Alessandro Carli stronca ferocemente il suo omonimo vissuto 250 anni fa. E spiattella il decalogo per far risorgere il teatro nostrano (primo: Molière guardatelo in rete e Shakespeare in lingua)

Posted on Maggio 11, 2018, 9:01 am
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Ho avuto la conferma di avere il naso lungo. Non che ce ne fosse bisogno – il curriculum vitae è denso di menzogne amorose, di doppi giochi, di donne incollanate come fanno i veri marinai, una per porto – ma scoprire di avere più anni di quanti ne siano riportati nella carta di identità fa un certo che. Essendo nato non tanto nel 1975 (come credevo) ma nel 1740, ad oggi porto 278 primavere. Sono quindi nato a Verona il 21 febbraio “da nobile famiglia”, ho frequentato il locale liceo diretto dai padri gesuiti e ho completato poi i suoi studi a Venezia. Tra il 1766 e il 1767 ho compiuto un lungo viaggio attraverso l’Europa toccando due tappe d’obbligo per un giovane colto dell’epoca, Parigi e Ferney, la residenza di Voltaire.

Carli Alessandro. Come me. È una cosa tipo Pinco Panco e Panco Pinco, solo che devo scegliere il nome: Pinco o Panco. Una Pinca (giuro, è il suo cognome) è passata. O meglio, io sono passato. Sul suo letto, e anche sul tappeto. Malata di gialli, la sua tv tutto il giorno mandava immagini di crimini efferati e scene che avrebbero fatto ammosciare anche il più gagliardo dei maschi. Motivo in più per chiudere gli occhi e immaginare. Il rumore degli spari o dei coltelli? Smorzati con un finto regalo romantico, “I giorni” di Ludovico Einaudi. Il resto lo hanno fatto abbondantemente le sue tette anche se appartengo al gruppo dei cul_tori.
Io oggi e io ieri. Carli Alessandro ha scritto di teatro, come del resto Alessandro Carli. Lui, cioè io 250 anni fa, alcune tragedie. La Treccani online mi aiuta a leggere il mio passato: Telone ed Ermelinda, andata in scena del 1769, opera, leggo, “fin troppo ligia nella vivacità dell’intreccio e nella ricchezza dell’azione al modello francese”. Modesta anche la successiva, I Longobardi (1769), dedicata a Cesare Beccaria, frettolosa nella stesura e nella realizzazione, con frequenti richiami scenografici all’Olympie di Voltaire.

Dopo cinque anni di silenzio, forse dedicati a un più meditato approfondimento della lezione di Voltaire, nel 1773 Carli Alessandro rappresentò Ariarato, dramma ricco di toni preromantici e in cui gli elementi voltairiani, come il gusto per i grandi quadri tipici dell’Olympie e le venature anticlericali, si fondono con temi e moduli desunti da Corneille. Il clamoroso fallimento dell’opera, da lui attribuito all’insufficienza di sceneggiatori e attori, lo indusse a realizzare in Verona un piccola scuola di arte drammatica.

Carli Alessandro è stato stroncato. Quello che fa, oggi, Alessandro Carli che ovviamente è andato a recuperare perlomeno un paio di testi del suo omonimo ben più famoso, Ariarato soprattutto, per via che mi reputo un preromantico nel senso più letterale e non letterario del termine: mi fermo prima del romanticismo. Non serve. Se fai il romantico con le donne di oggi passi per finocchio. Così come se ti depili (queste cose le facciamo fare a loro: quando sono lisce ti pare di farti uno dei “tagli” di Lucio Fontana, e così puoi dire di aver avuto la sindrome di Rubens), o di fai sistemare le sopracciglia.

Mi autorecensisco quindi, cosa che possono fare solamente i grandi come Salvador Dalì. E se non ho spessore artistico, mi aggrappo alla statura: unmetroeottantacinque, tutto attaccato, che così sembro più lungo. Ariarato, presentato alla reale accademia di Parma quando le belle produzioni avevano premio, ha una introduzione alla Alessandro Carli. Scrive il mio io allo specchio: “A questa tragedia forse non mancheranno i contrarj, che rimproverare le vogliono l’eccesso di eroismo, e l’ardita piattura d’un qualche carattere”.

