“Ho sofferto così tanto che sono stata espulsa dall’altro mondo”. Le poesie & i diari di Alejandra Pizarnik

Posted on Luglio 10, 2020, 6:39 am
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Una ipnosi nel vetro: l’acustica di Alejandra Pizarnik è sinistra, sotto vuoto; sa di essere espulsa da tutti i mondi – dal giacimento dell’incomprensione estrae verbi-pugnali, di cristallo. “Una scrittura densa, fino all’asfissia, ma fatta con nient’altro che con ‘vincoli sottili’ che permettano la consistenza innocente, su uno stesso piano, del soggetto e dell’oggetto, così come la sovrapposizione delle frontiere abituali che separano io, tu egli, noi, voi, essi. Alleanze, metamorfosi”, scrive, nel dicembre del 1964. Niente è salvo, ma esiste quel periglio innocente – tra la parola bugiarda e quella che sbugiarda – che pare un bosco bianco. C’è sempre qualcuno che muore, però, per nutrire l’innocente.

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Nel 1964 la Pizarnik è a Parigi, da anni: di questo mondo non trova il punto di giuntura, i volti, umani, gli paiono cani, nodi, asperità, triangoli che separano sguardo da sapienza. “Un giorno forse, troveremo rifugio nella realtà vera. Intanto, posso dire fino a che punto sono in disaccordo?”, scrive in I posseduti tra lillà. Non ha neanche trent’anni, quell’ispirata giovinezza presa a unghiate. Il 5 ottobre di quell’anno – ma il loro anno è il ’63, s’erano conosciute, l’anno prima, a Parigi, entrambe attratte dall’abisso, dai libri come sequenza di pozzi, vuoti – le scrive Cristina Campo: “Mia cara amica, il mio cuore mi aveva detto che qualcosa di spiacevole doveva essere successo. Perfino la busta della Sua lettera era pallida, come se volesse anticipare da dove veniva. Ci rassicuri al più presto. (Ha un telefono? La chiameremo). Non ho nemmeno capito se l’hanno operata o solamente curata, e nel primo caso, di cosa? E Sua madre, ne è stata informata? Non crede che debba esserlo? Tutte queste ombre – e la distanza – sono di una tristezza opprimente. Io stessa sono a letto, pare che il mio cuore si sia dilatato, a causa delle tante preoccupazioni. Un sudore orrendo, colpi di pugnale. Nulla di nuovo: ma mio padre è ammalato, mia madre a malapena in convalescenza; Elémire solo. Autunno inoltrato – che cerco di accettare con dolcezza, gli occhi negli occhi chiari di due angeli terribili: il dott. Cechov, il dott. Céline”.

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Nel libro formidabile, La figlia dell’insonnia (Crocetti, 2020; la curatela è di Claudio Cinti), appena edito per festeggiare l’acquisizione di Crocetti da parte di Feltrinelli, una poesia della Pizarnik alla Campo, s’intitola Anelli di cenere.

Stanno le mie voci al canto
Perché non cantino loro,
i grigiamente imbavagliati nell’alba,
i camuffati da uccello desolato nella pioggia.

C’è, nell’attesa,
una voce di lillà che si spezza.
E c’è, quando si fa giorno,
una scissione del sole in piccoli soli neri.
E quando è notte, sempre,
una tribù di parole mutilate
cerca asilo nella mia gola,
perché non cantino loro,
i funesti, i padroni del silenzio.

Tutto ciò che sancisce un patto, in questa poesia (anelli; voce; parole; asilo; sole), si scinde, si spezza, come mani dalle dita d’acqua (spezza; scissione; neri; mutilate; funesti). Ci si lega, sembra, perché, dopo, la separazione sia implacabile – ogni incontro ha in seno l’asperità del lutto. La poesia viene accolta in Los trabajos y las noches (1965). Quando la riceve, è l’ottobre del 1963, la Campo risponde, preoccupata: “Comunque, bisogna curare la Sua insonnia… Non oso interrogarLa sul significato reale della Sua insonnia, ma se lo desidera me ne scriva pure, La prego… Anche i Suoi versi mi preoccupano da questo punto di vista. Vedo, credo di vedere la Sua vita come la bella gabbia terribile che non vede l’ora di “trasformarsi in uccello”. Soffra in questa gabbia se è necessario (so bene che non si può abbreviare il tempo dell’incanto, della stregoneria) ma non la renda, mia cara, una gabbia di ferro…”.

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La tensione all’aforisma, al bagliore eracliteo, alla fiammata serafica, inevitabilmente ustiona, presuppone l’erma del morire. “E soprattutto guardare con innocenza. Come se nulla fosse, il che è vero”, scrive in Vie dello specchio. Quaderno della vita intima, cella delle torture, confessionale, lucida in una solitudine priva di dio (“Come chi non ama la cosa. Nessuna cosa. Bocca cucita. Palpebre cucite. Dimenticai. Dentro, il vento. Tutto chiuso e il vento dentro”), di chi si sceglie la trappola. Un’opera, d’altronde, è sempre un modo per approssimarsi alla morte – con inelegante e speziata spavalderia. “Ma la mia notte, nessun sole la uccide”. Battibeccando, ieri, pensavo, l’egotismo è lecito finché si annienta in un’opera, altrimenti è insopportabile. Pensano di sapere, gli umani, al posto di accettare la liturgia, di stare al criterio del miracolo, senza burocrazie dell’intelletto, barometri che valgano per la sanità di mente. Credono sia data la stazione eretta, credono sia eletta, duratura, cuspide del rango – in verità, una nobiltà rara è nella creatura orizzontale, all’orizzonte, pronta allo scatto, o che striscia, sibilando un valore secolare, non dissimile alla lava.

