Alessandro Haber è una cattedrale. Nel deserto. E Lucrezia Lante della Rovere è più gradevole da guardare che da ascoltare. Recensione crudele a “Il padre”

Posted on Gennaio 17, 2018, 6:15 pm
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Con ogni probabilità non è stato il limite della traduzione – il testo originale è in francese – bensì il “taglio” registico, molto simile ad un’azione cinematografica, a piegare un po’ le gambe (senza per questo metterlo in ginocchio) a Il padre del drammaturgo Florian Zeller e passato sulle assi del Teatro Novelli di Rimini tra il 13 e il 15 gennaio nella versione firmata dal regista Piero Maccarinelli. E’ un dramma in “discesa”, quello vissuto con sontuosa capacità interpretativa da Alessandro Haber, qui nei panni di Andrea, un ex ingegnere in pensione colpito dall’Alzheimer, ma soprattutto dall’accettazione della malattia, “ricreata” in una scatola moderna, in una stanza della tortura in cui appaiono, borghesemente e in un appartamento altrettanto borghese, la figlia Anna (una Lucrezia Lante della Rovere più gradevole da guardare che da ascoltare in quanto un po’ distante da una caratterizzazione calibrata e convincente del personaggio) e le proiezioni dei fantasmi partoriti dalla mente malata dell’anziano, sempre teso a negare il processo di degrado celebrale. Per poco più di 90 minuti di atto unico gli spettatori vedono apparire e scomparire quattro attori, chiamati a interpretare gli sdoppiamenti dei personaggi che l’Alzheimer ricrea: Anna naturalmente, ma anche il suo compagno Piero, Laura la badante, così simile alla figlia, morta prematuramente e quindi nella mente di Andrea ancora viva (nella sua malattia la rielaborazione dello strappo porta alla non accettazione della scomparsa). Nonostante una regia “tagliata” sul cinema – davvero troppi i break di “buio in scena” per i cambi scena davvero minimalisti – Alessandro Haber “emerge” come una cattedrale. Purtroppo, va detto, nel deserto: il gap tra la sua prova di grande attore (il personaggio di Andrea sembra scritto su di lui) e quello del resto della compagnia è vistoso: Haber interpreta e fa suo il protagonista, gli altri invece recitano i personaggi di contorno. Eppure il tema affrontato, quella della malattia, è una radice ben piantata nella società: orologi che all’improvviso, dopo aver spaccato i secondo, si inceppano, e che non vengono portati a far riparare, ma solo depositati in una cassetta. In una casetta, quella di una struttura medica specializzata per questo tipo di patologie. Lo spettacolo, in nuce, fa riemergere l’atavico problema della rappresentazione della malattia a teatro, vista però da un’angolatura borghese. Quali sono i codici più corretti da utilizzare? Quale il trattamento? Ma soprattutto, con quale veridicità? Se davvero il palcoscenico è il “luogo dove si giuoca a fare sul serio” (Luigi Pirandello), diventa compito della drammaturgia trovare le modalità più corrette, o perlomeno quelle più verosimili. Ed è qui che il testo di Zeller sembra annaspare: ridurre un dramma a una “mezza farsa”, con tanto di palpata di culo da parte di Andrea alla badante, comporta un distacco dalla realtà che si vuole analizzare. L’Alzheimer, così ridotto a “una scusa” per rappresentare la malattia, diventa un “alibi” che non viene spiegato con le giuste parole.

Alessandro Carli