontano, ed è lì che si colloca il genio di Blackwood. Egli, e con lui tutto quel mondo di autori di cui Lovecraft è il degno rappresentante, aveva capito che non c’è niente di più inquietante di ciò che non possiamo vedere o descrivere. Questi autori avevano capito che l’orrore è prima di tutto nella mente di chi legge, e non è necessario sbatterglielo in faccia, anzi, a volte è perfino controproducente. Se l’orrore è già presente nel lettore, la bravura dello scrittore sta nel risvegliarlo, magari solo con un presentimento, un sospetto, un dubbio. Molti autori “horror”, ma anche la stragrande maggioranza della filmografia che tale si definisce, ha dimenticato il tatto, la sottigliezza di cui l’orrore è realmente costituito.

Ce lo ricorda perfino Lovecraft: “È l’atmosfera, e non l’azione, il più grande obiettivo della narrativa fantastica. […] L’enfasi principale dovrebbe esser posta sulla lieve suggestione – suggerendo e abbozzando minuscoli dettagli associativi, che suscitino emozioni forti e costruiscano l’illusione che l’irreale sia, in verità, reale” (H. P. Lovecraft, Biografia di uno scrittore da quattro soldi, Mattioli 1885).

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Proprio con la caduta della fede nella scienza e nel progresso, Blackwood vive quella peculiare fase in cui l’Occidente scivola nella più tetra superstizione, nell’occultismo e nello spiritismo. I protagonisti delle storie “weird” sono quasi sempre uomini di scienza, spesso veri e propri accademici, presi per i capelli da oscure circostanze o da vere mostruosità cosmiche. Giù in Egitto, Blackwood non spedisce due sciocchi turisti in cerca di avventure o un gruppo di stupidi e incauti boyscout, ma ci racconta la vicenda di due valenti archeologi sopraffatti da una presenza ancestrale e inconcepibile. Dietro gli alberghi di lusso, dietro quattro ossa e un po’ di vasellame, dietro alle orde di turisti e ai sorrisi compiacenti dei camerieri, c’è una forza antichissima che pulsa. Ed è così ancora oggi: quando si scende nella Valle dei Re si prova qualcosa di indescrivibile, nelle tombe sotterranee si respira l’asfittico fascino di un tempo lontanissimo.

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In questa storia non ci sono i labirinti delle piramidi o mummie assetate di sangue: Balckwood racconta una schermaglia soprannaturale, un duello da salotto fatto di sottintesi, oscuri presentimenti e il ricordo di segrete cerimonie in cui due uomini di scienza non dovrebbero mettere piede. Il narratore assiste a tutto questo e cerca di darne un verosimile resoconto; annaspa nel tentativo di dare un’idea di quel che si prova davanti ad una presenza inconsistente, eppure così viva e terribile.

“L’Egitto moderno dopotutto non è che un trucco della civilizzazione, ma l’antico Egitto giace in attesa, nascosto, sottoterra. Per quanto sia morto, è sorprendentemente vivo” confessa uno degli archeologi. Ed è ancora esattamente così, l’Egitto prende, si arricchisce, chi torna dopo averlo visitato si sente privato di qualcosa, impoverito, come se una parte di te stesso fosse rimasto incastrato in quelle rovine o tra le ombre del tramonto di Abu Simbel. Non è soltanto un luogo, l’Egitto è un passato cui gli uomini devono rendere conto.

“L’Egitto, che dall’inizio dei tempi ha subito rapine aggravate da parte di tutto il mondo, ora si vendica, selezionando la singola preda. È giunta la sua ora. Resta in attesa, nascosto dietro una maschera di modernità, intensamente attivo, certo del suo potere occulto. Prostituta di defunti imperi, giace ora in pace sotto le stesse antiche stelle, la sua grazia indebolita ingioiellata con l’oro stanco degli anni, il seno scoperto, e gli arti imponenti che sfavillano al sole. Le sue spalle di alabastro sono sollevate sui mucchi di sabbia; contempla le piccole figure di oggi. E compie la sua scelta…” (A. Blackwood, Discesa in Egitto, Edizioni Hypnos).

Valerio Ragazzini