“Alla penombra dei cuori che battono nel mito”: la poesia di Alessandro Moscè, tra la morte del padre e la Lazio del ’74, una squadra di pazzi

Posted on Dicembre 03, 2019, 10:51 am
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Se c’è una generazione di poeti in debito con la critica e con l’editoria, questa è senz’altro quella dei nati negli anni Sessanta e Settanta. A tutt’oggi manca un lavoro sistematico che possa permettere di addentrarci nella vasta produzione che appare affastellata, confusa, dispersa. Un poeta che merita una doverosa attenzione è Alessandro Moscè, legato indissolubilmente alla tradizione che da Saba arriva a Raboni, passando per Sereni, Caproni, Penna, Gatto, Benzoni ecc. Quando leggiamo un testo di Moscè sappiamo già cosa troveremo: pagine che dal presente scivolano nel passato e tornano all’oggi. Vocaboli e scenari che si alzano come un’onda marina che travolge emotivamente, immettendo il ricordo personale in un orizzonte, dove, sullo stesso piano, si intersecano i decenni. I vivi e i morti sono nella stessa casa dell’autore, nella sala da pranzo come nel corridoio. Ma quali sono i vivi e quali i morti, visto che i lemuri si affacciano di continuo sulla porta di una stanza riscaldata e nelle vie invernali di una città delle Marche come chiunque?

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La vestaglia del padre (Aragno 2019), raccolta dedicata al padre da poco venuto a mancare, dà linfa vitale ad un uomo ristabilito che viaggia da Roma a Fabriano. Lo troviamo sullo sdraio di Porto Recanati o mentre balla, immortalato dietro un bicchiere e circondato da un’atmosfera di festa natalizia e carnevalesca. Tira un calcio al pallone di cuoio ed ecco che il figlio diventa bambino emulando il portiere Felice Pulici. Vuole assomigliare agli eroi della Lazio del 1974, una squadra di “pazzi” che vinse lo scudetto e che era dedita alo stucchevole tiro al bersaglio con pistole, fucili e carabine colpendo i lampioni degli alberghi nei ritiri dopo le partite. Il capobanda era il mitico Giorgio Chinaglia. Alessandro Moscè scrive al padre e gli suggerisce: “Cerca lui, il nostro amico fratello, il nostro amuleto di granito, / Giorgio Chinaglia, e digli che non è mai morto, / che è stato affidato alla penombra di cuori che battono nel mito”.

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L’eco della quotidianità torna in testi mai banali, da leggere e da rileggere, come sostiene Roberto Cotroneo nella prefazione. La vestaglia del padre è un libro convincente perché parla al cuore del lettore plasmando una materia incandescente. Proprio Cotroneo afferma: “Questi temi dolorosi, uniti alla bellezza delle immagini, di qualcuno che sa guardare con la parola sono i miei temi, sono i temi di tutti, sono la scrittura quando prende un senso, sono il moderno e l’antico che coesistono, che rimbalzano, che si riconcorrono”. Alessandro Moscè, sotto un aspetto ideale, può essere avvicinato a Giorgio Caproni, perché suo padre è sulla strada di Anna Picchi, la madre del grande poeta ritrovata in quadri caratterizzati da una potente musicalità e dall’identità tra poesia e vita, in cui risaltano le forme dell’esistenza più innocenti. L’amore filiale rappresenta in maniera allegorica la realtà feriale, l’ambiente familiare (“Esiste il tempo accucciato, fuori programma, / dei cuscini che nessuno tocca e dei telecomandi fermi”). Il padre di Moscè è inseguito da giovane, con una cinepresa invisibile, nella sua ombra bruna e sotto un cielo vaporoso: nei palazzi in trasparenza mentre mira la sfera del cupolone a Roma, in un incrocio nel quartiere di Vigna Clara, in un parcheggio sulla Flaminia, nel belvedere di Villa Torlonia, nella collinetta di Monte Mario, nell’inquadratura dalla Farnesina o in un ristorante in via del Governo Vecchio.

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L’andamento della poesia di Alessandro Moscè è lirico e non prosastico. Altre sezioni sono riservate al mondo variegato, affollato delle stazioni, una sorta di nonluoghi dove ci si incontra e non ci si conosce. E poi una degenza ospedaliera, la faccia spettrale della malattia, altro punto fermo delle opere di Moscè (in particolare il romanzo Il talento della malattia edito nel 2012 da Avagliano) e nella parte finale l’incontro con la follia attraverso la visita all’ex manicomio di Perugia rimasto tra l’erba spagna e la radura umbra, nella visione di voci sofferte e di cassettoni con le camicie di forza. “Asole a chiudere quei bottoni che provano a salvarci, a non lasciarci lì, in quel bianco della follia, che alla fine ti rincuora, anche se in apparenza sarebbe insensato”, sottolinea calorosamente Roberto Cotroneo.

Ornella Nalon