“L’arte fa paura a chi ha smarrito l’etica della responsabilità comune, perché è svelamento della verità e della coscienza dell’uomo”. Francesco Consiglio dialoga con il pianista Alessandro Marangoni

Posted on Novembre 21, 2019, 1:05 pm
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“Se togliamo ai nostri figli la possibilità di avvicinarsi all’arte, alla poesia, alla bellezza, in una sola parola alla cultura, siamo destinati a un futuro di gente superficiale e pericolosa. Per questo occorre difendere un settore che non esiste per dare dei profitti, ma per parlare direttamente alla gente”. Queste parole di Riccardo Muti racchiudono il principio fondamentale che guida il mio lavoro di scrittore avventurosamente votato, per autoinvestitura, al ruolo di divulgatore musicale. E che Dio mi abbia in gloria! Bisogna scrivere di musica non solo per invogliare ad ascoltarla o suonarla, ma soprattutto per educare le persone a vivere musicalmente, con creatività e gentilezza, aprendosi agli altri come se la vita di ognuno fosse una partitura di singole note capaci di restituire bellezza quando vengono suonate insieme. La grande musica, sia essa di Bach, di Liszt o Rossini, apre la mente all’immaginazione, e chi sa immaginare coltiva bei sogni e riesce più facilmente a raggiungerli.

Alessandro Marangoni, pianista, si è diplomato col massimo dei voti, lode e menzione presso il Conservatorio ‘Antonio Vivaldi’ di Alessandria. Ha debuttato nel dicembre 2007 con un recital al Teatro alla Scala di Milano, in un omaggio a Victor de Sabata nel 40° anniversario della morte, insieme al pianista e direttore d’orchestra Daniel Barenboim. Ha suonato in Spagna con l’Orchestra Filarmonica di Malaga e a Bratislava con l’Orchestra Filarmonica Slovacca, sotto la direzione di Aldo Ceccato; ha inoltre diretto l’Orchestra ‘I Pomeriggi Musicali’ di Milano. Nella sua produzione discografia, spiccano i 13 CD dell’integrale completa dei Péchés de vieillesse di Gioacchino Rossini, l’integrale del Gradus ad parnassum di Clementi, l’Evangélion (The Story of Jesus) di Mario Castelnuovo-Tedesco, e la Via Crucis di Liszt (con il coro polifonico ‘Ars Cantica Choir’).

Diversi musicisti mi hanno confessato di essersi trovati, da bambini, su una strada che non avevano liberamente scelto di percorrere, senonché a un certo punto, crescendo, era scoccata la scintilla verso il proprio strumento. Questo succede perché si inizia a suonare molto presto, spinti dai genitori, e dunque gli studi musicali hanno due sbocchi: possono favorire una grande storia d’amore per la musica oppure trasformarsi in una coercizione che genera un senso di rifiuto e opposizione verso chi la pretende. Tra lei e il pianoforte è stato un colpo di fulmine o un processo più lungo, discontinuo, maturato per tappe successive?

Ho iniziato a suonare a cinque anni ed è stata una mia richiesta, anche piuttosto insistente: i miei genitori spesso mi portavano ai concerti e fui subito attratto dalla musica. Quando mi noleggiarono il primo pianoforte verticale in realtà mi aspettavo un organo a canne e piangevo perché non c’erano le canne, forse perché spesso andavo a sentire l’organo che suonava in chiesa. Ma poi fu subito amore per il pianoforte: studiavo con molto piacere e naturalezza, non mi è stato imposto nulla.

Trova normale (oh sì: è normale ma non certamente etico) che un politico sia a capo di una fondazione lirico-sinfonica e decida di sostituire un manager per puro opportunismo? Si sostiene che l’arte costa troppo e ha un pubblico sempre più ristretto, ma le perdite di bilancio sono uno strumento di ricatto: la Politica eroga finanziamenti, peraltro sempre più risicati, e in cambio pretende di diventare padrona della scena. La presidenza della fondazione lirica è attribuita di diritto al Sindaco del Comune in cui ha sede la fondazione stessa. E tra i membri del consiglio di amministrazione, uno è nominato dalla Regione e uno dal governo. Tutta gente per la quale sedersi in platea è solo passerella. Non crede che sarebbe più giusto restringere il ruolo dei burocrati e restituire la musica ai musicisti?