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“Invitata ad andare nulla più che fino al fondo”, scrive la Pizarnik, in certi versi terminali – frasi appoggiate come ossa, levigate fino a sdebitare una offesa, appuntite e puntate verso di sé. Non altro si fa, atleticamente, che forgiare l’ombra per gli altri mondi. Scelse, nel settembre del 1972, a 36 anni; preferì le pillole, ma l’altro gli aveva già succhiato gli occhi – vent’anni fa esce la raccolta dell’Obras completas, anche in Italia, ora – penso alla raccolta delle lettere, come L’altra voce, edite da Giometti & Antonello – la Pizarnik ha una cospicua dote di accoliti, di accorti lettori. Il diario – di cui si traducono alcune lasse – è una tesoreria di intuizioni, una grotta al massacro. Più che altro, bisogna tenerla in braccio. (d.b.)

 

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Domenica 3 novembre 1957

Una rivoluzione per placare la mia ferita, un terremoto per sostituire la sua assenza, il suicidio del sole per il mio fervore fisico, la follia della notte per la mia sete segreta, la fine del mondo per soddisfare la mia prediletta angoscia.

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Venerdì 22 novembre 1957

Fede soltanto in te stessa, Alejandra. Fede in te sola. Impossibile la piena comunicazione umana. Gli altri ci accettano sempre mutilati, mai con la totalità dei nostri vizi, delle nostre virtù. O ci detestano per qualche aspetto che li mortifica, o ci accettano per qualcosa che è l’angelo della nostra carne. Spesso accadono giorni in cui è possibile comunicare, altri in cui tutto si annienta. Questi sono i giorni in cui qualcosa di umano ci è necessario. Sicuramente, ci respingono per questo volto da mendicanti repellenti che propinano angoscia e solitudine. È possibile vivere soltanto se nella casa del cuore arde un buon fuoco.

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Lunedì 16 dicembre 1957

È come se il mio sangue fosse amputato. Alzarsi di notte con il pugnale in mano e devastare il paese dei sogni. Di quei sogni divorziati dalla realtà. Grande vergogna non solo di essere, ma di essere semplicemente. Vergogna di vivere o di morire. Mi vergognerò anche quando sarò morta. Sarà, la mia, una grande morte inibita. Possibilità di vivere? Questa. Un foglio bianco e perdersi nella carta, uscire da me stessa e viaggiare su un foglio bianco.

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Domenica 2 febbraio 1958

Solitudine e silenzio. Ho pensato alla felicità di dedicarmi interamente alla letteratura, senza altra cura che scrivere e studiare. Bisogna recuperare il tempo perduto. So che questa felicità mi è accanto, ma non dipende dalla mia volontà, perché non sarebbe più felicità, allora, ma lavoro. Devo credere con tutto il mio essere, credere ossessivamente, lucidamente. Ma soprattutto, continuare a sostenermi nel difficile compito di non pensare all’“amore impossibile”, causa di tutti i miei mali.

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Venerdì 14 febbraio 1958

Mi è facile essere serena e obbiettiva con gli esseri che non mi interessano veramente, di cui non aspiro all’amicizia, all’amore. Sono calma, cauta, padrona di me. Ma con i pochissimi esseri che mi interessano… c’è l’assurda domanda, la convulsione, il grido, il sangue che ulula. Da qui deriva la mia assoluta impossibilità di sostenere l’amicizia con qualcuno attraverso una comunicazione profonda, risolta. Mi do così tanto, mi stanco, mi trascino, mi sfinisco, finché non vedo l’ora di “liberarmi” di quella prigione tanto amata. E se non interviene la mia stanchezza, agisce la volontà dell’altro, fiaccato da tanto presunto genio, che finisce per cercare una persona come sono io con chi non mi interessa.

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21 aprile 1958

Violento egoismo. La mia suscettibilità al minimo abbandono delle persone nei miei riguardi diventa così grande che mi tramuto in un morto. Tutte le prove di amicizia, di congiunzione hanno un esito così debole rispetto alle mie attese che non posso fare altro che entrare in un silenzio vestito di dignità, pulsante di delusione. Non posso accettare una realtà diversa da quella dell’arte. Questo mondo è orribile. Ma credo che la misura di ognuno sia nell’uso che fa della propria solitudine e angoscia. Più che “coraggio” direi “innocenza”.

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Sabato 26 aprile 1958

L’angoscia arriva. Non c’è altro che lasciare spazio al suo coltello, che affondi sempre di più, che una mano invisibile mi sottragga il respiro. Nessuna difesa è lecita. Tutto perde il suo nome, tutto si veste di paura. Anche pensare alla poesia come possibile salvezza è falso, nevrotico.

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16 maggio 1964

Ho paura del mio mostruoso pensiero su me stessa, della mia compiacenza e allo stesso tempo della mia estrema durezza. Voglio stare calma. E scrivere di questo tremare. La mia sete di realtà, a causa del mio confino forzato alla letteratura – qualcosa di prigioniero che si annuncia solo per la brama sessuale.

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Novembre 1971

Scrivere è dare senso alla sofferenza.
Ho sofferto così tanto che sono stata espulsa dall’altro mondo.
Scrivere è dare qualche senso al nostro dolore.