Ovviamente me la sono letta. Mi sono letto. La storia è più o meno la seguente: siamo in Cappadocia e dopo la morte dei tre Ariarati per mano di Mitridate, c’è un periodo di anarchia con tanto di diatribe feroci tra i discendenti. Gli ingredienti ci sono tutti: l’arrivo di Silla, il carattere turbolento dei sacerdoti di Comana e il loro potere dominante e infine la salita al trono di Ariobarzane mentre l’ombra di Ariarato trafugato domina sulla vicenda. Le scene ultime formano un compimento glorioso e inaspettato: il perdono di Ariarato, la cessione del regno e il non dispiacere di Roma. Tra le notizie storico-critiche sull’opera merita attenzione il seguente passaggio: “La tragedia sarebbe bellissima se si fosse trovato il modo di punire Archelao. Costui non meritava gli ultimi sei versi d’Ariarato. L’amicizia cogli empi non fu mai utile, né esemplare. Questa lezione la dobbiamo ai saggi e al popolo che non sempre riflette sulle ignote punizioni venture”. La storia piacque a Ippolito Pindemonte. Meno a me. Se è stata poco rappresentata – non ne ho testimonianza nell’attualità dei teatri che ho battuto dalla metà degli anni Novanta ad oggi – c’è sempre un motivo. Non è come nel caso di Alberto Savinio, straordinaria penna del Novecento che ha dato la sua arte puntigliosa e pungente anche al teatro: Carli Alessandro mi sa di muffito. Forse lo è anche Alessandro Carli, che qualche giornata al teatro l’ha dedicata: un libro di recensioni del Festival di Santarcangelo (15 anni di spettacoli) e qualche testo scritto a penna su un quaderno e mai dato alle stampe per pudore o per pigrizia.

Carli Alessandro andava bene nel suo periodo: Settecento, il secolo dei drammoni. Pipponi per spettatori imbellettati con le gole arse di palcoscenico, la cipria e i pastrani. Vallo a riproporre oggi che gli spettatori sembrano abbiano il fuoco nel culo e dopo 40 minuti iniziano a spostarsi sulla sedie e a spataccare col cellulare…

Occorre quindi fare chiarezza ed essere decisi. Restaurare il teatro, imporre alla platea i testi e non far sì che le scuole e gli spettatori decidano gli autori. Serve un decalogo per una nuova stagione di Risorgimento dei teatranti, per rilanciare quel luogo che porta in sé un anagramma prezioso e risolutore: teatro e attore. Stesse parole, ma in ordine diverso.

Primo: Molière te lo vai a vedere in Rete e tu professore di francese trovi il modo di spiegarlo.

Secondo: Shakespeare va messo in scena solo in lingua (inglese o sarda).

Terzo: Goldoni va bene solo nel periodo di Carnevale purché gli spettatori si vestano in maschera altrimenti non entrano.

Quarto: Le commedie dialettali vanno viste. Sono ad oggi l’ultimo veicolo identitario di una città o una regione non può smarrirsi nella globalizzazione e negli inglesismi. Oggi tutti sanno il significato di “sold out”, “fashion”, “random”, “all inclusive”, “backstage”, “budget”, “contest”, “coupon”, “convention”, “selfie”, “brand”, “compilation”, “location”, “concept”. Usiamo i termini inglesi non perché fa figo ma piuttosto perché non amiamo né sappiamo l’italiano.

Quinto: gli attori famosi devono smettere di fare i testi recalcitrati e recalcitranti ma scommettere sui nuovi drammaturghi (bravi) e sule loro storie (belle).

Sesto: Pirandello è una benedizione. È stato il più grande poeta del teatro Novecentesco sino al periodo del “Teatro nel teatro”, il “metateatro. L’ultima fase, quella del teatro dei miti, va vista sui libri e non sul palco. Tutto quello che ha fatto prima è di assoluto valore e va messo in scena (e visto, obbligatoriamente)

Settimo: è il nome del teatro torinese nato dal trittico Gabriele Vacis, Alessandro Baricco e Gianni Vattimo.

Ottavo: l’outfit. Sei a teatro e a teatro si va vestiti da teatro. Abolite le scarpe da ginnastica e la tuta.

Nono: il teatro dell’assurdo. Beckett e Ionesco soprattutto, per capire che oggi è come ieri e che i drammi della solitudine c’erano anche 50 anni fa. Siamo in collegamento con il mondo attraverso internet e i cellulari. I telefonini combattono l’isolamento ma non la solitudine. Quindi cellulari spenti e occhi rivolti verso il palco. Lì si giuoca a fare sul serio, lì di certo ci sono personaggi che appartengono alla nostra vita.

Decimo: e Carli Alessandro? Deve essere trattato come Alessandro Carli. Quindi non deve entrare a teatro.

Sipario.

Alessandro Carli