La storia è piena di questi colpi bassi alla grande musica, perché manca un’etica della responsabilità. I politici a volte sostengono cose assurde, frutto di demagogia o, spesso, di ignoranza. Dire che l’arte costa troppo è da un lato ridicolo, perché penso sia una delle spese minori che abbia uno Stato, dall’altro è criminale e diabolico, perché frutto di falsità e di una deliberata volontà di cancellare ciò che è bello e che è buono (e la Musica Forte piace alla gente, lo dimostrano i numeri!). L’arte può fare paura a chi ha smarrito l’etica della responsabilità comune perché è svelamento della verità e della coscienza dell’uomo che fa tremare chi fa il tifo invece per il disumano (o per chi vuole fare i propri interessi a scapito della collettività, della polis). L’Italia ha inventato le note musicali, il primo conservatorio del mondo è sorto a Napoli, abbiamo dato i natali ai più grandi musicisti di ogni tempo: basterebbe questo per ricordare a chi governa che l’investimento più importante del Paese è la Cultura, di cui la musica è uno degli elementi più significativi: porta lustro al Paese e anche ricchezza, turismo, civiltà, investimenti. Ogni volta che suono all’estero sono sempre accolto e coccolato con affetto e stima anche perché italiano! La musica dovrebbe essere presente fin dagli asili nido come elemento fondante l’educazione e la crescita dell’individuo, per creare una società migliore. Non è poi tutta negativa la situazione musicale italiana: conosco luoghi come ad esempio il Collegio Borromeo di Pavia dove la maggior parte del pubblico è composto da giovani, pieni di curiosità e di entusiasmo, e ai concerti si sentono urla da stadio!

Wilhelm Furtwängler, uno dei maggiori direttori d’orchestra del XX secolo, non aveva una grande opinione del pubblico che affollava le sale di concerto, e arrivò a dichiarare che si trattava di masse amorfe che reagivano inconsideratamente e quasi automaticamente a qualsiasi suggestione. Un atteggiamento di apparente disprezzo che Furtwängler giustificava così: “Occorre tempo per conoscere veramente un’opera. È difficile stabilire quanto tempo richieda un tale processo di comprensione e di chiarificazione, sia per un’opera musicale che per un artista. Esso può svolgersi per decenni e anche per un’intera vita. Basti citare Bach, le ultime opere di Beethoven, artisti come Bruckner”. Si tratta di una tesi affascinante ma al tempo stesso pericolosa, perché anestetizza lo spettatore sottraendogli il diritto alla critica.

Parlo per esperienza personale: il pubblico, qualsiasi pubblico, di ogni età ed estrazione sociale, capisce il valore e la bellezza della musica dopo poche note, perché la musica, se fatta bene, arriva dritta al cuore dell’uomo, prima ancora che all’intelligenza. Gli artisti non devono andare incontro al pubblico, lo devono guidare e devono essere un po’ ‘profeti’. Il pubblico vuole essere condotto, vuole conoscere cosa sta dietro una partitura, vuole lasciarsi emozionare, sta con gli occhi spalancati a vedere chi suona o dirige sul palcoscenico. Chiaramente c’è anche chi ascolta criticamente, volendo capire magari come è fatta una Fuga del Clavicembalo ben temperato di Bach, ma si tratta di una minoranza, soprattutto in Italia. Sono d’accordo sul fatto che ci vogliano decenni, magari non basta una vita per comprendere una Sonata di Beethoven o di Schubert, perché sono opere scritte da geni, personalità straordinarie con abilità intellettive non comuni, ma per apprezzare ed essere mossi ed emozionati da questa musica basta solo qualche ascolto attento. Invece credo che l’interprete abbia un compito molto più difficile rispetto al pubblico che recepisce la musica: bisogna essere molto preparati, studiare molto, conoscere di tutto, non solo la musica, andare a fondo per cercare di interpretare al meglio il volere del compositore. I musicisti hanno una grandissima responsabilità!

