Nessuno è ciò che è. Jorge Luis Borges conquistato da Alexandra David-Néel, donna ispirata e spiritata, l’avventuriera che praticò in una grotta e penetrò a Lhasa

Posted on Agosto 01, 2020, 11:59 am
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Alexandra David-Néel, che in verità si chiamava Louise Eugenie Alexandrine, meriterebbe un romanzo. Francese, nata nel 1868, scappò di casa da ragazza, in bicicletta. Partì da Bruxelles, approdò in Spagna, poi, colma di mistica, si ritirò a Mont-Saint-Michel per un po’. Edotta al buddismo a Londra, teosofa a Parigi, iniziata alla Massoneria, conobbe l’India, studiò il Corano in Africa, si conficcò in una grotta del Sikkim, insieme a un monaco tibetano, a praticare, percorse l’Oriente e i suoi recessi. Fu la prima donna a varcare il portone della città proibita, Lhasa, era il 1924. Per ora ci basti. Uno dei suoi libri più suggestivi, Mystiques et Magiciens du Tibet (tradotto, in Italia, da Bocca, da Astrolabio, da Voland), stampato del 1929, conquistò Jorge Luis Borges, uso a compiere viaggi straordinari stando in biblioteca. Così, quando, era il 1976, compilò Libro di sogni, manuale sonnambulo inteso a narrare come “l’arte della notte è andata penetrando l’arte del giorno”, antologizzò, tra una poesia di Orazio, un aforisma di Nietzsche, una poesia di William B. Yeats, un brandello dello Zohar e una sentenza dei padri del deserto, questo testo dell’inafferrabile Alexandra David-Néel. Che racconta, in fondo, il nostro smarrimento: nessuno di noi è dove dovrebbe essere, forse è il riflesso di una vita precedente, resa all’oblio. Libro di sogni – compilato con l’oscuro Roy Bartholomew – fu edito dal grande Franco Maria Ricci nel 1985, poi da Mondadori negli anni Novanta, finché Adelphi non lo ha riprodotto, nel 2015. È un testo importante per capire Borges, la cui opera scritta, lucidissima, è una appendice a quella onirica: vi sono raccolti alcuni testi indimenticabili come Ulrica, Il sogno di Coleridge, Dreamtigers. Scrivere un sogno, che paradosso: come se ogni lettera fosse una botola nell’aldilà. (d.b.)

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Il ritorno del maestro

Fin dai primi anni, Migyur – così infatti si chiamava – aveva sentito che non era dove avrebbe dovuto essere. Si sentiva un estraneo nella sua famiglia, estraneo nel suo paese. Quando sognava, vedeva paesaggi che non sono di Ngari: solitarie distese di sabbia, tende circolari di feltro, un monastero sulla montagna; durante la veglia, queste stesse immagini velavano o offuscavano la realtà.

A diciannove anni fuggì, avido di trovare la realtà che corrispondesse a quelle immagini. Fece il vagabondo, l’accattone, l’operaio, a volte il ladro. Oggi è arrivato in questa locanda, vicino alla frontiera.

Vide la casa, la stanca carovana mongolica, i cammelli nel cortile. Varcò il portone e si trovò davanti al vecchio monaco che guidava la carovana. Allora si riconobbero: il giovane vagabondo vide se stesso come un vecchio lama e vide il monaco come era molti anni prima, quando era stato suo discepolo; il monaco riconobbe nel ragazzo il suo antico maestro, ormai scomparso. Ricordarono il pellegrinaggio che avevano fatto ai santuari del Tibet, il ritorno al monastero sulla montagna. Parlarono, evocarono il passato, fermandosi ogni tanto per intercalare precisi particolari.

Lo scopo del viaggio dei mongoli era cercare un nuovo capo per il convento. Da vent’anni era morto il vecchio capo e aspettavano invano la sua reincarnazione. Quel giorno lo avevano infine trovato.

All’alba la carovana cominciò il suo lento viaggio di ritorno. Migyur tornava alle distese solitarie di sabbia, alle tende circolari e al monastero della sua precedente incarnazione.

Alexandra David-Néel

Da “Mystiques et Magiciens du Tibet” (1929)