La sua incisione più importante, di certo la più imponente, è l’integrale discografica dei Peccati di vecchiaia, i Péchés de vieillesse di Gioacchino Rossini. Ben 14 CD, sette anni di ricerche che hanno prodotto un lavoro di grande valore non solo musicale ma anche storico, data la presenza di alcuni inediti. Tutto questo per ricordare al pubblico che Rossini non è soltanto un grande operista. Esiste un vasto repertorio di composizioni pianistiche destinate agli amici che andavano a trovarlo nella sua casa di Parigi. Brani dai titoli curiosi, come il Preludio igienico del mattino o il Piccolo valzer dell’olio di ricino. L’ironia rossiniana è la sola medicina in grado di cancellare quell’immagine di seriosità noiosa che spesso accompagna la musica cosiddetta seria.

Ascoltando (e suonando) Rossini è davvero impossibile annoiarsi! Innanzi tutto perché è del tutto imprevedibile, cambia in continuazione, non si stanca mai di trovare nuove idee, soluzioni innovative, non smette di stupire. Egli diceva: “La mia musica fa furore”, ed è proprio così anche oggi quando ascoltiamo queste gemme preziose che sono i Peccati di vecchiaia. Senza nessuna volontà di guadagno e senza ingaggi e commissioni, Rossini scriveva per la gioia di farlo, perché non poteva farne a meno, libero da ogni condizionamento. E qui nascono le sue cose migliori, dove si svela l’uomo Rossini, più ancora che nell’opera lirica. È musica piena di intelligenza, quindi di ironia, molto spesso anche di autoironia (pensiamo al pezzo che scrisse per il suo funerale!). Citerei un brano per tutti: il Petit caprice style Offenbach, in cui chiede al pianista di suonare il tema facendo le corna, poiché pensava che Offenbach portasse sfortuna: un esempio emblematico di come, nella sua immensa sapienza fuori dall’ordinario, Rossini ha saputo farci sorridere e insieme commuovere, mettendo a nudo quei tratti dell’umanità comuni a tutti e che non hanno tempo.

A un giovane esponente della musica trap, che va fortissima tra i millenials, non capiterà mai di sentirsi negare il diritto all’esistenza artistica perché un tempo ci furono un Modugno e un De Andrè migliori di lui. Stessa benevolenza non viene riservata ai giovani compositori della classica contemporanea. Nei foyer dei teatri e nelle platee s’udirà uno spettatore dire in un orecchio al vicino: “Eh, sì, ma allora Mozart? E Bach? E Beethoven? Quelli sì che erano musicisti”. È d’accordo con me nel ritenere che i compositori di oggi siano schiacciati dai paragoni con gli immortali della musica?

Credo innanzi tutto che oggi abbiamo grandi compositori viventi, che sicuramente passeranno alla storia, anche in Italia, dove esiste una grande scuola di composizione. Ma sarebbe come per uno scrittore contemporaneo di romanzi paragonarsi a Manzoni, o per un poeta a Dante. All’epoca di Mozart c’erano moltissimi compositori eccezionali come lui, che ebbero anche molta più fortuna di Wolfgang ma che oggi pochi ricordano; Bach per più di un secolo fu quasi del tutto sconosciuto se non ci fosse stato Mendelssohn a riscoprirlo. Credo che in ogni piega della storia ci siano state e ci sono persone dotate di una speciale intelligenza e di un carisma artistico non comune, ma anche tanti bravissimi musicisti che si esprimono attraverso la loro arte, nel lavoro quotidiano e artigianale. Un altro elemento importante e fondamentale credo sia l’umiltà, che significa anche darsi da fare: humilitas alta petit diceva San Carlo Borromeo.

Infine, la più scontata e inevitabile delle domande: progetti per il futuro?

Continuare a stupirmi e a gioire nel far musica, cercando di donare al mio pubblico questa meravigliosa arte al meglio delle mie capacità e col mio talento.

Francesco Consiglio

*In copertina: Alessandro Marangoni in un ritratto fotografico di Daniele Cruciani